L’addio (Antonio Moresco)

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Critica

di Gloria Immovilli

«Non essere mai nati è la cosa migliore e la seconda,
una volta venuti al mondo,
tornare lì donde si è giunti.»
(Sofocle, Edipo a Colono, BUR, 1982)

 
E’ necessario partire dalla fine, per parlare de L’addio.
Dal fondo, risalire lentamente, pesando ogni passo. Riavvolgere il nastro, pensare come nei sogni.
Non fa differenza, in fondo, che si parta dall’inizio o dalla fine, perché qui non ha davvero importanza cosa viene prima, se esistano veramente dopo e prima.

A pochissime pagine dal termine del romanzo, il misterioso poliziotto D’Arco si reca a teatro nella Città dei Morti; il biglietto gli è stato offerto dai superiori per i servizi resi nel corso della vicenda narrata.
Nello spettacolo, un’opera lirica in tre atti, canta l’ologramma di Maria Callas, nel ruolo di protagonista.
D’Arco è seduto, ascolta la Divina, e riflette. Riflette senza sosta per tutti e tre gli atti, su ciò che sta guardando e su ciò che i suoi occhi bianchi hanno visto in precedenza.
Non può fare a meno di porsi domande che ruggiscono nella sua testa al pari della voce degli attori sul palco, che sovrastano l’ovvio applauso finale degli spettatori. Una tale cascata di domande che rischiano di soffocarlo.
Al termine dell’opera, colto da un raptus che nemmeno lui sa spiegare, si reca dunque al camerino della diva, sperando che lei possa in qualche modo sbrogliare la matassa. Ma quando si trovano l’uno di fronte all’altra, è la Callas a porre una domanda:

“Come fai a vederci con quegli occhi bianchi?”
“Non lo so se ci vedo…”, le ho risposto soltanto perché facevo fatica a parlare.
Ha allungato la mano verso di me. Gliel’ho stretta, anche se non incontravo resistenza, anche se le mie dita stavano attraversando da parte a parte le sue dita fatte solo di luce, anche se non sapevo se stavo stringendo una luce che sembrava una mano oppure una mano che sembrava una luce.

Smettere di vivere vuol dire smettere di esistere?

Risalendo, scopriamo che D’Arco è un poliziotto morto. È rimasto ucciso durante una sparatoria con una banda di criminali in abiti nuziali. È morto, e di conseguenza è passato dall’essere un poliziotto nella Città dei Vivi a quella dei Morti. Ha il corpo coperto di cicatrici e le pupille vitree. Vive in uno stanzino da sbirro, dorme sdraiato su una brandina e mangia cibo in scatola.
Tutto nella norma, non fosse per i bambini che cantano. Nei palazzi-casermoni che accolgono la popolazione della Città, sui marciapiedi, sui tetti, ovunque, di notte ci sono bambini che cantano. D’Arco sembra essere l’unico a sentirli, l’unico a voler capire il perché di tanta angoscia.
È l’inizio di un viaggio che lo riporterà sui suoi passi, sulle tracce di un’organizzazione macchiatasi del crimine più abominevole, forse impossibile da sgominare, forse grande quanto l’umanità intera.
Con lui una piccola anima senza nome e senza voce, un bambino con una cicatrice di filo spinato al collo.

Sono stata attirata dall’ultima fatica di Antonio Moresco – ammetto che è anche il mio primo incontro con la sua opera – con la consapevolezza di stare per fronteggiare non semplicemente una lettura complicata, quanto un vero e proprio pellegrinaggio, e così è stato.
Non è mai stata nelle mie corde la recensione ponderata, meditata, con rimandi e citazioni, per quanto possa mettermici d’impegno. Scrivo di pancia, di impatto, velocemente, e leggo allo stesso modo. Se alla fine resta qualcosa, tanto meglio.

L’addio richiede tempo per essere metabolizzato. È un oggetto affascinante, un UFO, decisamente unico. Pretende, ma dà altrettanto, come un bravo insegnante che ti chiede di pensare a quello che dici, non di recitarlo a pappardella.
Sono duecentosettantaquattro pagine estreme, oniriche, in cui non solo le labbra si impegnano a sillabare le parole, ma le orecchie si tendono a percepire suoni impossibili, gli occhi a captare la pura luce e il buio più fondo, e, per quanto non sia propriamente un organo di senso, anche il cuore, nella sua nudità, è costretto a regolare il proprio battito su quello del mondo disegnato dall’autore mantovano.
Un mondo rarefatto, punteggiato sì da atmosfere noir, poliziesche, fantascientifiche, ma che non può e non vuole trovare limite. Un mondo che forse è costituito da tutti i quesiti che preferiamo non farci, perché rischieremmo di impazzire.
Si cade sotto ipnosi, mentre si segue D’Arco tra le due Città, mentre si scorrono righe colme di ripetizioni ostinate, dure, ossessive, mentre l’accenno all’orrore è peggio dell’orrore stesso.
L’impossibilità della missione di D’Arco, il mistero attorno cui si cela la sua chiamata all’avventura e l’identità del bambino, i ricordi spezzati del passato del protagonista potrebbero scoraggiare chiunque si aspettasse un thriller convenzionale, che si beve dalla prima all’ultima pagina come un bicchiere d’acqua fresca. Qui si scorre una galleria di scene memorabili, di personaggi familiari e tuttavia fragili, che scompaiono senza spiegazioni e non tornano più; non ultima Quella, angelo pescato nell’immondizia, che vivrà con D’Arco una storia d’amore breve e tormentata. Ma tutto è intenzionale, voluto fino in fondo.

“Mettiamo subito le cose in chiaro. Questa è una storia diversa e ve la racconterò in modo diverso. Ve la racconterò come potrò e come vorrò, e vi racconterò solo quello che si potrà raccontare. […] Non ci troverete le descrizioni minuziose e raccapriccianti degli orrori che ho visto, come siete abituati a trovarne nei libri che parlano di queste cose per divertirvi e per intrattenervi, per catturarvi in una rete di complicità e per catturare il tempo della vostra vita e della vostra morte. Io non voglio complici, vorrei solo arrivare a toccare i vostri corpi e le vostre menti e sentirvi vicini in questa battaglia senza speranza

Non è sangue sintetico, questo. Non è un divertimento usa e getta. La densità è quella del fango in cui viene plasmato l’uomo biblico, la crosta di un Male nemico da abbattere, ma che può comparire rivestito della luce più abbagliante. Il salto da compiere, quello tra la Vita e la Morte. O dalla Morte alla Vita, che dir si voglia.

L’addio è un romanzo alla fine del quale si arriva stanchi come dopo aver trasportato un peso enorme, non delusi, ma disillusi. Valga sia per il lettore che per l’autore.
Immediatamente successivo all’opus magnum di Moresco, Gli increati (uscito per Mondadori nel 2015), è pervaso e pervade di tristezza. Tristezza e rabbia, di fronte ai limiti imposti dal linguaggio, dai generi, dai cliché.
La tristezza di chi, dopo quindici anni di rifiuti, vuole soffrire per l’ultima volta, nel concepire e partorire una creatura di carta.
Come già annunciato, siamo risaliti all’indietro, siamo tornati all’inizio, a quelle che sono le prime pagine del romanzo. Lì è la chiave.
È un congedo, quello di Antonio Moresco. Avrebbe dovuto essere una lettera riservata ai collaboratori più stretti, ma diventa la premessa per un romanzo, l’ultimo. L’occasione per congedarsi dalla splendida dama Letteratura, di stringerle la mano per sempre, come all’ologramma di Maria Callas. Infatti:

“Essere scrittore non è per me uno status. Uno scrittore può ritenere a un certo punto della sua vita di avere concluso la sua missione e desiderare di continuare a sentirsi libero e solo di fronte all’avventura e all’ignoto. […] Sono già altrove, anche se continuo e credo che continuerò a portarmi dietro come uno strascico quella parte di me che si ostina stupidamente a sognare e soffrire”

Dopo la scrematura iniziale, L’addio è attualmente tra i dodici finalisti del premio Strega.
Chissà se e quale segnale giungerebbe dall’Altrove, qualora la vittoria fosse sua.

L'addio (Antonio Moresco)

Antonio Moresco
L’addio
Giunti, Firenze 2016, pp. 274.


 

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