Sette maghi per otto viaggi

Da Oriente a Occidente per capire il segreto della vita

 
Critica

di Mara Giacalone

Non è la prima volta che su queste pagine virtuali portiamo la letteratura scandinava, istanza resa possibile grazie al prezioso lavoro della casa editrice Iperborea.

A febbraio è uscito, appunto per i tipi di Iperborea, Sette maghi, una vecchia collezione di storie del Nobel per la letteratura Halldór Laxness. Il testo è datato 1942, ma le otto storie contenute in esso coprono un arco di sedici anni, e sono state messe insieme dall’autore solo dopo molto tempo, come aveva fatto, ad esempio, in raccolte come Nokkrar sögur e Fótatak manna… Laxness, autore decisamente prolifico, iniziò la sua carriera a soli diciassette anni, coronandola nel 1955 con il ricevimento del Nobel “per la vivida potenza epica con la quale ha rinnovato la grande arte narrativa dell’Islanda”. E la sua provenienza geografica è sicuramente un elemento da tener presente quando ci si riferisce ai suoi testi, perché questi non si allontanano mai da quell’isola remota e fredda.

In Sette maghi, tuttavia, l’Islanda appare come sfondo, piuttosto che come reale protagonista. Siamo davanti infatti a otto storie ambientate in diverse parti del mondo, ma tutte accomunate da qualcosa o da qualcuno – un mago, forse. In apertura e chiusura della raccolta siamo traslati in Oriente, passando attraverso Cina e India fino a visitare le steppe dell’antico impero mongolo (in Temucin torna a casa); nel mezzo troviamo tre racconti ambientati in Islanda, in seguito attraverso la Danimarca si viene catapultati alle pendici dell’Etna nella calda Sicilia, per poi tornare a perdersi nel freddo Nord. Protagonisti di queste storie sono otto uomini: un emissario cinese in missione per conto del suo sovrano, un giovane della campagna cresciuto sotto il ritratto di Napoleone che perde il senno e decide di farsi chiamare come il grande condottiero, un vecchio operaio islandese che prende parte alla lotta di classe, un garzone che fa a pugni con un ufficiale di Mussolini, un signore strampalato sempre alla ricerca di affari, un giovane scrittore che si innamora della sua dirimpettaia italiana, un bimbo che fa un incontro soprannaturale con una creatura mistica e, per finire, Gengis Khan. Tutte figure maschili.

Personaggi buffi, misteriosi, lunatici e burberi in un mix che, specie verso la fine e in particolar modo in Il pifferaio, si ricollega a quel tempo epico fatto di saghe, storie e miti tanto care alla tradizione. L’arte di raccontare è il denominatore comune che tiene uniti questi sette maghi, tanto da pensare che il narratore sia lo stesso per tutti gli episodi, ma forse non lo è. Sette maghi per otto storie: potrebbe sembrare che qualcosa non torni, Laxness si è perso forse un pezzo per strada? Forse il giovane scrittore – nel quale possiamo leggere l’autore – non si inserisce nel computo, anche se si perde tra quelle strane figure?

Da cosa tali personaggi sono dunque accomunati? Prima di tutto, dal fatto che si perdono. Tutti smarriscono la strada o il senno, come il vecchio caro Orlando che vaga nel bosco. Dal primo all’ultimo cercano qualcosa che o non troveranno o che volerà via: c’è chi perde la ragione, chi perde di vista la propria missione, chi la lotta contro la vita… eppure lo scrittore riuscirà, alla fine, a trovare l’amore. O almeno, gli occhi di una ragazza. Ma ciò che conta di più è che questo perdersi dà la possibilità di riscoprire una posizione privilegiata e, paradossalmente, di compiere grandi azioni. Come dice Cin-Ciao-Lin nell’ultimo racconto: “Chi non è forte vivrà a lungo”. C’è una certa legge degli equilibri che governa il mondo, e forse essere maghi consiste proprio in questo: vivere bilanciati, in una dimensione in cui a una perdita corrisponde una conquista. Allora il giovane Nonni perde sì il senno, ma diventa Napoleone; Oli viene rapito ma trasforma questa esperienza in un incontro magico con un uomo immobile come una statua e lo sguardo perso nel vuoto; i fascisti in Islanda perdono la faccia e Stebbi vince su Mussolini… tutti questi sono maghi della vita. Eppure Laxness non si conta tra di loro, lui che più di tutti è mago con le sue parole.

Otto pezzi dunque che stanno in piedi da soli, tutti diversi nello stile ma accomunati dalla stessa penna, che non perde tempo in fronzoli. Una mano sicura, che rievoca lo stile del Nord, dove il racconto orale è sopravvissuto molto più a lungo.
Otto pezzi di un puzzle che però creano immagini indipendenti.
Otto vite magiche, ognuna in modo diverso, ma che messe insieme danno un gran senso di pace: come a dire che forse il tanto misterioso Uno che cercava Gengis Khan per ottenere la vita eterna lo si ottiene dalla somma delle nostre varie vite (esperienze), mai scegliendone solo una.

Sette maghi per otto viaggi


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