Il dolce stil no dei bimbi atomici: intervista a sparajurij

su noi bimbi atomici del collettivo sparajurij

 
Critica

di Elena Fantuzzi

I bimbi atomici ascoltano Battiato e leggono Majakovskij. E Chlebnikov. Confusi, rabbiosi, apatici e smarriti si muovono nel tempo (post-atomico) che non esiste più, irrimediabilmente out of joint (secondo la lezione di Amleto e Philip K. Dick), riflettendo, incidentalmente, ma solo in apparenza, sull’esistenza dell’ Uomo. Perché non si può scindere l’ esistenza del singolo da quella della massa, Ėjzenštejn says.

A loro danno voce i membri del collettivo torinese sparajurij nei 24 racconti, che compongono l’ antologia edita da Miraggi edizioni. Trent’ anni di storia in 24 racconti: dal disastro nucleare di Černobyl’ ai giorni nostri, tentando di ricostruire il puzzle irrisolto e – probabilmente – irrisolvibile del nostro tempo. Per riuscirvi non si poteva non ricorrere alla prosa anarchica tipica sparajurij: una bomba atomica che scardina sintassi e senso, contaminata e contaminante, sensasegnidiinterpunzione, potente e viva tra poesia e avanguardia. Di questo, e altro, abbiamo parlato direttamente con gli autori.


noi bimbi atomici torna in libreria a 15 anni esatti dal suo esordio (Celid, 2001), nel trentennale di Černobyl’ in una versione rivisitata e riscritta: come mai questo ritorno
?

Per quanto riguarda le librerie non si tratta di un ritorno. L’edizione del 2001 non era distribuita e circolava solo in occasione di festival o appuntamenti privati, letture porta a porta, serate danzanti, appuntamenti al buio. Non si tratta neppure dello stesso libro, bensì di una riscrittura dei testi che abbiamo deciso di confermare e che ora sono accompagnati da inediti composti dai sei originari e da autori entrati in sparajurij dopo il 2001.

Černobyl’ perché, in fondo, rappresenta la viscosità del peggio del tempo presente, intasato di stati-nazione sulla via del tramonto che si ostinano a perseguirlo, il peggio, e a rappresentare l’esistenza anti-esteticamente. Questo tempo si ripete ma si ripete male: gli attentati dell’Isis sono una copia mal riuscita dell’11 settembre; il presente è il frutto di un collasso di desideri realizzati.


Nell’antologia il vortice anarchico delle prose è racchiuso in una linearità temporale costituita dalle quattro sezioni/decadi ’86, ’96, ’06 e ’16. Il Tempo sopravvive nel caos di questa era atomica e talora diventa persino protagonista, come in Gli orologi terminali. Che Tempo è questo Tempo atomico? Può essere ancora misurato o raccontato attraverso sistemi tradizionali?

Come sapete, gli orologi atomici sono i più precisi in assoluto. Ma se un’esplosione atomica non ti uccide, probabilmente morirai dopo atroci sofferenze e/o passerai le mutazioni genetiche ai discendenti e la radioattività continuerà ad abitare le cellule di chi nascerà dopo il disastro. Niente di più azzeccato, quindi, del titolo Orologi terminali. Anche la letteratura che cerca di riflettere il tempo di oggi è probabilmente in fase terminale. Soprattutto se si ostina a insistere sui tempi narrativi del romanzo di genere. Nella prospettiva deformata dal filtro anglofilo dell’editoria italiana, sembra che quelli che ancora ci provano siano i realisti americani, ma sono morti viventi che ritornano come quelli di The Walking Dead. In sparajurij hanno sempre prevalso interessi diversi, l’alchimia della scrittura prima di tutto. Ma forse voi volevate chiedere: “Che ore sono?”


In bandella si legge “Un volume che nell’ alternarsi del tragico e del burlesco celebra la tradizione novellistica, restituendola in maschera e in sogno dentro frammenti postpunk di un dolce stil no”. Una brillante definizione che non può non catturare l’ attenzione. Come nasce il “dolce stil no” delle prose sparajurij?

Condividiamo il parere che sia una definizione brillante. Non a caso la formula è di Gabriele Frasca. Le nostre prose nascono dalla ricerca di una lingua, di un ritmo che trasmetta significato in modo autonomo, agendo dove lo scarto tra realtà e linguaggio è più evidente. Rinominare all’infinito la nostra percezione del presente, consegnare un corrispettivo verbale del nostro mondo, che è divergente, se pur di poco, da quello di chiunque altro.


Perché i bimbi atomici si ripetono “soprattutto ai funerali di giustificare il mondo solo esteticamente”?

I bimbi atomici hanno partecipato al funerale del padre, a quello di Dio (di un modo di percepirlo), a quello della modernità e a quello del vecchio umanesimo. In questo massacro non rimane che contemplare il Bello, sperando che sia anche Vero e Buono. Forse abbiamo letto troppo Nietzsche. Per tornare alla questione del Tempo, all’illusione misurabile del suo scorrere come fosse un fiume astratto o un corteo funebre di minuti giorni anni in processione, preferiamo riuscire a godere sensualmente della sua tessitura, della sua essenza estetica, del silenzio che ritorna tra un battito e l’altro. In quel silenzio della memoria agisce il mondo generato dalla fantasia creativa, che può essere giudicato solo esteticamente.


Nella sezione ’16 compaiono due prose che, ciascuna a suo modo, rispecchiano e riscrivono, adattandola ai tempi, la canzone, tristemente attuale, Il bombarolo di De Andrè. Potreste parlarci di Uomo al parco e Terrotriste?

L’autore di Uomo nel parco non ha mai pensato a De André mentre scriveva il racconto. In De André il narratore – abbastanza affidabile – è il bombarolo; nel racconto Uomo nel parco il narratore è inaffidabile e il terrorista è inconoscibile, così come lo sono i kamikaze che si fanno saltare in aria di questi tempi: inconoscibili e irriconoscibili, e anche irricomponibili dalle pompe funebri, in quanto ridotti a pezzettini (o spezzatini).

Quindi, a costo di spoilerare, come dicono i giovani, i terro(t)risti in Uomo nel parco non compaiono, o meglio, stanno nell’altrove, combusti e atomizzati (nel rispetto della legge di Lavoisier). Alla base c’era un progetto più ampio, una concept collection, costruita intorno a una sorta di 11 settembre europeo orchestrato tramite attentati globali in diverse città, fra cui Torino dove la Mole crollando sfonda Palazzo Nuovo, sede della facoltà umanistiche (wishful thinking). Ma poi viene da chiedersi che senso abbia un progetto di questo tipo, quando l’Isis può organizzare una serie di performance artistico-concettuali di genere snuff molto più convincenti e spettacolari, in cui tutti noi potremmo un giorno essere chiamati al ruolo di comprimari. Qui si lotta per trovare spazio nell’editoria indipendente e quelli è come se pubblicassero un best-seller a settimana, con la spietata arroganza e i mezzi delle case editrici maggiori; c’è una chiara analogia tra l’Isis e le case editrici dei grandi gruppi editoriali: spietata arroganza, spettacolarizzazione e necrofilia li accomunano.

Comunque, credo che l’aspetto più significativo di Uomo nel parco sia la (in)affidabilità del narratore, un tratto comune anche alla narratrice dell’altro racconto dell’autore, Controtempo, e a Terrotriste.


Un’ultima domanda: prossimi progetti in agenda?

Tutte le nostre intenzioni migliori sono votate al fallimento. Provate per esempio a trovare il nono fascicolo dell’antologia periodica della forma breve di cui siamo curatori e che si chiama Atti impuri.

Il dolce stil no dei bimbi atomici: intervista a sparajurij

sparajurij
noi bimbi atomici
Miraggi edizioni, Torino 2016, pp. 196.


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