Tutto, eppure niente

Racconto

di Gloria Immovilli

Niente di che, eppure tutto.

Più o meno come scoprire di avere paura. Ancora.

Più o meno come scoprire che non si può cavar sangue da una rapa.

Più o meno come sapere di doversi schiantare contro un muro e sorridere all’idea dell’impatto.

Più o meno come domandarsi quanto marcio ci possa essere in me da ostinarmi a non voler vedere e agire con chiarezza. Come se della felicità non potesse davvero restare altro che uno stesso videotape da riavvolgere in continuazione, immaginando intensamente che ogni volta sia la prima.

Amore. Un po’ come l’arte, mi chiedo se possa essere questo, o se si tratta dell’ennesima fola che mi racconto per rendermi il tutto un po’ più sopportabile.

Amore. Ecco che questa parola si insinua improvvisamente in un pensiero dove ci sei anche tu. Provo ad associare te a quel concetto, e penso che in fondo non è così, mi piace solo l’idea che ho di te, non quello che obiettivamente sei. Mi piace quello che ho intuito, quella cosa che corre sottopelle, che ogni tanto traspare, e che non riesci a trattenere, oscillando tra il timore e l’irritazione.

Ho passato talmente tanto tempo a illudermi che negli sguardi potesse esserci qualcosa che adesso ai tuoi non ci credo. Nemmeno quando sono talmente palesi da sembrare strani. Ci sono certi tuoi sguardi che mi mettono paura, intensi come sono. Ma non ci credo, penso, forse hai in mente qualcos’altro, che non c’entra. Tipo, che vorresti essere altrove, che devi pagare la bolletta, che il tizio dall’altra parte della strada sta parlando a voce troppo alta, o che so.

Il primo sguardo, però, ha fatto vacillare ogni mia (in)certezza. Non quello che avevi mentre balbettavo le prime parole rivolte a te direttamente, quello dopo. Quando ho detto quella cosa sottovoce. Lì ricordo che è successo qualcosa di strano. Una specie di comunicazione sotterranea, una scossa elettrica che passa tra due conduttori, una mancanza di respiro, per un attimo. Tu credi in me? Io credo in te, sono come te. Questo ho capito, e forse non ho capito proprio niente.

Il secondo sguardo era diverso. Interrogativo, sulla difensiva. Ce ne sono capitati parecchi, ma ognuno era dato dalla durezza che ostentavo, che volevo ostentare. Io sono un pezzo di marmo, e allora lo sei anche tu. Tu, a cui sembra di ricordare di avermi già vista, ma associare le due immagini è veramente complicato. Naah, non può essere lei, quella che balbettava. E allora, che diavolo è successo? Perché ora la vedo? E così chiaramente poi. Che è successo? Una crisi mistica? Un aumento di autostima? Di ispirazione? Volontà di gratitudine, ribatto io, dietro al velo di nebbia dei miei occhi ingrigiti.

E un’altra volta, a ciel sereno, un sorriso che è stato come uno schiaffo in pieno volto. Come io sono venuta così, per te totalmente inaspettata, inaspettata quella gioia, quella soddisfazione. Stavolta la disorientata ero io, tanto che per un attimo mi è sembato di avere le suole inchiodate al pavimento. Ma anche lì, no, dai, fa così con tutti. Lascia perdere, pensavo. E nei giorni tristi, quando non mi riusciva di pensare che potevo farcela, il ricordo di quel sorriso era come una promessa di tutto il bene che mi aspettava dietro l’angolo, il bene del futuro. Nonostante il mio cinismo.

Insomma, io non vorrei. Non vorrei che mi succedesse questo, che ogni volta che sono incerta, triste, pensierosa su qualcosa, mi basti il tuo pensiero a farmi sentire meglio. Non vorrei essere talmente dipendente dal tuo ricordo, dal ricordo delle piccole cose che accidentalmente o meno sono intercorse tra noi e hanno contribuito a far sì che io ora mi trovi qui. Non vorrei, eppure è così, ahimé. Porca miseria, o come preferisci. È talmente potente quello che hai fatto, talmente inaspettato, capitato in un modo e momento talmente perfetto, e ora ci sto sicuramente ricamando sopra più del dovuto, ma riflettici su…

Lo sguardo che più di tutti mi ha fatto mancare le giunture me lo hai rivolto la prima volta che ci siamo rivisti dopo mesi. Cerco di ripensare a quel momento, di trovare le parole per riportarlo ma non ci riesco. Perché non lo volevamo, ma è stato un momento solo ed esclusivamente nostro, mio e tuo. C’ero io, che mi sono girata come Orfeo, ma c’eri anche tu, e nessuno dei due si aspettava di incontrare gli occhi dell’altro. È stato come uno scoprirsi nudi, all’improvviso. Ognuno con la sua debolezza. E no, non c’era più dubbio in te, no. Sapevi bene che ero io, così come io sapevo che, anche se non ne avevo veramente motivo, volevo ringraziarti, in un modo o nell’altro. Per ogni cosa. Ed eccoti lì, un secondo prima a fingere indifferenza, l’attimo dopo completamente scoperto. Non impaurito, non impietrito. A guardare me, me e nessun altro. Con consapevolezza. Con serietà. Con la volontà di fissare l’immagine nella tua mente.

Tenere, tenere tutto questo nel cuore, farne la propria isola, dove rifugiarsi quando ci si scordano i perché. Ricordare tutto, tutto, non farlo scivolare via, non lasciare che diventi il pasto degli squali. Riconoscerne un pezzo, dire: ecco, questa è la mia scapola, questo il mio dente del giudizio, il mio neo nel posto sbagliato. Quello che amo, quello che detesto. Conservare i volti, le immagini, l’opera nella formalina del cervello, perché se é vero che tutto è già accaduto, che non è più vivo, almeno un frammento deve restarne.

Dimenticare, mai dimenticare.


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