La servitù del Resegone

di Samuela Serri

Ma però (3)

C’era una volta una storia che raccontava di un giovane scappato a Milano per nascondersi dagli sgherri di un Don, con in tasca una lettera per un padre dei cappuccini e in mente un nome: Lucia. Questo giovane, si diceva, entrò a Milano per Porta Orientale, fino a che, nei pressi della croce di S. Dionigi, non vide a terra delle sospette bianche strisce di farina…
L’avete riconosciuto, non è vero? Ovviamente stiamo parlando di Renzo, e la zona che attraversa nel suo primo viaggio a Milano è quella del quartiere che oggi è di Porta Venezia. La testimonianza di Manzoni e dei Promessi Sposi è preziosa, perché tutto (o quasi) quello che Renzo vede in questa zona durante il suo primo viaggio a Milano non c’è più, andato perso nella grande rivoluzione architettonica che interessò il quartiere a partire dalla seconda metà del ‘700.
Caro buon vecchio Don Lisander! Lui li conosceva bene i protagonisti dei questo fervore edilizio: gli austriaci, che, con alterne vicende, dominarono Milano fino al 1848.

L’annessione di Milano e del suo ducato all’impero Asburgico ebbe come riflesso lo spostamento del centro del potere a Vienna, e quindi alla strada che conduceva direttamente alla capitale: l’attuale Corso Venezia con la sua porta, allora Porta Orientale. 426114_3756615967356_601877424_nQuello che nel Seicento e nel primo Settecento era un quartiere prevalentemente spoglio, privo di abitazioni (poco più in là era situato il nostro famoso lazzaretto) sotto il dominio asburgico diventa la sede delle moderne abitazioni di lusso, e il corso il luogo prediletto di passeggiata delle belle dame della buona società milanese.
Tutto si trasforma: a pochi chilometri dalla città sorge la Villa Arciducale di Monza, poi utilizzata anche dai reali italiani e definitivamente abbandonata dopo il 1900, a seguito dell’assassinio di Umberto I da parte dell’anarchico Bresci. Parallelamente, alla fine del secolo in città viene costruita la Villa Belgiojoso, con il suo intimo e raccolto giardino all’inglese. Le linee diritte e pulite dei 20140322_112724palazzi del corso si specchiano nei laghetti e contrastano coi viali sinuosi dei giardini all’inglese, dove si mescolano statue classiche e architetture medievaleggianti, secondo l’incipiente gusto romantico. Il piccolo giardino di quella che oggi è la Villa Comunale confina e digrada nei maggiori Giardini Pubblici di Porta Venezia (oggi Giardini Indro Montanelli). È proprio qui che sorgeva l’antica chiesa di S. Dionigi, dove Renzo trova inaspettatamente le pagnotte (che raccoglie, promettendosi di restituirle).

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Ora, anche se questo non fosse uno dei miei luoghi preferiti in città (e lo è senz’altro), non potrei comunque fare a meno di usare toni entusiastici. I giardini pubblici non sono uno di quei parchi in cui, appena entrati, ci si dimentica di essere in città. Il giardino dialoga fortissimamente con il corso fuori di esso: l’originaria progettazione geometrica “alla francese” dovuta al Piermarini richiama la grandezza di quello che allora era il viale del potere, della corte, della buona società dominante. Quell’aristocrazia milanese che leggeva Il Caffé, gli illuministi italiani (Milano fu uno dei più famosi centri dell’”assolutismo illuminato”), le poesie del Porta e i versi del Parini. E come i nobili del Parini, andava a spasso: su e giù lungo corso Venezia ed i bastioni.
E il giardino era un vero e proprio luogo di delizie, progettato per il loisir: nei secoli successivi accolse l’acquario, il planetario e il Museo di Storia Naturale (nell’Ottocento una delle più grandi raccolte di questo tipo a livello europeo). La grande Via Marina, costeggiata da tigli, olmi e ippocastani, era collegata ai bastioni da una scalinata appositamente progettata dal Piermarini, poi scomparsa nel successivo progetto ottocentesco, disegnato dal Balzaretto, che prevedeva un ampliamento “all’inglese” del giardino. Così, oggi ci trovate laghetti, sentieri, rocce artificiali che aumentano il sentimento pittoresco che questo tipo di giardini doveva suscitare allora (e anche adesso ci riesce benissimo).

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Ma perché tutta questa attenzione al Corso da parte del governo austriaco e milanese? La strada che dalla città conduceva a Vienna non era soltanto un luogo di transito, ma la protagonista di un vero e proprio rito della società cittadina: la sera era tutto un viavai di carrozze dei nobil signori, che venivano ad ammirare il tramonto sui bastioni: così tante da creare, a volte, dei veri e propri ingorghi. Dai bastioni di Porta Venezia si poteva abitualmente ammirare il Resegone, come oggi può capitare solo nelle giornate più limpide dell’anno. E una assolutamente lungimirante legge edilizia proibì per diversi anni la costruzione, nei pressi della Porta, di edifici che ne oscurassero la vista. Questa legge prese il nome suggestivo di “servitù del Resegone”, ed è anche il motivo per cui non c’è un grandioso arco ad accogliere le carrozze imperiali, ma due caselli daziari gemelli (e piuttosto bassi). Oggi di questo luogo e di questo tempo, quando era importante il volto della città in cui si viveva, rimangono splendidi palazzi e un giardino, con i bambini che ancora saltano sulle giostre dei cavalli stanchi.

“Era strano udir parlar di lago, di montagne, di vita semplice, sul corso di Porta Venezia tra il doppio flutto della gente che calava ai bastioni, tra il fragor sordo delle ruote sulle trottatoie e il calpestìo vibrato dei cavalli di lusso, davanti alle cantonate bianche, rosse, gialle di affissi d’ogni genere. Non c’era più sole; le nubi dorate riflettevano da ponente una luce calda sulle case più alte e il vento portava in viso tratto tratto odore di primavera, di sigari, di profumeria. Le signore che scendevano il bastione in carrozza, parevano correr giù verso l’orizzonte limpido, abbandonarsi con insolito languore, silenziose, alle carezze dell’aria tepida. E due lunghi rivi neri di gente, picchiettati d’abiti chiari femminili, scendevano a destra e a sinistra del Corso con un gran rombo confuso di passi e di voci, come due lunghe striscie di stoffa pesante trascinate pei marciapiedi fuori del fitto ombroso della città.” (da Malombra, Antonio Fogazzaro)

 

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