Una grande bellezza

di Lara Aleotti

Ma però (3)

Una volta a lezione un professore si è servito di un celebre video, The Monkey Business Illusion, per parlarci dell’importanza di assumere uno sguardo strabico in un contesto lavorativo e dei rischi dell’eccessiva focalizzazione sui compiti ricevuti, sulle proprie consuetudini e sul proprio ruolo. Al termine del video ha domandato quanti di noi fossero stati in grado di compiere correttamente l’istruzione della voce narrante: la maggior parte ha alzato la mano; ha poi chiesto quanti di noi avessero notato altri elementi, citandoli per difficoltà crescente: sempre meno mani levate. Nessuno di noi era stato in grado di notare tutti e quattro gli elementi significativi del video, perché troppo presi dal contare quante volte le ragazze con la maglia bianca si passavano la palla o, come me, dal ridere per l’esilarante cameo.Questa è una riflessione che, senza retorica, si può estendere a qualsiasi contesto, ma in questa città assume un significato più profondo: adottare uno sguardo trasversale è essenziale per abitare Milano.

Malgrado Viale Papiniano sia la strada più brutta che abbia mai incontrato la percorro almeno due volte al giorno, uscendo o entrando da casa mia: i due sensi di marcia sono divisi da un’isola di cemento che durante la settimana viene adibita a parcheggio (tranne il martedì e il sabato, quando ospita un movimentato mercato); i pochi, altissimi, palazzi di dieci piani si ergono tra un distributore dell’Agip luccicante nei suoi neon gialli e i più sobri palazzi di sei piani, ingombrante eredità della Milano da bere. In Viale Papiniano, a luglio, hai l’impressione che il cemento ti si sciolga sotto le scarpe e che lo smog, ad aprile, ti stracci i polmoni.

Eppure Milano è bella. Non certo di quella bellezza ebete che anestetizza i sensi ma bella di quella bellezza quotidiana, a volte stanca, contraddittoria e non convenzionale che rende belle cose e persone che abbiamo imparato a conoscere e ad amare, nonostante le piccole o grandi bruttezze.

La mia Milano strabica è fatta di tanti frammenti di Bellezza assolutamente modesta ma non per questo meno capace di brillare. Su un muro alla destra del San Lorenzo alle Colonne c’è un foglio sbiadito che riporta una poesia di B.03, che leggo ogni qual volta passo di lì: il Movimento per l’Emancipazione della Poesia, nato a Firenze con l’intento di riportare letteralmente la poesia per le strade, da anni abbellisce le pagine di compensato che racchiudono i cantieri milanesi. È fatta dei cartelli stradali modificati da quel pazzo di Clet, l’artista francese che di notte va in giro per le città d’Europa, armato di adesivi e bicicletta. È fatta delle piante volanti che sovrastano la città sospese tra lampioni e pali della luce, stoicamente immobili nella città più liquida d’Italia. È fatta delle orecchie, degli occhi, delle sagome di Urbansolid. Dei tram storici, quelli con ancora su scritto “vietato sputare”, che scivolano per la linea 1, del funambolo sospeso tra gli alberi di Parco Solari, dei cannelés di Caminadella Dolci (che sono andati fino in Francia per imparare a farli in quel modo lì). Nei granelli di bellezza, per dirla alla francese, attraverso i quali guardare la città.

 

Nessuno ci ha chiesto di contare i palazzi brutti bruttissimi che ci circondano. A maggior ragione quando, aprendo lo sguardo, la città dischiude tutti i suoi gorilla – assurdi, ordinari, bellissimi.

 


4 thoughts on “Una grande bellezza

  1. Bel post, mi piace! 🙂
    Se ti va dai un’occhiata al mio blog, tratto telefilm musica e libri! 🙂
    loscrittoreimpenitente.wordpress.com

  2. Penso che una buona risposta, anche rispetto a quanto detto sopra, sia: perché siamo in grado di farci sorprendere! Grazie Maura 🙂

Lascia un commento