Impressione n. 4, o della stanza

Critica

di Valentina Barbieri

Bisogna perdersi per imparare a seguire. Perdersi vuol dire cedere ad un abbraccio, mancare un passo, arrivare dopo, chiedere aiuto, dimorare, sentire, avere paura, scoprire. Le stanze ce le siamo inventate quando abbiamo deciso di fermarci, di ripararci tra quattro mura, di “stanziare”: quando abbiamo avuto timore di perderci nuovamente. Innalziamo porte per costruire ponti, ci separiamo dall’esterno per ricomporci con esso, scolleghiamo per ricollegare, ci scolleghiamo per ricollegarci.

Capitolo 1: Following a bird, ovvero fuori dalla stanza. Si dice “perdere la testa”, “perdersi e poi ritrovarsi”, “perdersi nei pensieri”. Dalla stanza, guardiamo fuori dalla finestra e ci perdiamo nel volo di un uccello. Noi in esso, esso in noi. Noi dentro, lui fuori. Disarmato e fluttuante. Ecco, l’incontro con l’altro, il nostro corpo vola insieme al suo, la finestra in mezzo. Ci affacciamo al mondo da un davanzale del pensiero, sogniamo, chiudiamo gli occhi, cancelliamo il confine spazio-tempo. Siamo quell’animale, quell’essere vivente.

Capitolo 2: Chopin e Bach. Entriamo in sei stanze-preludi: “The Burned room”, “The God’s Room”, “The Dark Room”, “The Breakfast Room”, “The Painroom”, “The Building room”. Ogni stanza si tinge di un sapore o di un odore proprio, di dolore o di fame, di divino o di peccato, di luce o di penombra. Andiamo lentamente. Usciamo, entriamo. I sorrisi sono stanze, i volumi di un pregiudizio sono stanze, gli abbracci ad occhi paralleli sono stanze, gli ultimi respiri sono stanze, le parole sono stanze. La stanza è ogni frammento di pensiero, ogni inquadratura di sguardo, ogni spazio occupato, ogni perimetro posto dalla fantasia. Perimetro fissato e poi infranto, ripetutamente, per poi ricostruirlo.

Capitolo 3: Split. Postcard from Far Away. 11 cartelli stradali sono uguali in tutto il mondo. Tra questi, quello delle due frecce divergenti con radice comune si chiama Split. Quella terra comune di cui diventiamo figli diversi. Tanti rami che partono dal medesimo tronco, dalle medesime fondamenta, dalle medesime piaghe uterine. Da una stessa strada che percorriamo insieme, ora ognuno di noi deve andare a destra o a sinistra. Deve prendere una decisione, deve svoltare, deve scegliere da che parte stare.

Capitolo 4: Rain, in your black eyes. Che gli occhi siano neri poco importa. Piove. Le riprese di Joris Ivens della pioggia olandese nel 1929: Regen. Bianco e nero. Cade la pioggia, nelle pozzanghere, nelle fenditure del ricordo, lungo i vetri, le strade, lungo le vesti inzuppate, lungo le guance dei volti. Ritmo. Piove. Ritmo. Piove. Piove. Piove. La pioggia non ha solo una stanza, piove su tutte le stanze. Piove su di noi. Piove ogniqualvolta ci si inumidiscono gli occhi, ogniqualvolta i sentimenti non trovano posto. Piove ogni volta che facciamo piovere. Grandine, odio, pioggia, desiderio, frastuono, ardore.

Seconda parte: Respiri.

Si viene alla luce e si respira per la prima volta fino a strozzarsi. L’aria entra dal naso e giù fino ai polmoni.

Capitolo primo, Draw breath. Respiro profondo, respiro delle terra che siamo e che abitiamo. Siamo aria dalla prima ora. Inspiro ed espiro, inspiro ed espiro. Ecco il ritmo: battere e levare. Il tempo è battito, il tempo è respiro.

Capitolo secondo, Out of breath. Senza respiro. Il fiato ci viene a meno e ci accorgiamo di averne bisogno, irrimediabilmente. Diamo per scontato tutto finché non lo perdiamo. Una ferita ci rammenta che siamo corpo vivo, il fiato corto ci rammenta che siamo respiro.

Capitolo terzo, Crying breath. Quando si piange, il diaframma si contrae, sorge il singhiozzo. Un singhiozzo, due singhiozzi, tre singhiozzi. Il respiro del pianto che è così simile a quello del riso. Nell’altra stanza piangono o ridono?

Capitolo quarto, In the same breath. Piangono, ma “nello stesso tempo”, ridono. Essere nello stesso respiro: accordo e disaccordo, compresenza e concomitanza di possibilità. In italiano, nello stesso tempo. In inglese, in the same breath. Battere lo stesso ritmo, ma essere divergenti.

Capitolo quinto, Under one’s breath. Respiro degli innamorati, sussurrarsi nell’orecchio le confessioni di una stanza solo per due. Quelle verità che in noi prendono corpo, travolgono le cataste di imprevisti e controindicazioni. Dammi l’orecchio, ti devo dire una cosa. E quella cosa per noi è un monolite cangiante, un pezzetto di amore, una lettera nel cassetto.

Capitolo sesto, Last breath. Questo è l’ultimo respiro, la fine, la rovina, il punto fermo. Affannato, malato, silente. L’ultimo respiro è sempre diverso e sempre l’ultimo. Ci coglie come il primo e ci spegne. Fine.

 

Nota a margine: Questi capitoli non sono parte di un libro, ma di un concerto del pianista Ezio Bosso. Alcuni brani sono tratti dal suo disco The 12th Room. Questi capitoli si leggono ascoltandoli. Si toccano con l’orecchio e si scrivono con l’immaginazione.

Impressione n. 4, o della stanza


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