Roma: dalla culla alla tomba

di Samuela Serri

Ma però (8)

Per chi viene da Milano il cielo di Roma è la prima cosa che colpisce. Sorprendente. Per chi arriva col treno di mattina presto, come è successo a me, col pensiero ancorato al caffè e all’atmosfera umida di pioggia e poco promettente della Centrale di Milano, Roma Termini rappresenta una gioia dei sensi. L’aria sensibilmente più calda, il sole rassicurante che filtra abbondantemente sulle banchine, miriadi di turisti in improbabili pantaloncini colorati e, fuori, un cielo azzurro smalto che certo non fa rimpiangere gli inverni meneghini.

Dalla culla alla tomba
“Roma era il suo grande amore: non la Roma dei Cesari ma la Roma dei Papi; non la Roma degli Archi, delle Terme, dei Fòri, ma la Roma delle Ville, delle Fontane, delle Chiese. Egli avrebbe dato tutto il Colosseo per la Villa Medici, il Campo Vaccino per la Piazza di Spagna, l’Arco di Tito per la Fontanella delle Tartarughe. La magnificenza principesca dei Colonna, dei Doria, dei Barberini l’attraeva assai più della ruinata grandiosità imperiale.”
Sì, è d’Annunzio che parla qui, ma potrei benissimo averlo detto io: il vero fascino di questa città non sta nella linearità e nella fermezza morale dello spirito romano, che pure ha ispirato tanti fra letterati e artisti, ma piuttosto nel tormento e nella bellezza estatica dell’arte barocca. Il barocco sensibile allo scorrere del tempo, tortuoso e tormentato, scolpito dal pensiero costante della morte. Fascinazione della morte che si rispecchia in celebrazione della vita: questo è stato il mio viaggio a Roma dalla culla alla tomba”.

Culla, ecco: Roma, come è noto, ha tenuto a balia numerosi artisti, fin da quando era tappa prediletta dei turisti del Grand Tour. Gli inglesi e gli americani soprattutto hanno amato questa città (come vedremo meglio anche dopo), e ai pittori inglesi è dedicata la prima tappa del mio personalissimo tour: la mostra su Alma-Tadema e i pittori dell’800 inglese.01_les-roses-dheliogabale-alma-tadema Il pezzo forte della collezione Perez Simon è costituito da Le rose di Eliogabalo, che, se pure è fortemente rappresentativo delle tendenze estetiche e di tutto quel movimento decadente che allora si passava in Inghilterra, mostra come il fascino macabro della morte sia sempre stato ben presente e percepito da chi allora anche solo passava di qua. La storia (tramandata dalla Historia Augusta) che sta dietro al dipinto racconta di come Eliogabalo, imperatore romano del III secolo d.C., dedito alla vita dissoluta, avesse invitato alcuni conoscenti per un banchetto durante il quale fece piovere sulle loro teste petali di rosa in una quantità tale che alcuni convitati morirono soffocati. L’assurdità totalmente estetica di questa morte dialoga fortissimamente col sentimento barocco del luogo in cui è ospitata, a pochi passi da Piazza Navona: siamo nel bel mezzo di quella “Roma dei Papi” che tanto piaceva al poeta pescarese.

E tomba anche: la seconda tappa della mia gita culturale mi ha portata all’interno di quel grandioso monumento che è il Vittoriano: progettato alla fine dell’800 ma completato solo nel 1935, non è soltanto un inno monumentale alla grandezza di Roma (in perfetto stile ventennio, non c’è che dire) ma è originariamente una celebrazione della stagione risorgimentale e una dedica al Milite Ignoto.

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Ma non basta. Quando si parla di tombe Roma ha ancora una carta da giocare: il bellissimo 20140517_161013Cimitero Acattolico, comunemente detto “cimitero degli inglesi”, a riprova dell’amore che, come dicevo prima, gli inglesi sempre ebbero per questa città. Qui il sentimento della morte si fa davvero meno duro: dall’oscurità tormentosa dell’epoca barocca qui somiglia più ad una pace bucolica, come quella che si respira passeggiando fra l’intensissimo profumo di vere e proprie siepi di gelsomino e la resina stillante dei pini. Ogni tanto fa capolino da dietro una lapide il musino delicato di un gatto: d’altronde una delle più antiche tradizioni li vede fedeli compagni nella morte tanto come nella vita…

Forse Foscolo avrebbe scritto di questo cimitero e non di Santa Croce, se avesse potuto vedere la quantità di artisti e letterati che sono qui sepolti. Quel che è certo che possiamo concordare con Wilde, quando scrisse di questo luogo come “the holiest place in Rome”.

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Di un’ultima vita, o morte che dir si voglia, mi piacerebbe parlare: quella di John Keats, la cui tomba è proprio custodita all’interno del Cimitero Acattolico. Se non proprio la culla, almeno la casa in cui il poeta visse l’ultima parte della sua vita è situata a Roma, in Piazza di Spagna, nei pressi della scalinata di Trinità dei Monti. (Proprio la sua verandina, a dir la verità, si affaccia sulla scalinata, cosa che ha suscitato in me tremende gelosie.) La zona allora era talmente popolata di artisti britannici che usualmente ci si riferiva ad essa come “il ghetto degli inglesi”. E, d’altra parte, non possiamo che dar loro ragione: lo stesso d’Annunzio immaginò la dimora del suo Andrea Sperelli nella piazza di Trinità dei Monti, a Palazzetto Zuccari. Siamo in pieno barocco, in piena Roma papale. Walter Scott abitava in via della Mercede, Turner in piazza Mignanelli, Henry James in via Bocca di Leone…e così via. La casa, aperta a cura della Keats-Shelley Memorial Association, conserva una ricca biblioteca romantica, molti scritti di autori che hanno conosciuto o ammirato Keats e Shelley, il letto originale di Keats e la maschera in gesso modellata sul suo viso al momento della morte, per tubercolosi e a soli venticinque anni.

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Eppure quel sentimento barocco della morte, che informa tanta della città, suggerisce tutto tranne che tristezza. Sarà la luce particolarissima? Sarà il cielo azzurro smalto?
Chissà…

“Era una giornata meravigliosa: di quelle così splendidamente romane che perfino uno statale di ottavo grado, ma vicino a zompà ner settimo, be’, puro quello se sente arricciasse ar core un non socché, un quarche cosa che rissomija a la felicità. Gli pareva davvero di inalare ambrosia cor naso, de bevela giù ne li pormoni: un sole dorato sur travertino o sur peperino d’ogni facciata de chiesa, sul colmo d’ogni colonnetta…”

 

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