Per speculum et in aenigmate

Critica

di Samuela Serri

Non si può dire che il romanzo di Helena Janeczek porti luce alla figura di Gerda Taro. Sì, era senz’altro una fotografa, una “ragazza con la Leica”. Ma la sintetica didascalicità del titolo sembra andare del tutto in contrasto con il dipanarsi del romanzo, che invece procede per visioni, sprazzi, ricordi, riflessi, e insomma più che chiarezza porta al personaggio un fascino sfocato, una sensualità chiaroscurale, come di farfalla che non possa mai essere catturata, ben definita: esattamente come la foto scelta per la copertina.
Gerda Taro, la compagna di André Friedmann, quello che in seguito e soprattutto grazie a lei sarebbe stato noto come Robert Capa, era un’ebrea polacca originaria di Lipsia, morta in Spagna nel 1937, a 27 anni, mentre documentava come reporter gli scontri della guerra civile. Poco di una persona, di un essere umano, sembra possibilmente essere stabilito e compreso all’età di ventisette anni, credo io, e così sembra pensarla anche l’autrice. È proprio la continua approssimazione, come quella che si riserva agli ideali, che sembra dare forma al romanzo della Janeczek: la vita di Gerda infatti non è ripercorsa in senso cronologico ma viene lentamente ricostruita, come i pezzi di un puzzle, grazie ai ricordi di tre amici: Willy Chardack, Ruth Cerf e Georg Kuritzkes. Il primo e l’ultimo, vecchi spasimanti di Gerda, ormai deposta l’ascia di guerra, si telefonano e la ricordano: siamo nel 1960, il conflitto mondiale è un ricordo doloroso ma che sembra affondare lentamente nei nuovi spettri del Comunismo, in quella nuova battaglia che sarà la Guerra Fredda. Chardack e Kuritzkes, che condividono la professione di medico nella quale entrambi eccellono, ricordano Gerda come una figura quasi mitica, eterea. Era una ragazza coraggiosa, inafferrabile, capricciosa, incostante, cinica e sfrontata, a tratti derisoria, del tutto emancipata e libera rispetto alla sua epoca. Per loro a lunghi tratti incomprensibile: «camminarle accanto in quell’aria pulviscolare, su quel tracciato d’erba dura e pietrisco, aveva l’insondabile qualità di un sogno». Per Ruth, invece, la questione è diversa. Seppure anche a lei l’amica, con cui ha condiviso una camera, un letto, le calze smagliate e i pochi risparmi messi da parte per il cinematografo, sembri a volte estranea e lontanissima, il confronto con Gerda sembra generare in lei un tormento interiore maggiore, sembra metterla in questione non solo come essere umano, ma come donna. «Non capisco cosa sentiva. Poca paura, d’accordo. E poi? […] Il paradosso è che per una donna è più facile. Senz’altro per una signorina come Gerda che eccelleva nel conservare i bei modi, la facciata. Sorridi e scherzi, conosci la tua parte, sei allenata a farlo da una vita. Quale uomo si insospettirebbe davanti a una ragazza spensierata? Basta apparire e fare finta di niente. Resistere è fare finta di niente, resistere è recitare.»
Da queste premesse risulta un testo misto, di confine fra la biografia e il romanzo vero e proprio. Più faticoso l’ingrediente romanzesco, che a volte sembra incartarsi su se stesso in una continua spirale di tempi ed episodi che si accavallano l’uno sull’altro. E mi sembra però che proprio qui l’autrice dia il suo meglio: forse proprio quando descrive i sentimenti, e in specie i sentimenti femminili, il rapporto travagliato eppure fascinoso fra Ruth e Gerda. Come l’una (la Taro), quasi donna, aspettasse l’altra fuori da scuola, fumando una sigaretta nei suoi tacchi alti. Come l’altra fosse ancora una bambina nella sua uniforme del Gymnasium, separata da lei da cinque anni (ma una bambina bellissima, alta, bionda e quasi troppo cresciuta). L’aborto di Gerda, a Parigi, e il modo affettuoso con cui Ruth si prende cura di lei, delle sue membra accovacciate e sanguinanti sul loro letto comune. Il viaggio in treno fino a Tolosa con quello che ormai è già Robert Capa, quando Gerda, assente e già su un vagone di treno piombata nella sua cassa mortuaria, è tuttavia presentissima nelle parole, nel ricordo e nel groppo alla gola dei personaggi, capace di unirli come mai in vita. Il ritratto della Taro emerge così in controluce, e di riflesso: per speculum et in aenigmate.
L’impasto linguistico, infine: spagnolo, tedesco, inglese, francese, ungherese e qualche sprazzo di yiddish ancora non aiutano a restituire un’immagine in piena luce della fotografa, ma di sicuro rendono bene l’interno un po’ buio delle case borghesi di Lipsia, le arcate dei ponti di Budapest, la Parigi di Montparnasse e i quartieri ebraici della Germania prebellica. L’italiano della scrittrice, invece, talvolta è poco chiaro in maniera immotivata. Sempre completamente comprensibile, certo; ma spesso poco elegante, eccentrico e irregolare, sbalestra e rimanda la comprensione del lettore. Nonostante il fascino del personaggio e la costruzione studiata, al lettore occorre quindi spesso tenacia.

Helena Janeczek
La ragazza con la Leica
Guanda, Milano 2017, pp. 336

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