LE MERAVIGLIE di Alice Rohrwacher, ovvero del fare film con semplicità

di Fabio Quartaroli

Ma però (10)

Per antitesi, inizierò parlando di un altro film in concorso alla stessa edizione del festival di Cannes: Maps to the stars, di David Cronenberg; ben lontani dai livelli quasi poetici di Cosmopolis, ci viene presentata una tragedia classica di artificiosità esagerata, con incesti, incendi, omicidi e quant’altro, ambientata nel mondo degli attori hollywoodiani “tra un film e l’altro”, ma senza alcuna critica morale o attacco satirico, come spesso accade in questo genere (ricordo tra i più recenti Disastro a Hollywood, con Robert De Niro nel ruolo di un produttore cinematografico); un pensiero solo riempie il senso di vuoto quando si arriva ai titoli di coda: “Che film scemo!”.

10335912_10203201570154348_818557496_n

Ad un genere opposto appartiene l’argomento vero di questo articolo, Le meraviglie di Alice Rohrwacher, unico film italiano in concorso e vincitore del Grand prix. Forse la trama non sembrerà delle più originali: un’adolescente, Gelsomina, prima di quattro figlie, trascorre le vacanze estive isolata nella pianura umbra aiutando il padre apicoltore, ma alcune incursioni dal mondo esterno la portano al sofferto scontro col genitore, che si ostina a vedere in lei la bambina che non è più.
Tuttavia l’abilità della regia sta nel dare un nuovo10482375_10203201569234325_1736689192_n giro di vite ad ogni cambio di scena, senza per questo soffocare la trama con un eccesso di elementi, ma accompagnando lo spettatore nella vita di questa famiglia poliglotta (il padre e la zia parlano tedesco, la madre francese e le figlie italiano), tra gesti quotidiani (i bisticci tra sorelle, la preparazione della conserva di pomodoro, i lavori nell’orto o la chisciottesca lotta del padre contro l’utilizzo di pesticidi chimici) ed eventi eccezionali, in particolare due: l’arrivo in paese di una troupe televisiva e l’ingresso nel nucleo familiare di un delinquente in riabilitazione, altro adolescente che si esprime unicamente fischiando (in questo mutismo e nell’incomprensione da parte degli adulti si rispecchia la protagonista, ma il loro resterà un rapporto goffo, senza romanticherie e tuttavia delicato come le zampette delle api sul volto).

10449611_10203201568794314_2130159157_n

Attraverso le note di una popolare canzone di Ambra Angiolini, che ricorda subito “Non è la RAI”, scopriamo che il tempo è quello di vent’anni fa, quello dell’adolescenza della stessa regista e sceneggiatrice (fa pensare il fatto che i registi italiani, quando vogliono parlare di giovani in modo non frivolo, si affidino sempre al passato, com’è capitato anche ne I giorni della vendemmia, di produzione reggiana).
A quella stessa musica è associato anche il balletto che Gelsomina e la secondogenita Marinella improvvisano di nascosto dai genitori, come un patto tra sorelle, che cambia subito il nostro modo di vedere la più piccola. Prima attrice ad entrare in scena ad inizio film, dipinta come bugiarda e dispettosa, abbastanza irritante per la mia esperienza da “fratello maggiore”, che poi arriverà in un certo senso a spostare su di sé le simpatie del pubblico: forse il carattere meglio tratteggiato, spodestata dal mondo dell’infanzia dalle sorelline più piccole, pretende che le venga riconosciuta almeno la leggerezza caratteristica della giovinezza, un solido sostegno per la sorella maggiore, tanto più timida e impacciata (e indiscutibilmente una recitazione credibilissima, nonostante la giovanissima età dell’attrice).
Più vago è il personaggio della presentatrice del programma “Il paese delle meraviglie”, Milly Catena, interpretata da Monica Bellucci, ruolo marginale, che già dal surreale e quasi felliniano incontro alle cascate mostra alcuni segni di disagio interiore per una vita che non la soddisfa, e un’estrema dolcezza verso la giovane Gelsomina, più attraverso il silenzio che non con le parole vuote che la sua professione richiede.
Le meraviglie, di Alice RohrwacherUn film fatto di continui piani-sequenza, come spesso nel cinema indipendente, che dilatano le scene rallentando un po’ la narrazione, senza però annoiare. Nella parte finale il montaggio si fa più accelerato: abbiamo un’alternanza di sequenze quasi caotiche e l’apparizione delle meraviglie, quando non ci sono più equilibri, per un finale evocativo e magico da “neo-neorealismo magico”, con un cammello in giardino, ombre di folletti sulle pareti di una grotta e l’ultima parola pronunciata da Marinella “fantasma”. Come se in fondo tutto questo non fosse stato altro che una storia di fantasmi, idea che si consolida con le immagini della casa abbandonata, quando ormai tutti se ne sono andati, volati via come quella garzetta davanti alla porta.


One thought on “LE MERAVIGLIE di Alice Rohrwacher, ovvero del fare film con semplicità

Lascia un commento