«Puntazza» o del nuotare contro corrente: intervista a Simone Innocenti

 
Domande & Risposte

di Elena Fantuzzi

È cosa nota e universalmente riconosciuta che se un cronista di nera scrive un romanzo, sarà sicuramente un thriller, che altro potrebbe essere? Magari liberamente ispirato a uno dei casi di cui si è occupato nel corso degli anni, preferibilmente un delitto efferato o una passione morbosa conclusa in tragedia… insomma, il classico che non delude (e vende, generalmente). Se poi è toscano, allora c’è da aspettarsi che adotterà quel tipico tono semiserio o quell’alternanza di ironia vagamente goliardica e suspense propria del giallo à la Malvaldi: chi non ricorda la serie del BarLume?

Invece no: Simone Innocenti, che da una ventina d’anni scrive di cronaca nera e giudiziaria sulle pagine del «Corriere Fiorentino», nuota contro corrente. E funziona.

Puntazza, recentemente edito da Erudita editore, è un esordio carico di interessanti promesse. Otto racconti, otto squarci di umanità allo sbando, smarrita nei bassifondi di provincia a tentare un colpo dei gratta-e-vinci degno, nella sua disperazione, dei Soliti ignoti di Monicelli, ma anche ferita dalla perdita e feroce nella propria follia. Un esordio che meritava una chiacchierata con l’autore.

Come nasce Puntazza? In altre parole come è nato il desiderio di diventare scrittore?
Puntazza nasce di notte quando torno dal lavoro ed è tardi. Non dormo molto e quindi capita di mettermi a scrivere perché qualcosa è andato storto. Magari per metabolizzare immagini forti che ho visto o parole forti che ho letto in qualche verbale di polizia. Le storie di Puntazza sono storie che nascono per reagire ad altre storie.

La tua antologia ha uno spiccato tocco noir tra ladri, una suora assassina e trafficanti di animali, ma non è integralmente noir. Le stesse tematiche che attraversano trasversalmente i vari racconti (vendetta, contrappasso, follia) trovano anche declinazioni più introspettive . Come mai questa scelta?
C’è sempre qualcosa di profondo in chi commette un crimine. Un sentimento che magari lui non avverte, magari che gli è rimasto addosso e che scoppia così, forse per caso: i sentimenti sono bestie strane. Io amo gli animali, e quindi provo ad andarci d’accordo quando mi accosto alla pagina.

A corollario della precedente domanda non posso non citare il dittico amoroso di Puntazza: da una parte un amore tossico e criminale, dall’altra una delicata storia gay di amore immortale, L’àncora. Ci racconti come è nato?
Ho molti amici gay. Li frequento da anni, da quando ero alle superiori e in paese venivi additato o deriso. Un mio carissimo amico gay mi ha insegnato l’amore per la lettura, ho imparato a leggere con avidità, ho cominciato a maneggiare autori gay, ho capito l’importanza della delicatezza. Devo molto al mondo degli omosessuali. È gente che è stata linciata, e io la difendo. La difendevo quando non era politicamente corretto e continuo, nel mio piccolo, a farlo. Il racconto che citi, che nella mia testa è delicatissimo e dolcissimo, è un gesto di riconoscimento ai miei amici gay che mi hanno insegnato tantissimo in questi anni e vuole essere anche un piccolissimo omaggio a questo mondo. A questo mondo che quando è così – e lo è molto spesso – è molto bello.

Nei tuoi racconti c’è spesso un focus sulla capacità di ascolto e di osservazione degli altri, fulcro per esempio di Il confidente e Il camionista: è un particolare legato alla professione di giornalista o “da scrittore”? (O entrambi?)
Osservare mi piace, fa parte del mio lavoro. Io sono un cronista. La cronaca ti impone di osservare senza prendere parte di nessuno, a stare piatto, a essere spietato. Fare cronaca, nella sua perfezione assoluta, è spietatezza. Osservare è essere spietati. Quindi io non sono uno scrittore, ma un normale cronista che ogni tanto scrive delle “cose” perché la sera non riesce a dormire.

Da lettrice (in senso lato) ho trovato alcuni rimandi interessanti nel tuo libro: penso, per esempio, a Il calcolatore, una storia dal sapore amaro che può riportare alla mente certi personaggi dell’Antologia di Spoon River o un incubo kafkiano. Ci sono autori che ti sono stati particolarmente cari, nella genesi dell’antologia e/o in generale nella tua formazione letteraria?
Grazie per quello che hai detto. Io non credo neppure di essere una virgola degli autori che hai citato: sono colonne, cioè sono vette altissime, sono mostruosamente impensabili. I due autori che hai citato sono molto importanti per me, come lettore. Io sono avido, ho sempre letto. Adoro la Yourcenar, ma anche Campana, Pessoa. Pratico Ennio Flaiano, che è abruzzese ed è un popolo bellissimo, un autore che sa essere forte e gentile. Pratico autori ironici come Tibor Fischer o Karl Kraus. Leggo molto e vorrei leggere di più. Ho un rapporto fisico con la lettura: piango e rido, se ne vale la pena. Ovunque io sia. Vorrei leggere di più e scoprire nuovi autori: giorni fa Antonello Saiz, che è un libraio molto conosciuto, mi ha suggerito Tito Pioli. Ho letto una sua cosa sul suo blog e sono rimasto basito, mi ha commosso e lo vorrei abbracciare. Ne ho lette altre. E dovrò leggere il suo libro ma so già di aver scoperto un altro scrittore vero, lui sì uno scrittore vero, come Alda Merini.

Nei ringraziamenti sostieni che scrivere questo libro è stato un po’ come nuotare contro corrente. Posso chiederti cosa significa?
Io credo che scrivere sia sempre nuotare contro corrente. Le mie cose sono racconti, sono otto racconti che ha valutato Francesca Maria Gagliardi, la capa di Erudita, una donna molto pratica ma a suo modo molto dolce. Le spedii un racconto, mi rispose e ne chiesi altri. Mi disse di darle tre giorni per valutare bene. Ne sono passati cinque, poi mi ha risposto. Secca e dura. “Mi interessano”. Puntazza nasce così, con una persona che crede in otto racconti e decide di pubblicarli nuotando contro qualsiasi logica editoriale, contro qualsiasi calcolo. È stato molto bello per me ricevere quella mail.

Puntazza o del nuotare contro corrente: intervista a Simone Innocenti


Simone Innocenti
Puntazza
Erudita editore, Roma, 100 pp.


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