Parigi, un paradis farouche

Critica

di Samuela Serri

L’Olympia di Manet è un quadro enorme e buio, dai colori pallidi, malati. A fianco a lei la Venere di Urbino riluce di salute, ma finisce presto per sembrare leziosa, la carne troppo piena, le curve troppo morbide, perfette. Io sono a Venezia, e i due dipinti, affiancati, coprono un’intera parete della mostra. Specchio il mio corpo nei vetri, e mi interrogo a mia volta sull’oggettività dello sguardo.

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Olympia, com’è noto, non si chiamava Olympia. Il suo nome era Victorine Meurent, pittrice anch’essa e modella prediletta di Édouard Manet, che la ritrasse in diversi dipinti, fra cui il celebre Déjuner e altri, meno noti. Non una fanciulla esile, come poteva essere la Morisot, ma una donna dalle caviglie forti, con i muscoli in evidenza. Una donna in cui il corpo è primario e non ha mai smesso di essere spiato, scrutato e stigmatizzato fino a oggi.

È in effetti un’ode al corpo il romanzo Rosso Parigi, l’ultimo nato dei Supercoralli einaudiani. La giovane protagonista è proprio Victorine Meurent, che ci si presenta fin da subito con ai piedi, parole sue, gli stivaletti verdi di una puttana, i capelli rossi e uno scialle color rame. Questa è precisamente l’immagine intima che vuol dare di sé, la sua essenza: il colore e la promiscuità, o libertà, sessuale. Ma Victorine è una voce narrante ingenua e attenta alla superficie delle cose. Non tanto superficiale, quanto interessata invece alla pellicola fenomenica degli eventi: l’anatomia di un bacio, il procedere di un’alba, la formazione di un rossore sulla pelle.

In poco più di duecento pagine si racconta così la storia d’amore fra V. ed E., che è allo stesso tempo un momento importante nella piccola formazione personale (e sentimental-sessuale) della protagonista e nella grande Storia dell’arte. È proprio con questa modella che Manet scandalizzerà i borghesi parigini (il faut épater le bourgeois, esattamente come il caro amico Baudelaire), mostrando la nudità per ciò che essa è, mai ammantata di maniera o mitologia. L’autrice, Maureen Gibbon, ha costruito una favola semplice ed erotica allo stesso tempo, dove tuttavia il momento dello scandalo pubblico è sempre rinviato, mai mostrato: non le interessa tanto mettere in scena la rivoluzione copernicana nella storia dell’arte e dello sguardo, quanto piuttosto la diversità da sempre insita in quelli della diciassettenne Victorine. Una ragazza che è poco più di una bestiola, pronta a esprimere tutti i desideri, anche i più inconfessabili, ancora incerta sul significato dell’amore ma affamata di esperienze, non ben consapevole del dolore che queste le causeranno fino a quando non le tocchi di provarle in prima persona.

I tratti della modella sono dunque presto detti, e la storia della sua iniziazione sentimentale piuttosto secca e breve. Ma più ancora dei personaggi raccontati, i pittori Manet e Alfred Stevens, Victorine e la sua amica Denise, sono necessari quelli solo suggeriti: solo così il romanzo finisce per assumere quella profondità di sguardo fondamentale per apprezzarlo. Come Mallarmé, tutto evocato in quel farouche che sono gli occhi leggermente strabici di Denise, Jeanne Duval, la compagna di Baudelaire ritratta nella bambola abbandonata nel vestito bianco dello studio di E., Baudelaire stesso, tutto preso dalla sua casetta di Honfleur.

Il rischio di una storia come questa, narrata con questi presupposti, (e supportato dalla presenza sporadica di termini francesi non tradotti) è di cadere a tratti nel kitsch: una certa facilità da “buoni sentimenti” che può annidarsi qui e là in descrizioni, episodi, riflessioni. Occorrerà tenere a mente la scelta peculiare del punto di vista e apprezzare la freschezza delle elencazioni, i dettagli non accompagnati da giudizio, il desiderio di far parlare da sé gli oggetti, tutte le cose come vive e palpitanti, fra cui anche Victorine è inclusa.

Il tragitto è breve – uscita fuori dal portone, imbocco Rue de La Rochefoucauld, poi Rue Pigalle, e sono in piazza. Tutti che girano in tondo: da lontano sembra quasi una festa di strada. Solo che non è una festa, ma un mercato. Invece di fiori, uccelli o cavalli, gli artisti vengono qui a scegliersi le donne. E. mi aveva accennato a questo posto quando mi aveva assunta, dicendomi che io avrei costituito una valida alternativa. Noto qualche prostituta, ma vedo anche ragazze come le mie colleghe di Baudon. Potenziali brunitrici, lavandaie, venditrici di fiori di carta, cameriere, domestiche, aiutanti parrucchiere, impiegate, cucitrici. A tratti quella folla di donne fa un baccano simile a quello che c’era nello stanzone di Baudon, in altri momenti cala il silenzio. Sono tutte in attesa. In attesa di essere scelte.

Ma alla fine è sempre una donna a scegliere per tutti: Parigi, sullo sfondo, è la prostituta più agghindata, e ritratta, di tutte.

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Maureen Gibbon
Rosso Parigi
Traduzione di Giulia Boringhieri
Einaudi, Torino 2016, pp. 248


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