L’antitesi della donna: ovvero La femmina nuda di Elena Stancanelli

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Critica

di Elisa Saporiti

Non ho una grande affezione per il termine “femmina”. Oltre che avere un vago sentore sessista, mi sembra scarno, riduttivo, a volte anche infantile, soprattutto per l’uso smodato che se ne fa da bambini.

Così, ancor prima di testare con mano l’ultimo libro di Elena Stancanelli, La femmina nuda, entrato tra i dodici finalisti del Premio Strega, mi sono fin da subito chiesta perché l’autrice avesse scelto proprio questa parola come titolo del suo romanzo. Perché proprio “femmina”? Perché non “donna” o un suo sinonimo? La risposta a questa domanda è arrivata non appena ho iniziato a leggere l’opera. Nonostante il mio pregiudizio linguistico, alla fine ho capito che il titolo non poteva essere che questo.

La storia narrata dalla Stancanelli è così semplice e attuale da risultare a tratti un po’ scontata: Anna, quarant’anni, di Roma, è la voce narrante, nonché protagonista del romanzo. Pagina dopo pagina ci racconta – o meglio, racconta all’amica Valentina – la storia di un fallimento d’amore: dopo cinque anni di convivenza, la sua relazione con Davide è arrivata agli sgoccioli. Il sentimento iniziale che legava i due amanti sembra essersi dissolto nel nulla, lasciando posto a una reciproca insofferenza fatta di liti, bugie e tradimenti.

La rottura definitiva avviene quando Anna scopre che Davide ha un’amante “fissa” e molto più giovane di lui: Cane. Non sapremo mai il suo vero nome. Poco importa: attraverso questo appellativo Anna non solo vuole esprimere il disprezzo nutrito nei confronti della rivale, ma vuole anche mettere in luce che quella fra la donna e l’ex compagno è una relazione degradante, basata solo su un mero istinto animale.

Dopo questa scoperta la vita di Anna va in frantumi e inizia quello che lei definirà per tutto il corso del romanzo il suo “regno dell’idiozia”. Pedinamenti, controllo delle chat e dei social: per circa un anno la protagonista dà il via a una vera e propria attività di stalking ai danni dell’ex fidanzato, assumendo una serie di atteggiamenti isterici e morbosi che la portano lentamente al totale annichilimento.

Il logoramento psichico e sociale che Anna infligge a se stessa si riflette anche sul suo corpo. Alcool, psicofarmaci, digiuni volontari iniziano a consumarla pian piano, trasformandola, annientandola. Eppure, durante questo percorso che ha i tratti di un vero e proprio processo di auto-distruzione, sembra proprio il corpo l’unica ancora di salvezza in grado di delineare i limiti entro i quali l’essere umano può spingersi.

In conformità al contenuto, anche il linguaggio del romanzo subisce uno smaccato processo di degradazione, risultando volutamente esplicito e trasgressivo. L’autrice non usa mezzi termini o giri di parole per parlare di sesso, bensì cerca di portare il linguaggio a quel livello di nudità umiliata di cui si fa portavoce la protagonista stessa.

Infatti, attraverso quello che sembra un diario terapeutico, Anna decide di spogliarsi, di mettersi a nudo, rivelando anche gli episodi più umilianti che hanno caratterizzato il suo “anno di idiozia”. Pagina dopo pagina, dunque, risulta sempre più evidente come la protagonista non possa essere considerata una donna nel senso etimologico del termine – dal latino domina, cioè padrona –: Anna non è padrona né del proprio corpo né delle proprie emozioni. Anna non può essere nient’altro che femmina. Non nella sua accezione positiva – colei che allatta/che nutre/che dà la vita, sempre secondo l’etimo latino –, bensì nella sua valenza più infima di colei che riduce il proprio essere donna al solo sesso, umiliando e dilaniando la propria femminilità.

Anna sintetizza perfettamente lo stereotipo negativo della donna contemporanea, emancipata, indipendente e incline al tradimento in quanto riscossa di genere.

La confessione rivolta a Valentina, interlocutrice astratta che sembra incarnare l’universo femminile in toto, vuole essere non solo un tentativo – a mio parere totalmente effimero dato il finale del romanzo – di riscatto, ma anche un’implicita richiesta di perdono per aver offeso se stessa e l’intero genere. Forse Valentina l’ha perdonata. Forse anche altre lettrici.
Io, personalmente, non ci sono riuscita.

L'antitesi della donna: ovvero La femmina nuda di Elena Stancanelli

Elena Stancanelli
La femmina nuda
La nave di Teseo editore, Milano, 2016
pp. 156


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