Impronte rosso vivo

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Critica

di Francesca Tuzzeo

Il cinghiale che uccise Liberty Valance, candidato al Premio Strega 2016, è da annoverare nella categoria dei romanzi intensi, che richiedono un grande impegno e ne ricompensano fino all’ultima goccia. La trama è semplice: la vita degli abitanti di Corsignano (un paesino plasmato dall’immaginazione dell’autore e posato con delicatezza tra la Toscana e l’Umbria) viene turbata da “curiose attività quasi vandaliche di un branco di cinghiali”. Uno spunto narrativo che può sembrare relativamente esile, in rapporto alla considerevole mole del volume; un autore meno valido si sarebbe forse accontentato di narrare i medesimi fatti in un quinto delle pagine. Ma lo scopo di Giordano Meacci non si risolve nella mera comunicazione di eventi: il cuore pulsante dell’opera riguarda il come l’autore sceglie di tramandare questa storia al lettore.

Il vero protagonista del romanzo, al centro di una ricchissima costellazione di personaggi, è Apperbohr (Chinghiarossa nella lingua degli uomini): un comune esemplare di cinghiale che inizia inspiegabilmente a comprendere il linguaggio degli “Alti sulle Zampe”. Grazie a questo eccezionale avvenimento in lui sboccia una nuova consapevolezza che lo disorienta e lo trasforma in modo radicale. Apperbohr trova nuove espressioni con cui plasmare il mondo, si meraviglia per la neo-acquisita capacità di formulare pensieri complessi, scopre come i sentimenti stravolgano completamente la vita. Ascoltando per la prima volta un brano musicale si sorprende a piangere dalla commozione; sperimenta suo malgrado il senso di impotenza e il dolore che derivano da una perdita; rimane folgorato dall’immensità del significato di Tempo che scorre. Impara cos’è l’Amore, ben lontano da un episodico accoppiamento dettato dall’istinto, e si strugge per non saperlo condividere con i suoi simili, perché in cinghialese non esistono termini adeguati per descriverlo. Questa è la vera tragedia di Apperbohr: è solo, di una solitudine asfissiante e senza speranza. I ripetuti tentativi di instaurare una comunicazione costruttiva con altri cinghiali sono estenuanti e avvilenti, nonostante gli sporadici successi a breve termine; è troppo umano per incontrare un’anima affine nel branco cui appartiene, troppo selvaggio e animalesco per suscitare qualcosa di diverso da terrore negli esseri umani.

Esseri umani che Meacci dipinge con candore disarmante in ogni sottile venatura, in ogni scheggia di intimità, in ogni tremore morale e umorale. Nelle strade di questa “Spoon River dei vivi” si anima un mosaico brulicante di amori mancati e proibiti, silenzi pregni di verità, pettegolezzi, memorie che scolpiscono l’identità di ciascuno; rimorsi e rimpianti, amicizie che resistono a tutto, strade che si separano, segreti che scavano baratri. La quotidianità di tutti gli Alti sulle Zampe si intreccia inesorabilmente con Apperbohr nei momenti cruciali, impronte rosso vivo sulla mappa delle numerose vite di Corsignano.

Non è semplice orientarsi fra le intricate diramazioni di nomi e parentele sulle cui spalle si costruisce la storia. Una lettura frettolosa si scontra con un muro ovattato e lanoso di concetti densi e di una prosa fieramente ipotattica (talvolta si inciampa in un singolo periodo lungo un’intera pagina, fino a raggiungere il quarto o quinto livello di subordinazione interna). È necessario armarsi di tenacia e pazienza per entrare in sintonia con questa lingua evocativa, babelica, intessuta di innumerevoli citazioni letterarie, cinematografiche, musicali e di rimandi alla pop culture. L’autore, geniale, elabora una vera e propria lingua dei cinghiali; in fondo al libro ci sono un vocabolario e un prontuario con le regole sintattiche e semantiche, e l’ultimo capitolo altro non è che il diciottesimo con i dialoghi completamente riscritti in cinghialese.
Si può imparare ad apprezzare i frequenti salti temporali, i parallelismi nei rapporti tra le diverse generazioni, le ampie e suggestive riflessioni di carattere esistenziale con cui Giordano Meacci accompagna il lettore alla riscoperta della propria dimensione più autentica. La domanda che rimane alla fine, alla quale non ci si può sottrarre, è: cosa ci rende davvero umani?

“Ché se fosse così facile, capire che i momenti cruciali ci s’inchiodano addosso: se fosse così semplice farlo da soli, senza dover aspettare gli anni e i mesi a venire, fino a una parvenza di brillìo appena prima di capirlo e poi dimenticarlo per sempre, fino a dimenticarsi anche di sé: allora non servirebbe neppure questo Dio raccogliticcio che immaginiamo sul bordo dell’infinito, quasi fosse un inquilino del piano di sopra cui s’è murato il soffitto.”

Il cinghiale che uccise Liberty Valance


Giordano Meacci
Il cinghiale che uccise Liberty Valance
minimum fax, Roma, pp. 452.


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