Le Chat c’est moi!

Felini e umani allo specchio in Elogio del gatto di Stéphanie Hochet

 
Critica

di Elena Fantuzzi

Che con Stéphanie Hochet sia stato un colpo di fulmine letterario ormai è cosa nota, almeno a voi lettori e alla lunga lista di amici a cui ho prestato e consigliato i suoi romanzi. Che questo colpo di fulmine abbia resistito al tempo e si sia trasformato in un’ affezione più duratura forse no. Ma è presto detto.

In una delle nostre ultime uscite abbiamo utilizzato il termine inglese unputdownable a proposito di un (bel) romanzo che, ironia della sorte, vede tra i protagonisti un cane (Neve, cane, piede di Claudio Morandini, Exòrma edizioni). Ecco, ora abbiamo la controparte felina di un ideale dittico animale: Elogio del gatto, recentemente edito da Voland, è anch’esso un unputdownable. Anche in questo caso non per brevitas (sfiora le 100 pagine questo “piccolo libro”) e – oserei dire – nonostante le premesse. Si tratta infatti di un saggio letterario, un genere difficilmente associato a una lettura febbrile. Eppure, in questo caso, succede.

Abbiamo già detto quanto questa autrice sia, per citare il quotidiano «Le Monde», “exploratrice” dei vari generi e forme letterarie, e di quale rara qualità siano i risultati di quegli esercizi di stile che compongono la sua produzione. Elogio del gatto non fa eccezione e regala al lettore un prezioso viaggio tra storia, cinema e letteratura condotto, tra dotta e giocosa retorica, con una scrittura inconfondibile e magnetica (aggiungerei felina).

Attenzione, però. Meglio mettere in guardia chi si aspetta un trattato “sugli amici a quattro zampe”: paradossolamente, qui non si parla di gatti. Piuttosto di Gatto, vale a dire di concetto, di idea, e di uomini. Ma in fondo, se mi si concede il gioco di parole, questa non è affatto una premessa paradossale per un animale che, nel corso dei secoli, ha fatto del paradosso la propria condizione permanente. Il Gatto è l’unione di contrasti: la dolcezza delle sue fusa e la crudeltà dei suoi graffi, l’indifferenza con cui ci tratta e l’affetto che è in grado di suscitare, la sua atavica pigrizia à la Garfield e la velocità fulminea dei suoi scatti. La sua stessa storia segue poli opposti: venerato nell’antico Egitto, arriva in Occidente da servo; qui, da perseguitato per sospetti legami demoniaci, è riuscito a imporsi come padrone, rivoluzionando il nostro modo di vivere. Un po’ come Biscuit, il tiranno felino di Cause di forza maggiore di Amélie Nothomb, ha capovolto il suo destino.

Non è dunque una sorpresa che anche i cinque archetipi proposti nel trattato seguano tale dinamica: il Libertario, l’Autocrate, la Femmina, il Grassone, il Dio. Il Gatto, si sa, ha un naturale bisogno di indipendenza, eternamente sospeso tra selvaggia irrequietezza e ricerca di calore domestico, mai davvero addomesticabile per via della sua inesorabile anarchia. Eppure in letteratura, da Rabelais a Natsume Sōseki, ha rappresentato anche qualcosa totalmente agli antipodi: il Potere. Che vesta la toga dei magistrati o la porpora dei cardinali, le corone di re o dei semplici stivali, il Gatto è un despota temibile, crudele e subdolo, un consigliere calcolatore che è meglio avere dalla propria, piuttosto che contro.

Una figura prettamente maschile, il Maschio che tutto giudica e tutto governa… ma chi non ricorda le “reni feconde piene di magiche scintille e di frammenti aurei” cantate nelle Fleurs du mal? Per Baudelaire il Gatto è Donna, non ci sono dubbi, e della Donna mette in evidenza soprattutto la femminilità più conturbante, la sinuosità e l’istinto, l’erotismo: Catwoman non è forse la villain più sexy della saga di Batman? Se vogliamo esempi meno pop, che dire di Maggie, la gatta sul tetto che scotta, arsa d’amore per il depresso marito Brick del dramma di Tennessee Willams? O ancora dei roventi triangoli amorosi umano-felini descritti da Colette e Simenon? Il Gatto ha sempre incarnato e incarna tutt’ora il mistero (irrisolto) della sessualità femminile.

Se il Gatto Grassone, invece, pare recuperare la dimensione dispotica e intimorire umani e avversari (a questo proposito sottolineo che Ernst Stavro Blofeld, il genio del male a capo della famosa Spectre, era sempre accompagnato da un pingue persiano), è interessante notare come il nostro felino non trasgredisca soltanto i generi, ma anche, da anarchico qual è, i tre regni, essendo l’unico animale a trovare spazio tanto nel regno animale quanto in quello umano e persino in quello divino. Per ovvi trascorsi, il Gatto ha sicuramente una spiccata propensione mistica: non è un caso che Cats sia il musical più misticheggiante di sempre, tra Deuteronomy, ascesa celestiale con conseguente reincarnazione e culto lunare. Ispirandosi all’Old Possum’s Book of Practical Cats di T.S. Eliot, Trevor Nunn coniò per loro, nel celebre prologo, la definizione di “alumnuns of Heaven and Hell”. Se le frequentazioni e parentele con il regno di Satana sono state già documentate tanto dai tribunali dell’Inquisizione quanto da scrittori come Bulgakov, come prevedibile visto che il Gatto attira naturalmente a sé ciò che è misterioso e oscuro, resta da capire quali siano i legami con il Regno della luce. E qui la Hochet offre un gran finale, dedicando l’ultimo capitolo del suo saggio a un gioco retorico di finezza sillogistica finora unico nel suo genere. Nel Dio comprendiamo che il punto della questione è un altro: non se esistano contatti testimoniabili con il Regno ultraterreno, ma perché, come è stato sostenuto da qualche felinofilo fanatico, il Gatto, in effetti, è lui stesso un Dio. In fondo per essere Dio, soprattutto oggigiorno, immagino occorra una grande flessibilità e una profonda conoscenza di quel gran pasticcio che è l’Uomo. Già con questo direi che abbiamo detto tutto.

Sul gatto, come su Shakespeare, è stato scritto di tutto, compreso il fatto che non sia mai esistito. Sta a noi provare la sua esistenza. E se è stato in grado di ispirare tanti autori, è perché, come Shakespeare, rappresenta uno dei più potenti specchi che l’umanità abbia avuto. Avviciniamoci quindi allo specchio del gatto, per vedere se il suo riflesso ci restituisce l’immagine dell’uomo oppure del suo lato oscuro, l’inconscio che ciascuno trascina come la sua ombra. Dopo tutto, cos’è che più di un gatto assomiglia a un’ombra?

Le Chat c’est moi!


Stéphanie Hochet
Elogio del gatto
Traduzione di Roberto Lana
Voland, Roma, pp. 100


Lascia un commento