Il gioco delle parti

Riflessioni su Io non mi chiamo Miriam

Critica

di Elisa Saporiti

Parlare di letteratura dell’Olocausto non è mai semplice: il rischio è di cadere nel fin troppo noto, parlando di autori di indiscussa importanza, come Primo Levi o Elie Wiesel, giusto per citarne alcuni, ma sui quali la critica ha già detto molto. Rischio che aumenta se si concepisce la letteratura dell’Olocausto principalmente in termini autobiografici e memorialistici. Eppure, e forse oserei dire anche per fortuna, perché questo permette di perpetuare un genere che con il tempo andrebbe inevitabilmente a scomparire, non mancano esempi di vera e propria fiction letteraria legata alla Shoah. E tra i pochissimi i romanzieri che si sono azzardati a rappresentare la vita – ammesso che questo sia il termine giusto – dietro il filo spinato, c’è Majgull Axelsson, che ha pubblicato di recente per i tipi di Iperborea il romanzo Io non mi chiamo Miriam.

La peculiarità di quest’opera sta non solo nell’essere un prodotto letterario di invenzione, seppur inserito in un contesto storico ben preciso, ma anche nel voler spostare lo sguardo su un’altra etnia coinvolta nella Shoah e cioè i rom, anch’essi protagonisti di questo sterminio, ma troppo spesso dimenticati.
Al centro della vicenda, infatti, c’è Miriam, o meglio ancora Malika, un’elegante signora svedese che nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia, si lascia scappare la frase che poi dà il titolo al libro: “Io non sono Miriam”. Quella che le sfugge è una verità tenuta nascosta per settant’anni, ma che ora sente il bisogno di dover confessare, almeno in parte, a Camilla, la nipote: è appunto la sua storia, la storia di Malika, una giovane ragazzina rom sopravvissuta ai campi di concentramento fingendosi ebrea e indossando i vestiti di una coetanea morta durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbrück. È la storia di una donna che spinta da un disperato istinto di sopravvivenza e di appartenenza ha continuato a mentire, anche nel dopoguerra, anche in una Svezia rimasta immune al conflitto, una Svezia tanto progressista quanto allo stesso tempo ostile ai tattare, appunto gli zingari.

Così, dando voce e corpo a una donna non ebrea che ha vissuto l’Olocausto, l’autrice affronta con rara delicatezza ed empatia uno dei capitoli più dolorosi della Storia, senza lasciare che il tutto sfoci nel tragico o nell’orrido: anzi, attraverso le sue molte sfaccettature, quali la ricerca identitaria, la follia umana, la volontà di riscatto, Io non mi chiamo Miriam riesce ad essere, seppur nella sua veste di fiction, una preziosa perla della letteratura dell’Olocausto e un monito a non dimenticare.

A tutto questo, si aggiunge una costruzione narrativa estremamente innovativa, che non procede né in senso logico, né tanto meno cronologico, ma seguendo i pensieri Miriam: sono infatti i suoi ricordi a prendere vita sulla pagina e a dar forma alla narrazione, facendo sì che il lettore sia catapultato nel suo universo e nella sua mente.
L’effetto finale è quello di un continuo scambio di identità, una sorta di gioco delle parti, sia all’interno del romanzo (Malika/Miriam), sia al di fuori (Miriam/lettore), tanto da creare un circolo vizioso che si riassume nel paradosso che è poi il titolo stesso del romanzo: sì, perché anche io, come anche Malika, non sono Miriam, ma al termine della lettura non ho potuto fare a meno di sentirmi tale.

«Stamattina hai detto che non ti chiami Miriam. È vero?»
«No», risponde «Non proprio. Credo si possa dire che in effetti mi chiamo Miriam. Anche Miriam.»

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Majgull Axelsson
Io non mi chiamo Miriam
Iperborea, Milano 2016, pp. 563


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