Estoy viva

di Lara Aleotti

Ma però (5)

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L’arte ha una funzione inimitabile, quella di sperimentare l’abisso senza affogare. È inevitabile ricorrere a questi termini dopo aver consumato la retrospettiva Estoy viva che il Padiglione di Arte Contemporanea di Milano dedica a Regina José Galindo. Che si tratti di abisso ce lo conferma sin da subito una delle prime opere esposte: Confesion (2007), dove l’artista sperimenta su di sé la terribile pratica del waterboarding, durante una performance di cruda violenza che riporta alla memoria altre scene di torture tristemente note. L’artista, in questa come in altre opere, esercita il proprio corpo alla violenza, alla privazione, all’inermità. Per quanto la scena sia reale, è pur tuttavia controllata: vediamo la mano della donna battere disperata sul bidone per far segno all’uomo che le opprime la testa sott’acqua di lasciarla sollevare. Mediata dall’intenzione artistica, una scena che altrimenti riterremmo insopportabile diventa per noi meno grave, tanto che impariamo a guardala; possiamo così soffermarci e farla entrare.

Regina José Galindo è un’artista guatemalteca nata nel 1974, alta un metro e quarantasette per quaranta chili di peso; proviene da una famiglia medio borghese di origine maya; studia per diventare segretaria d’azienda. A vent’anni avviene per lei l’incontro con la Storia del suo Paese e l’avvicinamento al mezzo artistico: priva di alcuna formazione accademica, fa del suo corpo il proprio strumento espressivo.

Negli anni Novanta il Guatemala è un Paese martoriato da trentasette anni di guerra civile, teatro di 200.000 morti e di un genocidio perpetuato ai danni delle popolazioni indigene. In uno degli ultimi lavori di Galindo, La Verdad (2013), è possibile ascoltare i racconti dei sopravvissuti alle stragi dell’esercito guatemalteca: racconti di stupri, violenze, uccisioni, torture, scempi, dove le protagoniste sono per la maggior parte donne. L’artista legge le testimonianze con voce ferma e monotonica, fermandosi di tanto in tanto quando un dentista la raggiunge al tavolo per iniettarle in bocca una dose di anestetizzante. Dopo ogni iniezione si porta la mano alle labbra e ricomincia a leggere: le parole si fanno sempre più tenui e cadenzate, fino a quando diventano puro fiato e si tace.

La costante dell’opera di questa giovane artista sudamericana è quindi il corpo, visto come massa corporea umana priva di individualità e capacità di opposizione – per questo nelle sue opere appare spesso nuda e immobile: si lascia toccare, spostare, sedare, operare. È tuttavia un corpo fermo, resiliente, capace cioè di adattarsi e di vivere nelle peggiori difficoltà, esattamente come il suo popolo.

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La resilienza è forse il filo rosso che lega tutta la sua produzione. Nonostante il protagonista di ogni performance sia il suo corpo, il senso di ogni opera è comunitario. Le azioni richiamano le violenze subite da altre persone, così come le pratiche barbare cui sono sottoposte molte donne, o l’esperienza della morte, che tutti c’accomuna. In molte azioni Galindo chiede al pubblico di intervenire, andando così a completare, o a trasformare, la performance. Due esempi sono particolarmente significativi: in Negociacion en turno (2013) la bara che avvolge l’artista viene sostenuta a braccio da due fila di persone che devono passarsela di spalla in spalla per un lungo tratto; in Alud (2011) l’artista giace invece nuda su un tavolo da obitorio, sporca di fango, mentre al suo fianco sono collocati un rubinetto mobile e degli asciugamani bianchi. In entrambe le performance si parla e si fa esperienza di morte ma quello che rimane all’osservatore è il senso di necessità con il quale le persone resistono sotto il peso di duecento chili di ferro e la cura con la quale decine di altre persone si susseguono, senza esservi state invitate, a pulire il corpo della ragazza, i suoi capelli e persino il tavolo sul quale giace.

Regina José Galindo ci accompagna nell’esercizio della privazione, della limitazione e del dolore eppure ciò che si ha all’uscita è una grande forza e un grande senso di potenza. L’impressione che fino a quando si respiri e si possa camminare o anche solo stare fermi e guardare, si sia ancora vivi, e questo conti, più di tutto.

Una volta conclusa la visita, tornando all’ingresso, date un’ultima occhiata alla grande scritta in ferro battuto che dà il nome alla retrospettiva; uscendo, attraversate la strada e fate un giro ai Giardini Pubblici Indro Montanelli. Di questi tempi gli alberi sono in fiore.
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Regina José Galindo, ESTOY VIVA

a cura di Diego Sileo ed Eugenio Viola
25 marzo 2014 – 8 giugno 2014
PAC Padiglione di Arte Contemporanea, Milano
Martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica 9.30 – 19.30 / Giovedì 9.30 – 22.30
Ogni domenica dalle 17.30 e ogni giovedì dalle 19.00 visita guidata gratuita in supplemento all’acquisto del biglietto.


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