American Doppelgänger

Su Jack deve morire di Joyce Carol Oates

 
Critica

di Elena Fantuzzi

Andrew J. Rush è un affermato scrittore di thriller e mystery novels nonché celebrità locale della contea di Hecate, New Jersey, dove vive con la moglie Irina. Definito dalla critica “uno Stephen King in versione gentiluomo”, passa il tempo scrivendo nel suo studio o curando la personale collezione di libri. Forse per noia, sicuramente per più oscure ragioni, un giorno decide di ripercorrere le orme dell’amato Stephen (e della Oates stessa), creandosi un proprio Richard Bachman: nasce così l’alter ego “Jack of Spades” (il fante di spade: già qui un sinistro presagio, ricordando illustri precedenti come la Dama di picche e la Regina di cuori). Autore di storie ner(issim)e, inquietanti e sanguigne, lo pseudonimo Jack è l’esatto opposto di Andy Rush e non tarda a fare sentire la propria voce. Dapprima appena percettibile, inizia a interferire sempre di più nell’esistenza del suo creatore, soprattutto dopo le assurde (?) accuse di una vecchia bisbetica locale, fino a diventare insostenibile. Non resta quindi che un’unica soluzione: Jack, al contrario di Misery, deve morire.

Il Saggiatore continua l’ormai decennale opera di traduzione di Joyce Carol Oates, prolifica scrittrice americana più volte nominata al Pulitzer, con un raffinato esempio di gotico postmoderno. Jack deve morire (il titolo, nella traduzione italiana, è una strizzatina d’occhio al fan kingiano) può essere preso a esempio da chiunque voglia avvicinarsi al gotico, moderno e non. Scissione dell’Io (vedi Stevenson), un doppelgänger sorto apparentemente per caso che rovina la vita e la carriera del protagonista (vedi il povero Goljadkin de Il sosia dostoevskijano), la creatura che si ribella al creatore (vedi Frankenstein), un subconscio malato che avvelena e distorce la realtà (vedi Poe): non manca nulla.

L’immaginario gotico della tradizione viene ripreso e intrecciato a una originale apoteosi del doppelgänger. La Oates non si limita, infatti, al mero omaggio citazionistico (la biblioteca di Tumbrel Place), ma costruisce l’intera architettura del romanzo su una fitta rete di doppi: l’apollineo Andy Rush e il volgare e dionisiaco Jack, il buon padre di famiglia e il machista politicamente scorretto, provinciale New Jersey e Manhattan dei colletti bianchi, Rush e King e – perché no? – Irina e la bisbetica C.W. Haider o ancora lo stesso Rush e Haider. Il lettore si trova, inoltre, continuamente di fronte a due punti di vista opposti su uno medesimo fatto: il gioco illusionistico di quel narratore inaffidabile che certo Poe conosceva bene.

Ma Jack deve morire è anche un testo rassicurante per i fan di lunga data della Oates: si ritrovano qui condensati in nuce i principali temi cari all’autrice. Chiaramente, trattandosi di gothic novel, non può mancare la follia, la mente psicotica, morbosa e criminale che rimanda subito a memoria, per esempio, il serial killer Quentin T. del precedente Zombie. La famiglia Rush, poi, al pari dei Mulvaneys, conserva soltanto la parvenza di una famiglia americana perfetta per lasciare spazio a segreti e lacerazioni. E come dimenticare le donne? Protagoniste di numerosi romanzi, pur occupando qui una posizione di secondo piano, sono vitali alla narrazione, ai suoi principali snodi. Risultano anche al centro di una sottile critica a un certo mondo editoriale snob e maschilista, che vince, senza appello. O almeno, così pare.

Consigliato – ça va sans dire – agli amanti di King e delle storie nere, ma anche agli appassionati di metaletteratura.

American Doppelgänger

Joyce Carol Oates
Jack deve morire
Traduzione di Luca Fusari
il Saggiatore, Milano 2016, 233 pp.


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