Tra arte e Svezia: le nature non morte di Lindgren

 
Critica

di Mara Giacalone

Art for art’s sake, potrebbe quasi essere – ironicamente – il sottotitolo dell’ultimo lavoro di Torgny Lindgren pubblicato per i tipi di Iperborea.
L’ultimo bicchiere di Klingsor è il nuovo titolo che la casa editrice ha aggiunto alla lunga serie dei testi tradotti in italiano dallo svedese (qui tutte le sue uscite). Ancora una volta, Lindgren si mostra all’altezza di quella fama che ha acquistato negli anni tanto da valergli non solo una posizione all’interno dell’Accademia Svedese ma anche riconoscimento europeo e non.

Klingsor è un artista, per meglio dire, un pittore. La sua carriera ha inizio da un’esperienza mistica, estatica: mentre in gioventù passeggiava nel bosco, vide un bicchiere appoggiato su un tronco tagliato male. Il bicchiere, così inclinato, si auto-raddrizza, con il risultato che poi, però, una volta appoggiato su un piano dritto, appare storto: per il giovane, questo evento costituisce il nucleo della sua arte e della sua stessa vita, perché le due traiettorie non solo corrono parallele ma coincidono totalmente e tale motivo ritornerà continuamente lungo tutta la narrazione.

«E tutt’a un tratto, gli fu chiaro che la materia morta non è morta.
Fu in quell’attimo che diventò artista. Il bicchiere aveva vissuto la sua vita, si era reso conto della propria stortezza e della propria postura pencolante e aveva deciso orgogliosamente di mettersi dritto. […] “Non esiste nessuna materia morta”, ci disse.»

Il testo si configura come una biografia sul pittore Klingsor narrata da un Noi a cui non sappiamo dare un volto; l’unica informazione che abbiamo è che questa voce narrante corale e multipla aveva assistito alla mostra delle nature morte tenutasi ad Avabäck, paese natio dell’artista e ne era rimasta entusiasta, decidendo così di scrivere un libro su di lui e sulla sua opera. La narrazione, dunque, segue in modo lineare le vicende biografiche cercando di spiegare le ragioni che stanno alla base dell’arte del protagonista. Se vogliamo essere precisi, a volte potrebbe sembrare un vero e proprio manifesto artistico in cui troviamo una concezione della pittura che possiamo traslare e leggere come una vera e propria filosofia di vita.

Per Klingsor gli oggetti non sono morti ma pullulano di una vita che noi, a occhio nudo, non possiamo cogliere perché sottostà a leggi differenti. La particolarità della sua arte e del suo essere, sta proprio nell’aver compreso tale mistero filosofico ed esistenzialista, perché ammettere che un sasso possa essere dotato di vita propria è difficile da prendere in considerazione. Da quel momento rivelatore, esperito in giovane età, Klingsor decide di seguire dei corsi d’arte per corrispondenza che faranno crescere il suo talento e anche una relazione speciale con la sua docente, FA. Il nord della Svezia, però, è troppo piccolo per un personaggio con tanto talento, non c’è spazio di manovra e il grande pubblico, la fama europea, non giunge fin lì. È per questo che l’eroe compie una sorta di viaggio iniziatico verso Parigi, la capitale dell’arte, della pittura, dell’estetica. Parafrasando quello che potremmo scolasticamente denominare “romanzo di formazione”, Klingsor compie una serie di avventure che dovrebbero costituire il suo bagaglio personale e artistico, che dovrebbero farlo crescere, invece, mentre fisicamente si muove sul continente, ideologicamente resta fermo, la sua pittura non evolve in quanto si è già spinto verso una concezione estrema dell’arte: la “rappresentazione pittorica degli innumerevoli oggetti che fanno parte della quotidianità dell’uomo. Nulla è morto, tutto parla della vita interiore nascosta delle cose. […] abbiamo un sacco di cose in comune noi tre, Cezanne, Matisse e io.” Ed è per questo tentativo di trasmettere, tramite la pittura ad olio, la vita che scorre negli oggetti, che decide di dedicare – se non consacrare, dove davvero è avvertibile del sacro – alla “natura morta” la propria arte; natura che poi, per l’appunto, morta non è ed è interessante la piccola digressione linguistica sul termine: in italiano e francese si utilizza la definizione di natura morta ma in tedesco e olandese si ha vita quieta, presa dall’espressione Vita immobile.

Al di là dei passaggi lirici sull’arte, il testo è molto comico o forse tragicomico, quasi grottesco in alcuni aspetti. Ciò che si evince da questa voce narrante corale che riprende le tragedie greche e in qualche modo giudica, è una passione e una riverenza del tutto smodata nei confronti dell’arte di Klingsor: si ha l’impressione di assistere ad un’iperbolizzazione dell’artista che suona quasi ridicola al lettore. Klingsor, inoltre, non risulta nemmeno molto simpatico, non fa nulla, dipinge ma non guadagna, appare come totalmente assorbito da una pittura che però non gli dà nessuna fama, nessun risultato professionale e vive sulle spalle della compagna. Dall’insieme, Klingsor risulta un inetto: non è in grado di vivere, è estraneo alla vita quotidiana, sopravvive nella sua bolla di sapone fatta di tele e colori senza però mai raggiungere obbiettivi o arrivare ad una svolta. Klingsor è un artista ma, potremmo dire, mancato. Nel senso che manca – lui e la sua arte – di qualcosa di decisivo o davvero rivoluzionario. È in questo modo che il Noi narrante risulta esagerato nelle lodi che gli attribuisce e il lettore, esterno alla vicenda, lo capisce: con il risultato di avere a che fare con un testo per certi aspetti comico e straniante.

La scrittura di Lindgren è scarna, senza frivolezze e svolazzi; è concisa nel mettere in risalto quelle zone d’ombra della vita di un artista che si dedica all’arte solo per l’arte stessa, senza ulteriori scopi. L’arte viene, per Klingsor, a coincidere con la stessa vita, ne è ragione, causa ed effetto. Chi non fosse nuovo a Lindgren noterà alcuni temi a lui cari, ma che lo stile si discosta da quello di La bellezza di Merab, per esempio, dove la matrice nordica, mitica e mistica era materia predominante; qui, nonostante la genesi della famiglia Klingsor si perda nel mito e riecheggi di saghe nordiche, il testo poi si sviluppa con una linearità staccata e moderna molto lontana dalle storie del sarto Molin, che potrebbero essere invece raccontate intorno al fuoco.

Tra arte e Svezia: le nature non morte di Lindgren

Torgny Lindgren
L’ultimo bicchiere di Klingsor
traduzione di Carmen Cima Giorgetti
Iperborea, Milano 2016, pp. 224.


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