Tra Shakespeare e Salgado: il caso Azevedo

Su Tempo di spargere pietre di Estevão Azevedo

 
Critica

di Elena Fantuzzi

Avvertenze di lettura: prima di iniziare Tempo di spargere pietre di Estevão Azevedo, Premio São Paulo de Literatura 2015, cercate – se già non li conoscete – o in ogni caso visionate i reportages fotografici Workers (1986-1991) di Sebastião Salgado e procuratevi un buon manuale di letteratura inglese.

Perché? Procediamo con ordine.

Senza avere negli occhi gli scatti di Salgado sarà difficile calarsi nell’atmosfera che avvolge il romanzo di Azevedo. In particolare penso a quegli scatti che ritraggono le formigas della Serra Pelada, schiavi moderni che senza sosta affollano crateri infernali, nuove miniere di Salomone, alla ricerca di quella pepita d’oro che potrebbe – forse – salvarli dalla loro estrema indigenza. I garimpeiros di Azevedo non sono diversi: anch’essi si muovono disperatamente, come topi in trappola, in un Brasile primitivo e ferino, di polvere e sangue, di povertà e ricerca di riscatto. Sin da subito si avverte il sentore di una catastrofe imminente che, infatti, non tarderà ad arrivare: la terra non dà più diamanti. In questa sorta di Apocalisse sottoproletaria si sviluppano i drammi degli abitanti dello slum alle pendici della cava. Tra tutti spicca senz’altro il minatore-santone Silvério, che riuscirà a istillare negli uomini una speranza nuova, il più potente e pericoloso narcotico in circolazione, forse l’unico vero “oppio dei popoli”, sicuramente dei garimpeiros. Nella delirante convinzione “nella povertà, la buona sorte, nella distruzione, il progresso” spingerà questa schiera di disperati straccioni oltre il limite: se la cava non dà pietre, che si cerchino sotto i propri piedi, frantumando con i picconi i pavimenti delle proprie case, dei propri giardini, violentando così non solo la terra su cui si è nati, ma anche inesorabilmente l’ultimo bagliore di umanità rimasto.

La violenza entra prepotentemente, come nella sua natura, nel romanzo e nelle sue varie forme ne disegna i confini, permeando ogni cosa: nemmeno l’amore può sottrarsene. Ma non ne è l’unica forza motrice, così come l’assenza di diamanti non è l’unica catastrofe ad abbattersi sul paese: ne seguono altre “umane, troppo umane” che hanno al centro la vendetta. Ora, se si apre il manuale di letteratura inglese al capitolo dedicato al periodo rinascimentale, si troverà una intera sezione dedicata alla revenge tragedy, ovvero un genere di tragedia che prevede lo sviluppo della trama attorno a una vendetta (o una serie di “delitti riparatori”), che infiammò l’immaginario teatrale elisabettiano.

Sì, esattamente di Shakespeare (ma non solo) si parla. E il debito nei confronti del Bardo, di cui – ricordiamo – quest’anno cade un importante anniversario, è sottile ma profondo nell’opera di Azevedo. Soprattutto non si limita al semplice, intuitivo parallelo tra gli amori di Rodrigo e Ximena, osteggiati dalla società e al centro di una sanguinosa faida famigliare, e quelli dei celeberrimi star-crossed lovers di Verona, ma riguarda la concezione stessa della vendetta, la quale – Amleto insegna – più che mero fatto d’armi è una condizione mentale. E proprio secondo la lezione del tormentato principe di Danimarca, è sì compiuta, ma comporta paralisi, logoranti temporaggiamenti e paranoici deliri in chi è costretto, dalla legge non scritta dell’ onore o dal lancinante dolore della perdita, ad assumersene la responsabilità.
Ancora, possiamo trovare ulteriori suggestioni shakespeariane in altri temi che attraversano, come pennellate di colore, la narrazione: i difficili rapporti padri-figli, dove i secondi spesso scontano le colpe dei primi, la calunnia e il velenoso potere performativo della parola e della menzogna (Iago docet) e il gusto per la teatralità, basti pensare alle descrizioni dei duelli o alla sacra rappresentazione di Silvéiro.

Tempo di spargere pietre è, insomma, un prezioso libro non soltanto per gli appassionati lettori ed estimatori della letteratura sudamericana contemporanea, ma anche per chi cerca nuove letture per commemorare il Bardo. A proposito, una discordanza con Shakespeare c’è, a voi trovarla.

“Sapeva dove li avrebbe portati la ricerca del diamante. Il marito no. […] Ogni volta che la terra si apriva e gli regalava pietre sufficienti per qualche spicciolo – vaticinava Vitória – si faceva più vicino il momento in cui le crepe sempre più profonde avrebbero creato una breccia aperta sull’inferno. Niente novene allora, né rosari, nessuna preghiera a quel punto. Chi lacera un ventre non ha paura delle viscere. Che differenza c’è con la terra? Diamante: lusinga del demonio. Sentiero di mollica di pane per galline. Destinato al machete.”

Tra Shakespeare e Salgado: il caso Azevedo


Estevão Azevedo
Tempo di spargere pietre
Traduzione di Vincenzo Barca
Caravan edizioni, Roma, pp. 288


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