Doppio brivido

Il bazar dei brutti sogni

Critica

di Federica Marelli

Ho tra le mani l’ultimo libro di Stephen King. Provo un doppio brivido: di piacere all’idea di leggere le nuove storie di un autore che amo e di paura preventiva all’idea che saranno storie come sempre inquietanti.

Per essere onesta devo ammettere che non tutte le recenti opere di King mi sono sembrate eccezionali, l’ultima sua raccolta di racconti (Notte buia, niente stelle, del 2010) ne conteneva solo quattro di media lunghezza e aveva un sapore di già sentito (con una scena praticamente identica a quella di un suo altro racconto). Anche il seguito di Shining, Doctor Sleep, uscito in Italia nel 2014, mi puzzava di operazione di marketing, ma non avendolo letto non mi esprimo.

Non so dire se fra le sue opere abbia amato più i racconti brevi o i romanzi; tra questi ultimi ho amato moltissimo Le notti di Salem del 1975 (probabilmente la prima opera horror che abbia mai letto), ma alcune sue short stories hanno il potere di rimanere molto impresse e provocare davvero sensazioni di paura, che difficilmente si possono dimenticare subito dopo la lettura.

Con questa raccolta in particolare mi è parso che il nostro tornasse ai fasti di inizio carriera, con racconti brevi e taglienti come lame affilate.

La raccolta è composta da 20 brevi racconti, con un’alternanza di due registri: uno più soprannaturale (come nel primo racconto, che ricorda un po’ Christine, la macchina infernale); e uno invece più quotidiano, ma con elementi grotteschi (come nel secondo, Premium Harmony). In particolare mi hanno colpito i numerosi riferimenti a elementi tipici della vita moderna: gli elicotteri della DEA, i ragazzi che filmano in modo inappropriato con i cellulari, le macchine che suonano se i passeggeri non indossano la cintura e, non ultima, la crisi economica. Sono tutti elementi letti dalla prospettiva di un uomo che non appartiene del tutto a questo presente caotico e tecnologico e rimpiange l’epoca d’oro che ha vissuto; altrettanto presenti sono infatti gli elementi della cultura popolare americana della metà del ‘900 (Batman & Robin, il Mickey Mouse Club, e anche riferimenti alle proprie stesse opere – come un’esplicita menzione, di nuovo, a Christine, la macchina infernale).

Su questa stessa linea si inserisce la presenza dei molti dati biografici presenti nelle introduzioni ai racconti; in particolare King ci racconta di quando per sbarcare il lunario all’università scriveva tesine a pagamento per gli altri studenti, e per essere sicuro che il lavoro fosse credibile visionava altri lavori dello studente in questione per poterne imitare lo stile. Tutti questi elementi mi hanno dato l’idea che King si senta abbastanza “vecchio” da poter tirare le fila della propria esistenza e della propria opera, senza peli sulla lingua e nel modo che gli è più congeniale.

Soprattutto nelle introduzioni ai racconti, come dicevo, emergono questi elementi. Qui King fa della metaletteratura parlando apertamente del proprio stile: in un caso, il racconto Morale, ci informa che sta tentando di imitare lo stile di uno dei suoi grandi maestri, e quindi cercherà di eliminare la voce del narratore e la trascrizione dei pensieri dei personaggi – essi appariranno solo con le proprie parole e azioni.

E a proposito dei personaggi: vi sfido a dire il nome del protagonista di uno dei racconti o romanzi di King (a parte Carrie, sarebbe troppo semplice); come si chiamavano i fratelli protagonisti de Le notti di Salem? O il bambino di Shining, colui che una volta cresciuto è protagonista del già citato Doctor Sleep? Nonostante non sia facile ricordare il nome dei numerosi personaggi dello scrittore, quasi tutti rimangono bene impressi, hanno una forte caratterizzazione psicologica, sono molto umani nei loro alti e bassi, nelle loro grandezze e meschinerie. E anche in questa raccolta non sono da meno: in poche righe il personaggio è descritto fisicamente, e in altrettanto poche sappiamo già quasi tutto del suo modo di ragionare, di agire e di far fronte ai vari eventi più o meno catastrofici che gli si presentano. Emblematico il caso del giudice de La duna: fin dall’inizio è presentato come un uomo amareggiato dall’idea della vecchiaia, ma a poco a poco si scoprirà quanto ancora ha da dire e di quanta forza è capace.

Grazie a tutti questi elementi, alla fine della lettura del Bazar, c’è una sola cosa che posso dire: lo zio Steve è tornato.

Doppio brivido

Stephen King
Il bazar dei brutti sogni
Speling & Kupfer, Milano 2016, 504 pp.

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