Ali per la memoria

Viva l’Italia, le morti di Fausto e Iaio secondo César Brie

di Anna Cingi

Ma però (4)

Premessa: io credo che insieme alle vaccinazioni tutta la popolazione nazionale dovrebbe ricevere richiami obbligatori a teatro, e dirò di più, non sarebbe male se qualcuno di questi richiami riguardasse uno spettacolo di César Brie.
Non c’è bisogno di essere teatrofili accaniti né addetti ai lavori né radical chic: Brie è un’ottima prova di quanta forza il teatro possa avere oggi, di come, senza bisogno di finzioni o provocazioni aggiunte, possa comunicare tantissimo a tutti.
Il lavoro con cui imbastisce i suoi spettacoli è delicato e minuzioso, completo e coerente: comincia con un’analisi della parola, della sua metrica, il suo suono e le sue possibili visualizzazioni, e arriva a una messa in scena in cui spazio scenico e recitazione sono un unico organo pulsante. La tecnica diventa essenzialità, pulizia; ci investe un’esperienza umana fortissima, di grande comunicazione ed empatia.
Fine della premessa. Ecco: con questa opinione già abbastanza consolidata lo scorso venticinque aprile sono entrata nella sala in cui avrei visto Viva l’Italia, spettacolo diretto da Brie ma scritto da Roberto Scarpetti che riporta un episodio tragico degli anni di piombo, quello di Fausto e Iaio.

Veniamo allo spettacolo dunque.

Viva-lItalia_locandina

La storia di Fausto e Iaio non è del tutto nota fuori da Milano, e credo possa servire un accenno ai fatti di cronaca. Per maggiori e più precise informazioni rimando ai siti dedicati (qui e qui, ad esempio) e per un riassunto più dettagliato alla pagina di Wikipedia.
Siamo nel ’78, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci hanno diciotto anni e frequentano il centro sociale Leoncavallo a Milano; stanno conducendo indagini sullo spaccio di eroina e cocaina gestito dalla criminalità di estrema destra nel quartiere del centro sociale. Il 18 marzo tre persone li aspettano, li avvicinano e li uccidono con otto colpi di pistola, per poi sparire; questo avviene subito dopo il rapimento Moro e nonostante la forte militarizzazione e la presenza di numerosi posti di blocco in città. L’omicidio viene rivendicato subito dopo i funerali dalla brigata Franco Anselmi dei NAR, nuclei di terrorismo neofascista romano, in un comunicato che definisce i due ragazzi “servi del sistema”. Il materiale raccolto dai due sul traffico di droga viene trafugato poco dopo.
La polizia dapprima liquida l’assassinio come un regolamento di conti, e nonostante la rivendicazione dei NAR fino al ’92 non segue la pista dell’omicidio politico.
Parallelamente alle prime indagini, un giornalista dell’Unità, Mauro Brutto, comincia a raccogliere informazioni sul caso; osservando l’estrema organizzazione e professionalità degli assassini sospetta da subito un’implicazione politica più ampia. Nel novembre dello stesso anno sopravvive a un primo tentativo di omicidio ma non al secondo: viene investito da un’auto che sembra puntarlo, e la sua borsa contenente tutto il materiale scompare. Le indagini sono svolte frettolosamente.
Anche se negli anni la polizia otterrà degli indiziati ben precisi rispetto agli assassinii di Fausto e Iaio, l’inchiesta sarà archiviata nel 2000 a causa della natura indiziaria delle prove. Tuttora nessuno è riconosciuto colpevole.

Viva l’Italia, dunque.
Tante piccole italianità sono disseminate nello spettacolo, tante piccole persone ciascuna con la propria identità scoperta, appesa a una vita molto fragile, la paura e il coraggio che si intrecciano, e una fine, un muro davanti.
Un muro per la madre di Iaio, quello con la targa di commemorazione.
Per Fausto e per Brutto e per gli altri il muro di una morte troppo cruda, che sbarra l’orizzonte e lo chiude fuori.

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Foto di Luca del Pia, da emiliaromagnateatro

La scena infatti è tutta raccolta tra due superfici verticali, una opaca, una semitrasparente. Di altro ci sono solo due casse di legno che diventano ora un ufficio, ora una panca, ora una porta che sbatte, e incorniciano i dialoghi in uno spazio ridotto, claustrofobico.
Sembrano bunker in cui proteggersi da quell’esterno troppo aperto, troppo isolato, dove si è soli, dove le persone che ci passano accanto sono molto distanti, oltre la pelle livida del cellophane.

La foto viene da ibrianza.net

È un gioco di grande sensibilità e pochi elementi semplici, capaci di trasformarsi con precisione; il testo di Scarpetti è una voce con cui la regia entra in risonanza, non una struttura da ricalcare; ogni piccolo gesto aggiunge qualcosa di spontaneo e necessario insieme.
“La realtà che mi interessa è multipla, non è la banalità che si vede. Il reale è in agguato e la scena è uno dei luoghi dove possiamo percepire l’inespresso, il latente, ciò che pulsa e non ha voce. È così che affronto i testi, cerco di vedere cosa nascondono, non cosa mostrano. Quello che mostrano sta nelle parole scritte dall’autore, quello che nascondono sorge dalla nostra ricerca.” (César Brie su emiliaromagnateatro)

A proposito di drammaturgia e regia, mi ha subito colpito questa simbiosi: in Viva l’Italia da una parte ci sono le parole di Scarpetti, che è troppo giovane per avere vissuto quell’Italia lì; dall’altra la direzione di Brie, che italiano in origine non lo è, e invece nel ’78 era a Milano: aveva ventiquattro anni e da quattro aveva lasciato Buenos Aires per trovare rifugio politico in questo paese. In entrambi i casi questo pezzo di storia inquadrato in uno spettacolo rappresenta un’acquisizione di identità.

Identità assunte per geografia: quella italiana, milanese, César Brie l’ha incontrata presto: il suo è un processo di digestione, l’espressione di un vissuto personale che è ancora storicamente nebuloso. Come emerge da un’intervista sul blog Spettacolarmente: “Tutti noi abbiamo partecipato in qualche modo a quegli anni. Non abbiamo fatto una riflessione comune e collettiva, non c’è stato un grande dibattito. Il caso di Fausto e Iaio è uno degli emblemi di quanto sia stata ambigua questa situazione, perché accanto a quello che poteva essere il terrorismo, c’è un immenso movimento giovanile che non si riconosceva nei partiti tradizionali, che non era violento e che era ritenuto a torto complice di qualcosa che poi diventò il terrorismo. Con questo non sono mai stati fatti i conti”.

Dall’altra c’è un’acquisizione di memoria, di identità storica da parte di Scarpetti; una scelta di testimonianza. “Perché in Italia sono successe, e continuano a succedere, cose del genere? Perché in certi casi è così difficile ottenere giustizia? Perché sembra impossibile arrivare alla verità? Quante verità esistono? Ecco, ho scritto questo testo per capire, o almeno per cercare di capire. […] Da parte mia, non ho cercato una verità nello scrivere, non sono in grado di offrirne una. Ho solo tentato di metterci dentro il mio punto di vista, a tratti il mio sdegno, le mie emozioni.” (Ancora da emiliaromagnateatro)

971480_500462370003212_480007938_nIl testo ha una grande efficacia nel renderci tutti partecipi di fatti che ci riguardano eccome, anche se magari non c’eravamo; la messa in scena ci inietta la storia sottopelle, crea un’alchimia in cui le esperienze sociali diventano profondamente intime, e l’emozione personale è capace di rendersi spontaneamente collettiva. Fa pensare che dopotutto l’identità e la memoria abbiano meno radici e più ali di quello che sembra; molto ne assorbiamo trapiantandoci altrove o scavando nella memoria degli altri, e un po’ ci capita, ma in fondo è anche una questione di scelta.
Sono uscita molto scossa da Viva l’Italia, io che ancora di Milano non mi sentivo, io che però negli ultimi tre anni avevo abitato proprio in mezzo a quelle vie in cui hanno vissuto e sono morti Fausto e Iaio. Ho voluto tenermi attaccato addosso un pezzetto di quella storia, farmi assorbire un po’ di più da questa città, per diventare un pezzo della sua memoria composita e un po’ ermetica, ma magari meno estranea di quanto sembrerebbe.
Percorrendo via Monte Nevoso, via Casoretto, e all’incrocio dove via Accademia diventa il corridoio rettilineo e deserto di via Mancinelli il cielo oggi è opaco e spesso, e c’è luminosità nell’aria.


Nota: se volete tenervi aggiornati sulle repliche di Viva l’Italia (dove e quando) basta seguire la pagina Facebook dedicata.
Le foto sono di Luca Del Pia.

One thought on “Ali per la memoria

  1. Brava, mi è sembrato di essere lì, a teatro, hai saputo rendere tutto molto vivido trasmettendo le tue emozioni. Complimenti!

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