«Writing was safe, life was not.»

Critica

di Samuela Serri

A volte accadono eventi imponderabili. Qualcuno li chiamerebbe tragedie, altri non li noterebbero neanche. Ti arrivano addosso come un uragano, e non sai da che parte iniziare per cercare di razionalizzare, rendere lineare, comprendere. Non sai più nemmeno chi sei tu.
Poi d’improvviso mi sono ricordata che c’è una cosa che amo fare, e che mi riesce. D’improvviso arriva un libro come Tutto quello che non ricordo, di Jonas Hassen Khemiri.

Incontriamo Jonas al teatro Franco Parenti. A Milano è una sera umida, fuori spiove. Stasera si inaugura, proprio con Khemiri, il festival I Boreali, dedicato alle scritture scandinave e nordiche; rassegna di eventi organizzata dalla casa editrice Iperborea. L’autore si ritaglia un piccolo spazio per noi, prima della presentazione pubblica: è un ragazzo alto, dalla carnagione olivastra e i capelli lunghi, con un padre tunisino e una madre svedese. E iniziamo subito a parlare del suo libro.

Tutto quello che non ricordo è un romanzo, ma anche una prosa al limite dell’inchiesta, della pièce teatrale, del documentario, del memoir. È un diario, uno zibaldone di pensieri tenuti miracolosamente (e meravigliosamente) insieme dalla storia di Samuel, svedese di seconda generazione, che si barcamena come tutti nella propria vita, fatta di un lavoro all’Agenzia per l’Immigrazione, una fidanzata (Laide), un amico dal passato non limpido (Vandad), una migliore amica da poco trasferitasi a Berlino (la Pantera), e una nonna che, piano piano, sta sprofondando nella nebbia, perdendo la memoria.
Ma quando la storia comincia, Samuel è già morto. Un incidente d’auto: ma chi può dire come? E perché?

Veniamo catapultati fin da subito nell’inchiesta del narratore, che vuole scoprire cosa sia successo a Samuel: dapprima ricostruendo il suo ultimo giorno, e poi una vita intera. Narratore che tuttavia perde ben presto la sua voce, per cederla ai personaggi. Ci addentriamo in una trama rigogliosa, in cui, osservando gli eventi da posizioni diverse, cerchiamo assieme all’autore di dare forma alla realtà: idea che origina, nello stile di Khemiri, una forma frammentata, mista, complessa, che può parere confusa; che mescola i punti di vista e le sempre parziali verità dei singoli. Dice sì, l’autore: quando si perde una persona cara il primo sentimento che si prova è la confusione. E poi dichiara il suo desiderio di voler costruire un’opera in cui interagire con il lettore, in cui chi legge faccia la propria parte nella creazione della storia. A Khemiri piace ciò che trascende i confini, sfuma le distinzioni. E quando gli chiedo se abbia inteso assomigliare questo libro ad una non-fiction, mi risponde che è stato Cervantes per primo a mescolare i generi: e che cos’è però Cervantes, se non l’archetipo di ogni romanzo?

Samuel ha un’angoscia: quella di non ricordare. Non ricorda se ha pagato il conto, le confidenze degli amici, se abbia o meno mangiato il gelato o cosa ha fatto la settimana scorsa. Per questo ha una Banca delle Esperienze: magari una particolare esperienza gli farà schifo, ma se ne ricorderà. Samuel ha un’incredibile voglia di innamorarsi, e passa le serate a chiedere a chiunque la propria personalissima definizione dell’amore. Poi Samuel incontra Vandad, e noi scopriamo un’amicizia in grado di gettare una luce sulla Stoccolma di oggi: su quello che significa essere “due teste nere” nella Stoccolma di oggi. E infine Samuel incontra Laide, che lavora come interprete dall’arabo allo svedese, impegnata soprattutto nell’aiutare donne vittime di abusi. Nel frattempo la nonna continua a perdere la memoria, e lo chiama nel cuore della notte per essere sicura del suo numero di telefono. Ma poi tutto precipita: exit Laide, exit Vandad. E non siamo più nemmeno sicuri che i ricordi di cui stiamo venendo a conoscenza riguardino veramente Samuel, anziché il narratore, anziché l’autore stesso.

Così, leggendo, ci rendiamo conto sempre più di quelli che sono i limiti del nostro linguaggio. Eppure ogni nome è importante, perché porta con sé un passato. Ci rendiamo conto dei limiti della nostra memoria, domandandoci se questo significhi una libertà o un immenso rimpianto. Come osserva Khemiri, ognuno sceglie di ricordare ciò che gli è più caro, ciò che fa meno male. Perché fa male ricordare di Samuel, scatena il senso di colpa nei personaggi. Fa male evocarlo, e persino parlarne. E così, procedendo nella lettura, rimaniamo sempre più invischiati in una storia che ci rendiamo conto essere vera, ed essere la nostra: quella di una realtà che non sappiamo ricostruire, che solo con enorme sforzo possiamo reinterpretare.

A farci giungere alla fine del libro non è solo il desiderio di conoscere ciò che è successo a Samuel, e chi abbia ragione: se Laide, con la sua ansia di non fare “abbastanza”, Vandad, con la sua morale opaca ma di buon cuore, o il protagonista, con la sua angoscia di non ricordare. Tutto quello che non ricordo è un libro fatto di briciole, sprazzi di luce, piccoli episodi che si alternano, prima nelle parole di Laide e poi in quelle di Vandad, così come in quelle del vicino di casa, dell’amica del cuore o della madre. È un libro di piccole verità e illuminazioni, dalla forma rapida e intensa che, incantandoci con il suo racconto, ci avvince e ci tormenta.

Khemiri dice che proprio questo voleva ottenere: velocità. Che non a tutti piacerà la forma di questo libro; ma se c’è qualcuno a cui sicuramente sarebbe piaciuta, quello è Samuel.

Un tassista disse che per lui l’amore era una relazione a rendita sicura.
“Come un conto in banca?”, chiese Samuel. “Sì, ma un conto coi coglioni. Con un bel tasso di interesse. E una garanzia sul deposito. Mica quelle grandi banche del cazzo, hai presente? Una piccola banca di nicchia e specializzata.”
“Però in amore non ci sono garanzie”, dissi io.
“No, forse hai ragione”, rispose il tassista sospirando. “Allora mi sa che è un conto poco conveniente.” […]
Un’altra volta eravamo in un bar dopo il cinema e quando tornai dal bagno sentii la signora accanto a noi che diceva a Samuel e suo marito:
“No, no, no. Non avete capito niente. L’amore non significa essere ‘felici e contenti’. L’amore è sofferenza, dolore, stare male, e allo stesso tempo essere pronti a sacrificare tutto per l’altra persona – tutto!”
Il marito scosse la testa. Samuel invece annuì con l’aria di aver capito. Ma io pensai già allora che non era così e che non avrebbe mai capito.

 

Jonas Hassen Khemiri
Tutto quello che non ricordo
Traduzione di Alessandro Bassini
Iperborea, Milano 2017, pp. 352


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