Fiabe dalla Russia contemporanea

Critica

di Alessia Carsana

Dei racconti non si può buttare mai niente, non ci si può mai perdere nulla, perché nei racconti la storia si snoda in uno spazio che è per sua natura più breve ma non per questo più facile da gestire.
Ljudmila Petruševskaja ne dà prova evidente nella raccolta C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina, pubblicata per la prima volta negli Stati Uniti nel 2009 e quest’anno edita da Einaudi in Italia.
Di origine moscovita, la scrittrice nasce nel cuore del ciclone, nel 1938, quando il paesaggio russo si tinge della guerra. Ne vive la repressione, la clandestinità e tutti gli stravolgimenti fino al passaggio oltre l’Urss, e di queste atmosfere si nutrono le sue storie.

Una donna odiava una ragazza madre, sua coinquilina in un appartamento in coabitazione“, “A una donna si impiccò il figlio“, “Una ragazza fu uccisa e poi riportata in vita“,”Nella casa c’è senza dubbio qualcuno“, “C’era una volta un padre che non riusciva in nessun modo a trovare i propri figli“, sono solo alcuni degli incipit di queste vicende, dove il quotidiano dei sentimenti e delle azioni si trascina continuamente in atmosfere surreali fatte di percezioni della realtà differenti e volutamente offuscate.

Sulla scia della tradizione della fiaba ma anche del racconto del mistero, le pagine della Petruševskaja ammiccano al lettore con la suspense e il brivido, conquistandone l’interesse fino all’ultima frase. Una prosa asciutta taglia in modo netto i contorni dei personaggi, che raccontano quasi sempre una perdita imminente, un vuoto presunto, uno spettro: ognuno solo, di fronte alla propria intima e sociale apocalisse. C’è il colonnello che sta per perdere la moglie, c’è una ragazza che perde la strada di casa, un padre che ha perso i figli, una casa vuota che non è vuota, una donna scomparsa (per gli altri), una donna scomparsa che viene ritrovata, una famiglia nascosta, una bambina sopravvissuta. I luoghi sono non luoghi, con un accenno all’inverno russo, ma che potrebbero essere ovunque. Una natura che avvolge le figure in grandi spazi cupi, dove l’acqua è sempre presente, e lo spazio interno, chiuso, grigio e opprimente. Le figure hanno un’identità poco rilevante, sono ruoli mai univoci: il bene e il male non sono polarizzati, non è mai possibile distinguerli né dividerli l’uno dall’altro. Petruševskaja si addentra nei terreni più impervi e vischiosi della natura umana, da dove i suoi personaggi non possono che venir fuori contaminati, vaghi, ma tremendamente reali, quanto lo sono la morte, l’invidia, la malattia, le sensazioni.

Ci sono i Canti degli slavi orientali, spettrali leggende metropolitane fondate sull’angoscia e sul tema della perdita, come la storia della donna che tenta di uccidere la figlia della vicina. Ci sono le Allegorie, storie che raccontano le pulsioni umane, come l’istinto di autoconservazione, il desiderio di fuga, la capacità di adattarsi. I Requiem, inni dei vivi e dei morti, dove i personaggi esitano sul confine tra vita e aldilà. E poi le Fiabe, con lieto fine e atmosfera surreale, come nel caso di Mamma Verza, dove ritorna il tema degli affetti famigliari, mai lineari, spesso ossessivi e distorti.
I mondi rappresentati sono fatti di povertà, desolazione, angoscia, e nemmeno la dimensione fantastica si rivela essere una forma di evasione valida: i cappotti neri diventano la cupa passaporta tra la vita e la morte; la magia genera mostri; la morte lascia gli spettri in sospeso a contatto con i vivi; i nascondigli non sono mai sicuri; la malattia abbatte qualsiasi muro di difesa. Non ci sono relazioni stabili tra gli individui perché la fine della vita incombe, la vendetta spinge all’isolamento, la fiducia viene messa in dubbio, la famiglia si disgrega, la Storia cala dall’alto a falciare i più deboli.

In questa atmosfera buia, è dato tuttavia al lettore di cogliere barlumi di vitalità nella costante leggerezza e freschezza della penna dell’autrice, sincera e priva di qualsiasi retorica. Si tratta del perdono della ragazza madre alla vecchia che per invidia aveva tentato di ucciderle la figlia, del ritorno a casa dopo essersi persi, dello sguardo della bambina sopravvissuta alla malattia, del calore umano di una famiglia in fuga, di una donna che salva se stessa dall’egoismo e un uomo sconosciuto dalla morte, della nascita di un nuovo bambino, della decisione improvvisa di non togliersi la vita.

Si concludono con la distensione, con il ritorno all’equilibrio, la maggior parte di questi racconti che rappresentano un momento di disordine, di perdita nel mondo dei personaggi, nonché di crescendo di difficoltà nelle relazioni con se stessi e con gli altri individui. Il racconto In casa c’è qualcuno è quello che meglio rappresenta l’intera raccolta: una donna vive sola con una gatta, nella sua casa le cose cadono a terra senza apparente spiegazione, le cose del passato soprattutto, e non c’è lotta che tenga contro questa sorta di presenza ultraterrena. Allora la donna decide di prevenire ogni attacco, rompendo lei stessa ogni cosa in anticipo, lasciare la casa e abbandonare la gatta. Ma sul pianerottolo l’animale appena abbandonato sembra già morto, pronto ad autodistruggersi e lasciarsi andare. La donna rientra nella casa vuota, tutto le appare come nuovo e nota che ha a disposizione quello che è indispensabile. Comincia a pulire i cocci, riordinare ciò che aveva messo in disordine, ritrovare quello che non ricordava di avere. E si accorge di una cosa bellissima: che la casa cigola e si muove perché si assesta dopo i cambiamenti e perché sopra e sotto, negli altri appartamenti, vivono persone, “qualcuno corre, qualcosa cade, si rovina, si ripara, si muove, così è la vita, dice lei a voce alta, rivolta come sempre alla gatta“.

Fiabe dalla Russia contemporanea: i racconti di Ljudmila Petruševskaja

Ljudmila Petruševskaja
C’era una volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina
Traduzione e postfazione di Mario Caramitti
Torino, Einaudi 2016, pp.200


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