Trittico: Sade, duecento anni dopo.

di Alberto Bergamini

Ma però (6)

Premessa

Sade, duecento anni dopo.

Ritratto di Sade a vent’anni

Duecento anni fa, precisamente il 2 dicembre 1814, moriva Donatien-Alphonse-François, marchese de Sade. A dispetto del suo auspicio che la propria tomba non fosse altro che una fossa scavata nel bosco, priva di alcun segno di riconoscimento, e che anzi sopra vi fossero seminate delle ghiande affinché presto si confondesse con il resto della vegetazione, in modo tale che ogni traccia del suo ricordo scomparisse dalla memoria dell’umanità¹, il suo ricordo non è scomparso affatto, ma al contrario ha continuato a inquietare e a mettere l’umanità di fronte a se stessa fino ai giorni nostri.
Sono convinto che a partire dall’istante in cui questo mostro (in tutte le accezioni) ha preso in mano la penna, non sia più possibile affrontare qualsiasi discorso di natura intellettuale senza ineludibilmente confrontarsi con lui, con il significato stesso della sua esistenza, prima ancora che con la sua opera. Nel sostenere questo, lo dichiaro, non sono in alcun modo mosso dal fascino, che tante volte mi è stato rinfacciato, per l’estremo a ogni costo o per la pornografia fine a se stessa. Al di là del fatto che ritengo la questione mal posta poiché, essendo il Pensiero per forza di cose (che lo si riconosca o meno) l’attività più estrema che esista, accusare qualcuno di fare del pioniere dell’eccesso un punto di riferimento è un’evidente idiozia, bisogna notare che in Sade la pornografia non è mai fine a se stessa², ma va invece nella direzione, seppur in maniera non sempre chiara o del tutto consapevole, di sostituire la metafisica nel suo ruolo di Prima Philosophia, in quanto individuazione della struttura sostanzialmente pornografica della realtà. E in questo sta l’ineludibilità di Sade: la sua opera, ma più ancora la sua vita, la sua stessa persona, costituiscono il più esauriente e definitivo discorso sul male, o meglio su quel complesso di dispositivi e meccanismi fisici che siamo abituati a chiamare male (e che senz’altro relativamente a noi, alla nostra percezione, lo sono), a nostra disposizione, la pietra di paragone con cui qualsiasi altro discorso su ciò che chiamiamo male deve per forza di cose confrontarsi per saggiare la propria validità; e, tenuto conto che qualsiasi discorso intellettuale è, al netto, un discorso su ciò che chiamiamo male, non mi sembra cosa trascurabile. Per queste ragioni sostengo quindi che Sade sia semplicemente ineludibile, piaccia o no. In questo senso faccio mie le parole di Baudelaire quando, in una nota del suo journal³, osserva: «Bisogna sempre rifarsi a Sade, e cioè all’uomo naturale, per spiegare il male». Sotto questo aspetto, mi capita spesso di pensare a quante boiate sarebbero state risparmiate all’umanità (prima fra tutte, il Comunismo)4 se solo si fosse riflettuto più a fondo sull’opera di Sade. Per parte mia ho quindi l’orgoglio di riconoscere la necessità intellettuale di questa riflessione e di non sottrarmici.
Con questo spirito nasce il presente Trittico, del quale pubblico oggi il primo pannello, cui nel corso dell’anno faranno seguito gli altri due.

 

I pannello:
epistolario di un illuminista carcerato.

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Sade è un illuminista. Se veramente il punto di questo primo pannello fosse difendere questa tesi, mi troverei, come si suol dire, a sfondare una porta aperta. D’altra parte, visto e considerato che difficilmente a ventitré anni si hanno già gli strumenti necessari a sfondare porte chiuse, non credo ci sarebbe niente di male. In ogni caso, mi sembra che al giorno d’oggi la comunità filosofica sia tendenzialmente orientata a ammettere entro i confini labili e poco definiti di quel fenomeno straordinario che fu l’Illuminismo anche la figura del Divin Marchese. Sia pure, sottolineiamo, assegnandoli un posto a parte, che ne sancisca la marginalità rispetto al fenomeno considerato, e dunque la non-rappresentatività. Prova ne sia, quello che scrive Massimo Mori nella sua Storia della filosofia moderna, a proposito dell’illuminismo:

All’atteggiamento illuministico è dunque connesso un sostanziale ottimismo, fondato sulla fiducia nel progresso storico e sulla identificazione della natura con un principio d’ordine e di razionalità. Anche quando questo ottimismo cede di fronte a una pessimistica considerazione della natura umana – come in Voltaire – non dà tuttavia luogo, se non sporadicamente (per esempio, nel marchese De Sade), a fenomeni di nichilismo, ingiustamente sopravvalutati da certa critica recente5 [corsivo mio].

Capito? Quindi ok, va bene, Sade è un illuminista, ma: primo, lo è giusto per non lasciare porte da sfondare ai ventitreenni e, secondo, conta poco.
In realtà questo atteggiamento ermeneutico ha degli innegabili vantaggi, dal momento che, siccome certa critica recente si è comunque intestardita a sopravvalutare ingiustamente il lavoro di Sade, di conseguenza certi professori si fanno un punto d’onore nel mostrare quanto sono, per così dire, à la page; ne segue che è in linea di principio possibile conseguire una laurea triennale in filosofia (con lode) senza aprire un libro ma tirando fuori Sade al momento giusto a ogni esame. Provateci. Vi assicuro che funziona.
Scherzi a parte, quello che scrive Massimo Mori è senz’altro corretto: fare di Sade una figura centrale di ciò che storicamente si è proposto e affermato come illuminismo sarebbe una forzatura interpretativa macroscopica che può incontrare il favore solo di chi coltiva sistematicamente il gusto del paradosso. Tuttavia, amando io alla follia tanto il gusto del paradosso quanto le porte (chiuse) da sfondare, vorrei porre la questione in una luce diversa e, rovesciandone i termini, non tanto ricondurre Sade all’illuminismo (Sade è un illuminista) quanto l’illuminismo a Sade (l’illuminismo, quello vero, è Sade). Partendo ovviamente dal punto centrale: Sade stesso. L’uomo, la bestia. Il genio.

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La fortezza di Vincennes

Il 13 febbraio 1777, dopo molti e diversi episodi di arresti, fughe, brevi carcerazioni e, in qualche caso, evasioni, Sade viene definitivamente rinchiuso nella fortezza di Vincennes. Vi resterà per cinque anni e mezzo, prima di essere trasferito, nel 1784, alla Bastiglia, dove soggiornerà fino al 1789, prima di essere nuovamente prelevato, alla vigilia della rivoluzione6, e trasferito al manicomio di Charenton dove rimarrà fino al 1790, quando l’Assemblea Costituente abolirà le lettres de cachet (in forza delle quali Sade era incarcerato). La libertà dura appena undici anni: il 3 aprile 1801, in seguito alla pubblicazione di Justine e Juliette viene rinchiuso per immoralità nel carcere di Sanit-Pèlaige; il 14 marzo 1803 viene trasferito al carcere di Bicêtre e il 27 aprile di nuovo al manicomio di Charenton, dove resterà fino alla morte. In totale circa venticinque anni di prigione, scontati in cinque carceri. Venticinque anni di carcere per l’uomo che Gilbert Lely definì «lo spirito più libero di tutti i tempi».
Mi pare che la testimonianza più intensa e inequivocabile di questa radicale determinazione alla libertà a ogni costo ce la offrano le numerosissime lettere che nel corso della sua prigionia Sade inviò, in prevalenza alla moglie, e di cui il lettore italiano può godere nella ricca, seppur non completa, raccolta Lettere da Vincennes e dalla Bastiglia (vedi nota 2). Dicevo “testimonianza più intensa e inequivocabile” e questo giudizio potrebbe apparire ispirato a quel tipo di pedanteria alessandrina che fa degli scritti minori l’asse portante del proprio discorso, dal momento che senz’altro l’epistolario di Sade è privo di quella potenza e mostruosità di cui traboccano invece le sue opere vere e proprie, e in cui abbondano esempi di libertà senza alcun tipo di freno, di pura frenesia e scatenamento7. Tuttavia mentre là siamo all’interno della completa finzione letteraria, e di conseguenza la tensione alla libertà incontra senz’altro meno resistenze (almeno nell’ambito dell’atto creativo: altra storia sono le difficoltà editoriali), nel caso delle lettere abbiamo a che fare con la realtà storica di un uomo rinchiuso per più di venticinque anni e che nonostante ciò e, letteralmente, nonostante tutto, è e resterà sempre determinato a non chiedere scusa, cambiare, ravvedersi o, quel che più conta ai fini del nostro discorso, abiurare e abdicare all’evidenza che il suo ragionamento gli mostra come tale:

Ma il mio modo di pensare, dite voi, non può essere approvato. E che mi importa? Pazzo colui che adotta un modo di pensare per ottenere l’approvazione degli altri. Il mio pensiero è frutto di riflessioni, è legato alla mia esistenza e alla mia costituzione; non sono padrone di mutarlo, e se pure lo fossi non lo vorrei [corsivo mio]. […] E poi non è stato il mio modo di pensare a causare la mia infelicità, bensì il modo di pensare degli altri. Colui che segue la ragione ha in dispregio i pregiudizi degli sciocchi, e per conseguenza diventa il loro nemico naturale: deve aspettarselo e non curarsene.

Lettera 42 (alla moglie)

Chi parla qui non è il personaggio di un’opera volterriana, ma invece un uomo recluso ormai da sei anni, senz’altro più a causa delle sue idee che delle sue azioni8, ma che è e resta determinato, ostinatamente determinato, a non abdicare a quelle idee poiché esse sono «frutto di riflessione» e dunque partorite seguendo la ragione. Qualunque cosa essa riveli. Di nuovo, nella lettera 26 (sempre alla moglie) Sade tuona: «Dovessero, queste sciagurate catene, dovessero portarmi alla tomba voi mi vedrete sempre uguale a me stesso», o, ancora, nella lettera 22: « e protesto e giuro su ciò che ho di più sacro al mondo che potranno anche scorticarmi vivo, ma io non defletterò mai dal mio principio». Gli esempi sarebbero ancora molti, ma in generale, in maniera ora più ora meno esplicita, tutto l’epistolario è una colossale dichiarazione di indisponibilità a abdicare alla libertà di riconoscere per vero ciò che il solo ragionamento ha mostrato tale, a prescindere da quanto orribile o terrificante o contrario all’uomo questa verità sia.
Mi sembra che Indisponibilità a abdicare alla libertà di riconoscere per vero ciò che il solo ragionamento9 ha mostrato tale sia (con buona pace di Kant) una perfetta definizione di illuminismo. Si potrebbe però ribattere, come farebbe il buon Massimo Mori (che citavo all’inizio), che in effetti a ciò che storicamente si è proposto e affermato come illuminismo è sempre congiunta una certa fiducia nelle possibilità di perfettibilità dell’uomo, da cui segue il più delle volte una certa visione ottimistica dell’uomo, da cui segue il più delle volte l’assioma per cui un pensiero è illuminista solo nella misura in cui parla a favore dell’uomo. La verità che un pensiero autenticamente illuminista deve rivelare non può dunque prescindere dal suo grado di positività: se ciò che viene proposto è orribile o terrificante, per forza di cose non può essere vero. In questa prospettiva va da sé che Sade resta escluso.
Tuttavia, penso sia il caso di fare finalmente una distinzione che, a quanto so, non è mai stata fatta.
Illuminismo è un termine ambiguo. Lo si può intendere come movimento che apporta una luce o come movimento che illumina. Le due cose posso apparire, a prima vista identiche, ma sono in realtà profondamente differenti. Penso sia innegabile che per noi l’idea di ricevere una luce sia intrinsecamente positiva, poiché a essa sono esteticamente connesse idee di uscita dal buio, dalla paura, e dunque di speranza: il punto della faccenda diventa da luce stessa, il lume stesso che ci viene portato. Intendere per illuminismo un movimento che apporta una luce, significa necessariamente intenderlo come apportatore di qualcosa di positivo, intrinsecamente positivo; in questa accezione illuminismo non viene a significare qualcosa di molto diverso da vangelo: buona notizia. E è senz’altro storicamente vero che l’illuminismo ha apportato (o ha preteso di apportare) una luce, una buona notizia: «l’uscita dell’umanità dallo stato di minorità» appunto, e dunque l’inizio del suo cammino verso quell’orizzonte di positività che le è necessariamente proprio.
In questa prospettiva la luce, il lume, la buona notizia, era che l’umanità fosse in se stessa degna in virtù delle possibilità della propria ragione. Tuttavia questo restava un assioma: la dignità dell’uomo procedeva dalla sua ragione, ma proprio per questo alla ragione non era concesso mettere in dubbio la sua (tanto sua propria quanto dell’uomo) dignità. Alla fiducia nella dignità della divinità, che veniva sempre più velocemente liquidata, si sostituiva la fiducia nella dignità dell’uomo, ma sempre di fiducia (cioè di fede) si trattava; più ancora, questa fiducia nella dignità della ragione dell’uomo era il punto di partenza per dimostrare che l’uomo è degno in virtù della sua ragione, di cui perciò deve avere fiducia. La Petitio Principii è palese.
Senz’altro, per carità, questo atteggiamento ha le sue giustificazioni storiche e i suoi frutti che nessuno si sogna di negare… tuttavia mi sembra che, visto questo vizietto di fondo, questa persistenza, alla fine, di un dogma non diverso nella sua forma da quelli che l’illuminismo si proponeva di sradicare, sia più corretto parlare, nel caso di questa prima interpretazione dell’illuminismo come movimento che apporta una luce, non di vero e proprio illuminismo ma piuttosto di illumanismo, mi si passi il neologismo, dal momento che i risultati delle investigazioni della ragione non sono del tutto liberi, ma vincolati al rispetto del dogma della dignità dell’uomo.
Diverso è il caso dell’interpretazione dell’illuminismo come movimento che illumina.
L’interpretazione è senz’altro più neutra e non vincolata: se mi propongo di illuminare qualcosa al fine di conoscerlo, non do garanzie a priori della sua positività né in alcun modo accenno a una sua determinazione estetica o morale, proprio perché ancora non lo conosco. Se illumino una stanza per sapere cosa c’è dentro non mi pronuncio, per il fatto stesso che la illumino, se dentro ci saranno tesori o merda; la illumino nello stesso modo sia che dentro ci siano tesori sia che ci sia merda; accetto e prendo atto del risultato della mia indagine sia che ci siano tesori sia che ci sia merda. Allo stesso modo, se illumino la natura umana per vederci chiaro, l’ho illuminata autenticamente, sono autenticamente illuminista, se prendo atto di ciò che ho illuminato, a prescindere dal fatto che sia positivo o terrificante. Esattamente come fa Sade.
Per tutta questa serie di considerazioni penso che per quello splendido e importante fenomeno che si è storicamente affermato e proposto come illuminismo sia più corretto il termine illumanismo, riservando il termine illuminismo vero e proprio a atteggiamenti di pensiero più vicini a quelli di Sade o, a casa nostra, di Leopardi, i quali rappresentano dunque l’essenza più autentica dell’illuminismo, come dicevo all’inizio.
Concludo con un aneddoto, raccontatomi da mia madre e che mi sembra sintetizzi felicemente tutto il nostro discorso. Durante i suoi studi in Germania, le capitò di seguire un seminario sull’illuminismo. Al termine di una delle sedute, in cui si era divagato tirando in ballo Rousseau, i diritti dell’uomo e tante altre belle cose, una sua compagna di studi manifestò insofferenza per quelle che le sembravano inutili complicazioni, affermando che secondo lei illuminismo era, semplicemente, rifiutarsi di seguire un corso di lezioni qualora si fosse stabilito che non ne valeva la pena. Credo che Sade avrebbe apprezzato la sua risposta. Prima di seviziarla, s’intende.


¹Cfr., D.-A.-F. de Sade, Lettere da Vincennes e dalla Bastiglia, Milano: ES, 2009, p. 223 (Nota Biografica).
2È noto il suo disprezzo per Restif de la Bretonne, famosissimo pornografo a lui contemporaneo. Cfr. D.A.F. de Sade, op.cit., p.157 (lettera 43).
3L’osservazione è citata in: D.-A.-F. de Sade, Il vizio e la virtù, Milano: Nuova Editrice Milanese, 1968, Vol. II, pag. 723.
4Forse Marx avrebbe fatto meglio a leggere più romanzi di Sade e meno di Hegel.

5Massimo Mori, Storia della filosofia moderna5, Roma-Bari: Laterza, 2013, pag.185.
6al cui scoppio contribuì forse in maniera tanto fortuita quanto decisiva: il 2 Luglio, notando che gli animi andavano scaldandosi, aizzò la folla gridando dalla finestra «che si stavano sgozzando i prigionieri e che bisognava accorrere a liberarli». A causa di questo gesto due giorni più tardi fu trasferito nottetempo al manicomio di Charenton. Il 14 Luglio, come è noto, la folla prese d’assalto e conquistò la Bastiglia, devastando tutto, compresa la cella di Sade (dalla quale non gli era stato possibile prelevare nulla al momento del trasferimento), e facendo così sparire nel nulla il manoscritto de Le 120 giornate di Sodoma, che Sade infatti giudicò irrimediabilmente perduto. Il manoscritto riapparve solo nel 1904 in seguito al fortuito rinvenimento da parte dello psichiatra tedesco Iwan Bloch. Per un più completo resoconto delle vicissitudini del manoscritto vedi: Gilbert Lely, Vita del Marchese de Sade, Milano: Feltrinelli, 1983.
7Cfr.: George Bataille, La letteratura e il male, Milano: SE, 2006, pp. 95-117.
8Sfatiamo un mito: Sade non realizzò mai la millesima parte degli atti descritti nei suoi libri. Si sa per certo che in gioventù fu libertino e più di una volta finì nei guai a causa di orge e “prestazioni” un po’audaci richieste o inflitte a prostitute, ma si tratta di cose che, come nota lui stesso nella lettera 26, negli ambienti aristocratici della Francia del XVIII sec. erano più che comuni. Inoltre il 14 luglio 1778 la corte di Aix, che precedentemente lo aveva condannato a morte per le faccende di cui sopra, dichiara infondati tutti i capi di accusa e ufficialmente cassata la sentenza precedente. Sade resterà in galera esclusivamente per effetto della lettre de cachet. Dunque sempre senza processo.
9Uso di proposito il termine ‘ragionamento’ in luogo del più tradizionale ‘ragione’ per tagliare la strada a fraintendimenti esaltati e tendenziosi, e anch’essi piuttosto tradizionali, del concetto di ragione, lo scopo dei quali è precisamente quello di rendere vago, fumoso e in nessun modo stringente ogni utilizzo della medesima.

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