Costantinopoli fra Eco e reliquie

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Critica

di Federica Marelli

Come probabilmente saprete, fedeli lettori del nostro blog e divoratori di notizie sulle novità letterarie, La reliquia di Costantinopoli fa parte dei dodici libri selezionati come finalisti per il Premio Strega, forse il più importante del settore. Ho scelto di leggerlo e recensirlo, pur (ammetto) non conoscendone l’autore, perché amo i libri storici, in particolare se ambientati nel Medioevo o Rinascimento. In prima battuta mi ha attratto il concetto di fondo del libro, che a sua volta tratta di un libro misterioso, che non deve essere letto – cosa che mi ha subito riportato alla mente Il nome della rosa e il viaggio attraverso il tempo e lo spazio della parola scritta, potente, misteriosa e sovversiva.

In effetti La reliquia si apre con un libro, un volume manoscritto e in pergamena, che viene donato dal maestro Gregorio Eparco a Giovanni Marcipian, suo giovane allievo. Il ragazzo riceve in dono anche un astuccio (che nell’immediato cattura la sua l’attenzione molto più dell’anonimo libro). E subito si avvia la trattazione di un secondo tema importante nel romanzo: il culto delle reliquie, così tipico del Medioevo, un culto che può avere caratteristiche di idolatria e morbosità nel suo venerare non solo oggetti ma spesso anche parti di cadaveri. Tuttavia in tempi più antichi il rapporto con la morte, anche nel suo aspetto propriamente corporeo, era vissuto in maniera molto più naturale ed esisteva una prossimità (in senso sia spaziale sia emotivo) fra vivi e morti che per i nostri tempi è assolutamente impensabile. Le reliquie in particolare erano così venerate – oltre che per un mero ma non trascurabile fattore economico – perché, come dice il maestro Gregorio all’inizio del romanzo,

sbaglia chi afferma che le reliquie sono ciò che resta del corpo di un santo, sia che si tratti di parti del corpo, sia che si tratti di oggetti che gli appartennero o di strumenti attraverso i quali egli ottenne il martirio. Nella realtà dei fatti, le reliquie sono ciò che la Grazia di Dio ha voluto effettivamente lasciare a noi, affinché possiamo trarne forza e Fede. Non esiste nulla di più prezioso al mondo. […] Le reliquie sono luci nella notte. Pietre miliari che segnano il cammino. Frammenti di Paradiso concessi in anticipo ai peccatori…

Da questo breve passaggio è già subito chiara l’importanza delle reliquie e del loro valore rispetto alla cristianità; infatti lo stesso Gregorio ha l’idea di recuperare tutti i “frammenti di Paradiso” sparsi per la città di Costantinopoli, per portarli in salvo dai turchi che la stanno assediando. E qui inizia il viaggio della ricerca, il viaggio di fede, fatto naturalmente anche di pericoli.

Il romanzo è allora ambientato a Costantinopoli nel periodo della sua caduta ad opera dei turchi; un momento storico importantissimo (per alcuni storici sarebbe addirittura da considerare la data di fine del Medioevo, al posto del più noto 1492) ma non tanto “popolare” nell’immaginario, poiché caratterizzato da dinamiche complesse. Talmente complesse che all’inizio dell’opera ho trovato alcune difficoltà ad orientarmi nel contesto storico, che è introdotto piuttosto in medias res – i dettagli, anche fin troppo abbondanti, vengono aggiunti man mano.

L’opera è (come spesso accade nei romanzi storici) si gioca alternativamente su diversi piani temporali: all’inizio è Giovanni, ormai vecchio, a raccontare le vicende che l’hanno portato a disseppellire il libro dalla tomba del suo maestro Gregorio; mentre in seguito è quest’ultimo a prendere la parola attraverso i suoi scritti e a diventare il vero protagonista del libro, insieme al suo socio ebreo, Malachia.L’alternanza passato – presente, che, come dicevo, è tipica di romanzi di questo genere, mi è sembrata interessante e ben studiata. Il contesto è appunto ricco, ricchissimo di dettagli. In particolare la città di Costantinopoli, così fondamentale nella storia umana per i contributi che in diverse epoche ha saputo portare, è addirittura magnificata nelle sue descrizioni, diventando una comprimaria a tutti gli effetti.

Il romanzo ha forse, ovviamente si tratta di un parere personale, un difetto: ovvero uno stile ampolloso, barocco, esageratamente descrittivo, ricco di aggettivi, con periodi lunghi e intricati, non sempre lineari. Uno stile che sarà senz’altro adatto all’epoca e al contesto, ma che rende la lettura decisamente poco scorrevole. È addirittura presente un repertorio minimo della parlata giudeo-veneziana: ammirabile nella sua ricerca storico-filologica, sicuramente d’aiuto nel restituire fedeltà all’epoca e aumentare la verosimiglianza, ma forse un po’ eccessivo per un genere letterario come il romanzo.

Mi è venuto allora spontaneo un paragone, quello con La cattedrale del mare dello scrittore spagnolo Ildefonso Falcones. Anche lì era possibile ritrovare temi simili, come il viaggio di ricerca e personaggi calati perfettamente nei propri tempi. Non si tratta ovviamente del medesimo periodo storico, ma forse in opere come questa è più riuscita la restituzione dell’atmosfera, pur essendo meno ricche di dettagli precisi e sovrabbondanti. A voi la lettura e la sentenza.

Costantinopoli fra Eco e reliquie

Paolo Malaguti
La reliquia di Costantinopoli
Neri Pozza Editore, Vicenza 2015, pp. 592


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