Ice Cream

Racconto

di Giancarlo Pace

Le luci del supermercato erano accese anche a quell’ora. Ormai era sempre così da quando avevano deciso di non chiudere mai i battenti. Le casse che di giorno imprimevano il ritmo alla piazza con il loro tintinnio, adesso stavano in silenzio o quasi, singhiozzando un ritmo lento e assonnato.

Il sabato sera stava passando come un giorno qualsiasi. Loro non avevano più voglia di scambiare chiacchiere logore e avvizzite con i soliti amici e avevano dato buca senza dir niente, lasciando in sospeso ogni possibile conferma di una presenza. Annoiati dalla serata e dalla cantilena della televisione pensarono di prendere un gelato perché l’inverno era finito, o così loro avevano deciso. Una volta fuori, nonostante il vento li contraddicesse, decisero di dirigersi alla gelateria sopra la fermata della metropolitana. Arrivati all’ingresso, lui mise le mani in tasca, lei frugò per qualche istante nella borsa piena di appunti e pagine strappate dai suoi romanzi preferiti. Non avevano banconote né monete con loro, solo le carte di credito con le quali pagavano i conti nei pub e nei supermercati. La noia mortale del denaro li abbruttiva, se ne tenevano alla larga come se così facendo potessero smascherare l’inganno della moneta e delle ore che si dovevano faticare per guadagnarla. Ripercorsi i cinquecento metri che li separavano dalla fermata della metro si fermarono all’ombra dei neon intermittenti del supermercato. H24 7/7.

Girarono senza meta tra gli scaffali semivuoti, spostando qualche frutto dalla cassetta di appartenenza ad un’altra. Il commesso non guardava. Loro continuavano il viaggio tra yogurt privi di grassi e di qualsiasi forma di attrazione.

Così finalmente arrivarono ai gelati. Presero una confezione rossa da sei pezzi, perché di più piccole neanche l’ombra, e poi giù diritti alla cassa improvvisamente popolata da personaggi notturni. Un vecchio viscido con la pancia alcolica si accompagnava a una bionda dall’aria disfatta. Lei molto più giovane sembrava veramente presa dalle cazzate che uscivano dalla bocca del tipo. Lui, campione di sbruffoneria, sparava sentenze da ignorante saccente sulla gente e i loro costumi. Accanto al cassiere una vetrina di caramelle cercava di invogliare i paganti ad un ultimo acquisto, mostrando la sua mercanzia stantia e appiccicosa. Una busta piccola tre euro, una grande quattro e cinquanta. Il viscido ne prendeva a piene mani trangugiandole e continuando a sparare ottusità a bocca aperta. Viscido, sudicio sterco, mormorò lui (non il viscido, proprio lui, l’altro). Lei lo teneva stretto per la mano, condivideva il suo nauseabondo disprezzo, ma era più controllata e disinteressata per dire qualcosa.
La guardia vedeva il viscido riempire le tasche di gelatine ma non aveva nessuna voglia di cercare rogne e nonostante la rogna si fosse presentata in carne e ossa preferì dirigere lo sguardo sugli scontrini accartocciati sul pavimento.

Pagati i gelati con la carta uscirono sulla strada. Si mossero in direzione del fiume vicino. Lui preferiva il punto in cui l’acqua sonnolenta accelerava improvvisamente. Un salto di meno di un metro creava un gorgoglio ipnotico, lasciando intravedere per un momento gli oggetti portati dalla corrente. Il viscido si era seduto esattamente in quel posto, la bionda era andata via. Beveva birra e mangiava ancora quei vomitevoli ammassi di lerciume gelatinoso. Viscido, sudicio sterco, mormorò lui.

Lei gli lasciò la mano e in un attimo il cartello dei lavori in corso aveva aperto in due la testa del viscido, lasciandolo con uno sguardo improvvisamente privo di coraggio e una gelatina al bordo della bocca. Nessun fragore, solo il rumore di qualche goccia rossa che si infrangeva al suolo come se piovesse e un tonfo attutito dalla pinguedine molliccia. Lo spinsero in acqua con noncuranza, un rifiuto tra gli altri nel fondo melmoso.
Aprirono la loro confezione di gelati. Estrassero due coni. Mangiarono in silenzio, osservando i piccoli gorghi che si esibivano a intermittenza sulla superficie bruna. Non passò neanche una persona ad interrompere il ritmo irregolare dell’acqua. Lui finì per primo. Prese i coni restanti e li dispose in fila sulla ringhiera, sottosopra. Andarono via, senza nessun fragore. Solo il rumore di qualche goccia rossa che si infrangeva al suolo come se piovesse.

Ice cream


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