Crossing the frozen river

Intervista a Krys Lee su Come siamo diventati nordcoreani

Critica

di Elena Fantuzzi

Nei mesi appena trascorsi, telegiornali e quotidiani hanno seguito con crescente preoccupazione l’escalation di tensione tra il neopresidente americano Donald Trump e il dittatore nordcoreano Kim Jong-un. D’improvviso, è tornato a soffiare il vento freddo di quella guerra atomica, che tutti speravamo fosse ormai sepolta nel passato, uno spettro nell’armadio. Ad oggi, fortunatamente, la situazione non è deteriorata e forse, se la diplomazia ha ancora qualche potere, per un po’ non sentiremo più parlare del nostro nemico alle porte, delle sue crudeltà e delle patinate parate che riportano alla mente la graundeur militare sovietica d’altri tempi. Se tutto va bene, si spegneranno i riflettori e la Corea del Nord tornerà a essere quel paese più simile a una distopia orwelliana che a uno stato reale.

Ad evitare l’oblio istantaneo del nostro mondo iperconnesso interviene Come siamo diventati nordcoreani di Krys Lee. Edito da Codice Edizioni, casa editrice torinese dal concept molto anglosassone, con pubblicazioni che spaziano dalla scienza alla narrativa e un occhio di riguardo per i diritti umani, il romanzo rimane in bilico tra fiction e non-fiction, seguendo le vicende di tre giovani, Yongju, Danny e Jangmi, le cui storie si intrecciano l’un l’altra nella fuga e nel sogno di una vita migliore. Le voci di questi sopravvissuti ci arrivano nella bella traduzione affidata a Stefania De Franco, Flavio Iannelli e Daria Restani, ciascuno dei quali si è preso cura di una storia, firmando un lavoro corale piacevolmente armonico, che conserva la prosa delicata e attenta di Krys Lee. La scrittrice coreana guida infatti il lettore in un inferno di violenza e disperazione, nell’incubo vissuto da chi decide di fuggire e affidare la propria vita al ghiaccio del fiume Tumen, senza mai perdere quel tocco di umanità che la contraddistingue. Noi l’abbiamo incontrata al Salone del Libro di Torino: ecco cosa ci ha raccontato.

Iniziamo da una domanda ormai quasi di routine: come è nato Come siamo diventati nordcoreani?

Be’, in questo caso posso dire che non sono stata io a cercare il romanzo, ma il contrario: è il romanzo che ha trovato me. Volevo mostrare il mondo che mi circonda, il lavoro degli attivisti con cui collaboro che si occupano dei profughi della Corea del Nord e mentre scrivevo il romanzo ho cercato di dare forma a tutto questo, alle storie che ho raccolto. La mia speranza è quella di essere riuscita a dare un’idea di quello che realmente succede al confine tra la Cina e la Corea del Nord che non arriva nei telegiornali o viene deformato dalla propaganda. Spero che possa essere, per così dire, illuminante, che possa aprire gli occhi dei lettori. Ma c’è dell’altro. Mentre scrivevo di Yongju, Danny e Jangmi, non volevo soltanto raccontare le storie di tre giovani rifugiati, anche se, certo, il libro parla principalmente di quello, ma anche parlare dei confini, delle barriere. È un tema che mi affascina e, aggiungerei, di grande attualità.

Parli di confini, che sono, non a caso, uno dei temi principali del romanzo. Si tratta chiaramente di confini geografici, di cui è simbolo il fiume ghiacciato Tumen che i protagonisti (e i profughi nordocoreani, in carne e ossa) devono attraversare per fuggire e tentare di realizzare il sogno di una vita migliore. Eppure, leggendo il romanzo, si ha la sensazione che riguardino anche le relazioni umane, come se un Tumen ghiacciato scorresse anche tra le persone…

Mi piace molto questo paragone, coglie perfettamente il significato dei confini nel romanzo e non solo. I confini sono certamente fisici, i protagonisti attraversano materialmente il fiume per raggiungere la Cina, ma c’è anche un significato metaforico. Non c’è dubbio che i confini siano una questione politica, ma di fatto diventano anche una questione personale, privata. Vale in generale, per ognuno di noi, dalla Corea all’America. Ecco, scrivere questo romanzo è stato un modo per comprendere come costruiamo barriere tra di noi e come queste influenzino la vita delle persone.
I confini, infatti, giocano un ruolo di primo piano anche nella definizione dell’identità. Se già il titolo sembra suggerirlo, pagina dopo pagina assistiamo a un paradosso solo apparentemente tale: i protagonisti trovano (o ritrovano) la loro vera identità proprio quando hanno attraversato quei confini…
I confini sono strettamente legati al tema dell’identità: basti pensare cosa significa oggi essere nordcoreano o non esserlo. I confini, la nazionalità definiscono chi siamo, cosa siamo, addirittura dove possiamo andare. È anche vero, però, che spesso ci capita di fare importanti scoperte su noi stessi quando viaggiamo e siamo lontano dal nostro ambiente più familiare; in altre parole, quando ci lasciamo i nostri confini alle spalle. Questo capita anche ai protagonisti e produce dei cambiamenti in loro. Le stesse parole a noi molto care come “casa”, “memoria”, “famiglia” per un sopravvissuto assumono una dimensione completamente diversa, ma ogni storia è a sé.

Una curiosità: in ogni storia troviamo una madre. La storia di Jangmi racconta di una maternità tragica e violata, ma le madri hanno un ruolo importante anche nelle storie dei due ragazzi. Non si tratta di una coincidenza, vero?

La presenza della madre? In effetti no. Nella cultura coreana la madre è una figura importantissima, soprattutto nella famiglia coreana. Forse si può paragonare al ruolo che la madre ha nei paesi latini o anche in Italia. La madre, oltre ad essere una figura altamente simbolica, è colei che tiene insieme la famiglia, per estensione la società e la cultura stessa. Anche il padre ha un ruolo di rilievo, più legato alle regole, ma il vero pilastro della famiglia resta la madre.

Un’ultima domanda…che ci riporta al punto di partenza, ovvero al titolo. Chi è questo “io” (How I Became a North Korean), anzi “noi” per i lettori italiani?

Senz’altro possiamo vederlo come la voce dei tre protagonisti, ma l’intento e la speranza è che ogni lettore possa rivedersi in quell’ “io/noi”. Prima abbiamo parlato di attraversare i confini e, come lettore, leggendo, tu scegli di attraversare un confine perché decidi di immaginare come sono, come vivono altre persone. Decidi di comprendere e di metterti nei panni di una persona magari completamente diversa da te. Credo che questa capacità di umanizzare l’Altro e di sviluppare empatia sia il vero potere della letteratura.

…E a me questa conclusione ha ricordato molto un altro passo di un altro magnifico libro, Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov: Io siamo.

 

Krys Lee
Come siamo diventati nordcoreani
TrTraduzione di Stefania De Franco, Flavio Iannelli e Daria Restani
Codice Edizioni, Torino 2017, pp. 304.


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