Scrittura – Ricerca, il romanzo mondo di Edoardo Albinati

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Critica

di Samuela Serri

La scuola cattolica è un romanzo monstrum. Non occorrerebbe certo che io spiegassi il significato, duplice, che la parola possiede in latino, ma, sull’onda del modus operandi di Albinati, lo faccio lo stesso: mostruoso per la mole (durante il mese e mezzo, non continuativo, che mi ha occupato la sua lettura l’avevo affettuosamente ribattezzato “il mattone1”) e per il continuo ripetersi di riflessioni e di argomenti, ma mostruosamente bello, anche, in certe parti narrative, in certe storie condotte con una pacatezza che diventa subito straordinaria potenza.

LSC è un romanzo complesso, composito, misto. Sarei fino insicura della stessa parola romanzo. LSC parla di una scuola cattolica maschile, il SLM (San Leone Magno), che sta in quartiere romano, il QT (Quartiere Trieste), dove sono stati “allattati”, fra gli altri, i colpevoli del DdC (Delitto del Circeo), e dove lo stesso scrittore è vissuto, cresciuto ed è stato educato. E insieme a questo e proprio per questo poi anche un insieme di riflessioni, ossessioni spinte quasi alla paranoia, revisioni e ripensamenti, ricordi: che ne fanno a momenti un piccolo trattato, a momenti un memoir, a momenti solo una storia, bella o brutta che sia, ma in ogni caso sapientemente governata nella sua pura trama.

Ad essere messo in scena infatti non è solo il DdC, o Angelo, suo principale protagonista, ma tutto un gravitare di tensioni ed ideologie, villette romane e circoli missini, vacanze al mare e camerati giovanissimi, aspiranti omicidi, omicidi veri, espropri del popolo, morti improvvise, morali borghesi, piromani e incendiari (della penna, della mente e dei boschi), omosessualità latenti e stupri, preti come casta come setta come circolo maschile, anziani professori e vati, stupro e desiderio di tenerezza, sesso e femminilità, famiglie piccine e quartieri borghesi, ingegneri e artisti, pittori e pensiero comune, vittimismo, inganni e ingenuità, colpevolezza degli incolpevoli… E insieme a tutto ciò miracolose (perché predilette, perché riuscite o perché chissà) alcune scene di puro racconto, non importa se vero, verosimile o completamente inventato. Come piccoli cammei, queste oasi nello sterminato deserto dell’ideo-dietrologia anni ’70, nel continuo rivangare, domandarsi e spiegare la mente degli eterni adolescenti romani cresciuti alla scuola dei preti, sono vere boccate d’aria, energie nuove per ributtarsi dentro l’intrico riflessivo del romanzo. L’episodio della famiglia Rummo, bionda, bella e cattolica, e della loro gita in montagna è senz’altro memorabile, così come a lungo continua a lavorare nella mente e nell’immaginazione la piccola Giaele, con in bocca quella bacca velenosa.

Ma perché dunque LSC, perché il DdC? Perché a queste persone lo scrittore si è trovato insolitamente vicino, così vicino da temere di essere uguale. Albinati sfiora qui il Carrère de L’Avversario, ma lo sfiora soltanto: perché ciò che intende è molto diverso dall’operato dello scrittore francese. Non è tanto il piacere della comprensione, l’immersione nella mente criminale, la consapevolezza di raccontare una storia più vera del vero, ma la ricerca affannosa, il particolare scomparso, la detection confusa, che si disperde per mille rivoli eppure ritorna sempre allo stesso punto, che è di partenza e d’arrivo insieme: la difficoltà di stare soli con se stessi.

La faccio breve. Il romanzo è già sufficientemente lungo. Il consiglio che do, fra il serio e il faceto, a tutti coloro che mi dicono essere intenzionati a leggerlo, è di fidarsi dell’autore: quando dice di saltare oltre, se non interessati, se non siete realmente interessati saltate oltre: Albinati sviscera ed eviscera, portandoli alla luce, i tumori di una società che forse non è mai stata sana, ma ne osserva le degenerazioni, o sarebbe meglio dire allora i cambiamenti, divertendosi a rovistare a mani nude fra quella carne viva. L’autore seziona allora una parte del suo mondo, i suoi quarant’anni fra il settembre 1975 e il settembre 2015 della data in calce al volume, e cerca, nonostante e grazie a tutta la verbosità, di restituirne il colore, la forma mentis, l’aria che si respirava sotto gli alberi a cupola del Quartiere Trieste. E poi forse ha capito, o ancora non capisce, o non c’è niente da capire: e dunque la scrittura è dialogo, o la scrittura è Ricerca.

“Conversare, tra Arbus e me, era un modo più tangibile di pensare. Lui si esprimeva con poche frasi laconiche, spesso non condivisibili perché così nette, io avevo bisogno di molte chiacchiere per avvicinarmi ad un concetto, persino al più elementare, come se le parole inutili servissero a incamminarsi in una direzione senza avere idea se fosse quella giusta, tanto per uscire dallo stallo. Tuttora è così per me. Confesso di non aver mai saputo cosa pensavo se prima non l’avevo detto o scritto, e anche dopo mi resta l’impressione che il mio pensiero vero fosse un altro, sì, ma quale? o che andasse precisato, sviluppato, o che affermavo quello solo perché l’avevo letto in un libro o sentito dire da qualcuno, e io mi limitavo a ripeterlo come si fa in un’interrogazione scolastica, ricorrendo, tra le facoltà mentali esclusivamente alla memoria.”

Scrittura - Ricerca, il romanzo mondo di Edoardo Albinati

Edoardo Albinati
La scuola cattolica
Rizzoli, Milano, 2016, 1294 pp.


1La mia bilancia segna precisamente 1285 grammi, quasi uno per pagina: il volume, peraltro, del mattone standard ha anche quasi le dimensioni ma, malauguratamente per la mia metafora, meno della metà del peso.

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