La Scala traviata

di Filippo Moratti

Ma però (4)

la Traviata Quest’anno ha aperto la stagione lirica del Teatro alla Scala la Traviata, melodramma in tre atti di Giuseppe Verdi, con regia di Dimitri Tcherniakov. La celeberrima opera, ispirata alla Signora delle camelie di Dumas, racconta di un’infelice storia d’amore tra una cortigiana, Violetta Valery, ed un giovane di buona famiglia, Alfredo Germont, nella Parigi di metà Ottocento, tra feste in maschera e fughe d’amore.

Di Traviate negli anni se ne sono viste molte, da quelle ambientate in squallidi bordelli a quelle che vedevano il Charleston al posto del valzer, per culminare con quella del 7 dicembre, che mette in scena una Violetta alcolizzata in ciabatte, un Alfredo tonto e distaccato e un’Annina che da ancella fidata diventa squallida meretrice conciata come una messicana. L’insuccesso è stato inevitabile, vista la parodia del dramma che ha messo in ridicolo la terza opera più rappresentata al mondo. Forse siamo ormai abituati a sentire i fischi e i buu provenire dai loggioni del teatro che da sempre ha messo a dura prova cantanti d’ogni epoca, eppure stupiscono sempre lo sguardo esterrefatto e il finto sorriso stampato sul viso di chi pure è consapevole di aver deluso il proprio pubblico. Da quando anche i più grandi (quali Callas, Tebaldi, Pavarotti) sono stati fischiati dai melomani scaligeri, il terrore di una stecca o di un silenzio Traviata_Violetta_2013a bocca spalancata ha convissuto con chiunque cantasse su quel palco. Già dal primo atto si poteva notare quanto gli abiti fossero buttati a caso sugli invitati di casa Valery, che spaziavano da festaioli in jeans a donne con abiti anni novanta dalla vita ascellare, pronti a dimenarsi in un clima da discoteca sulle note dei valzer verdiani. Un grosso buco nell’acqua quindi, per chi ha visto nella Damrau la nuova Monroe, solo perché agghindata con una parrucca gialla. Totalmente assente la passione, l’intesa e l’intimità fra i due protagonisti, che sbeffeggiano le parole romantiche scritte da Piave e non rimangono un momento da soli, ma al contrario sentono il bisogno di confessarsi con la servitù (forse una denuncia del regista alla necessità dei giovani di oggi di esternare i loro affari sui social network).Schermata-2013-12-09-alle-23.23.07 Assenti anche Zingarelle e Mattadori del secondo atto, ignorati dal regista, sullo sfondo di un coro che cantava le arie di una scena che sul palco non era rappresentata. Grande contrasto poi fra le scene del primo e terzo atto e quella della prima parte del secondo: le une povere e spoglie, le altre ricche di arnesi da cucina e bambole ad immagine e somiglianza degli interpreti, il cui significato ad oggi è ancora ignoto.

Infine, veniamo ora ai cantanti. Diana Damrau nel ruolo di Violetta ha una voce squillante e potente, che mette però in luce la sua inadeguatezza per un ruolo drammatico che prevede anche filati fievoli, delicatezza e drammaticità oltre che potenza e forza, interpretati dalla tedesca in chiave esibizionista. Ruoli più adeguati alla cantante infatti sono quelli mozartiani, che l’hanno vista regina (della notte) con successo. Dizione e pronuncia poco curate sia da parte della soprano che dal tenore Piotr Beczala, il più fischiato di tutti per l’assenza di pathos oltre che di bravura. Il baritono Zeljko Lucic, nel ruolo di Giorgio Germont (padre di Alfredo) applaudito per la sua performance nella media. Nota positiva Daniele Gatti, infine, che ha diretto l’orchestra egregiamente e con buonissime idee musicali, unico forse da salvare, insieme all’acceso applauso in ricordo di Nelson Mandela.


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