Adelmo Farandola sepolto nella neve

Neve, cane, piede di Claudio Morandini

Critica

di Samuela Serri

Ho letto Neve, cane, piede di Claudio Morandini in poco meno di ventiquattr’ore. Ho letto in autobus, giù dalle scale del treno, in carrozza, su dalle scale del treno, camminando verso il luogo in cui vado ad assumere le mie lezioni quotidiane, di nuovo in treno e a piedi, sulla strada verso casa. Non tanto perché il romanzo sia breve (è breve: ma che questo non costituisca titolo pregiudiziale in nessuno dei due sensi), ma piuttosto perché la sua storia asciutta ma contemporaneamente (e proprio per questo, mi verrebbe da dire) vivida riesce a catturare. In inglese li chiamano unputdownable, ovvero libri che non possono essere posati prima che si sia terminato di leggerli: così è stato per me il romanzo di Morandini.

La trama è presto detta, a partire dalla sinteticità didascalica del titolo: un anziano eremita domina incontrastato su un’alpe impervia, solo. La sua umanità è l’unico intelletto raziocinante disponibile per chilometri, se si escludono le visite sporadiche di un guardiacaccia invadente e timido al tempo stesso. La Natura (Deus sive Natura) è, come si suol dire, madre e matrigna, ma fondamentalmente muta. Accetta la vita dell’uomo come quella di qualsiasi altra bestia che si sia adattata, sopravvivendo o morendo a seconda delle proprie abilità e del proprio fiuto, alla rigidità dell’inverno. Anche Adelmo Farandola, l’eremita, è quasi muto: tirare sassi è il suo modo di comunicare. Il vallone è suo, “può farci quel che gli pare. Gli animali sono suoi, come le rocce e l’erba e l’acqua e il ghiaccio. E se qualche volta ha sparato ai camosci per procurarsi la cena non deve renderne conto a nessuno. I camosci sono suoi. Pelle, carne, ossa, corna, tutta roba sua”.

Ma il vecchio non è proprio così solo, e in realtà qualcuno con cui parla con scioltezza esiste: è il cane, che si accosta a lui dopo appena qualche pagina, e con cui l’eremita passa un lungo e nevoso inverno. Il cane è sporco, vecchio, pieno di pulci: come Adelmo Farandola. Ma il cane è tutto ciò che Adelmo Farandola ha perso, o dimenticato: la voglia di correre con la pancia nel fango sporco di neve, il fiuto, l’ironia, lo spirito, la dolcezza, la memoria. E la parola. Il cane infatti è, letteralmente, un gran chiacchierone. Pian piano si insinua il sospetto che l’animale sia molto più di una spalla comica per il protagonista: piuttosto una sua proiezione, una parte d’anima travasata altrove, fedele e amorosa fino alla fine, l’oggettivazione della follia della solitudine. E tutto allora scopriamo essere riempito di vita grazie alla parola: non solo cani, corvi, formiche, ma anche ciò che è irreparabilmente morto. Ed ecco che entra in gioco il piede.

Il piede spunta nero e raggrinzito dalla neve di una valanga primaverile. Il cane vuole dissotterrarlo, Adelmo no. Però lo copre con una coperta, lo protegge dai corvi, infine lo riconcilia al resto del corpo rimasto sepolto. E lo riporta nel luogo della sua giovinezza, quello in cui l’eremita ha fuggito la minaccia della guerra: il minuto e asfittico ventre della terra, dai vermi secolari, dove per la prima volta Farandola ha sperimentato il potere della parola e ha imparato a dialogare con i suoi bisogni e i brontolii dello stomaco. È allora che Farandola è diventato consapevole del potere del dialogo di esorcizzare Fame, Freddo e Sonno. La sua parola è catartica: lo appaga nella fantasticheria vendicativa contro la gente del paese, umanizza la natura fino a farla bussare alla porta, ma lo convince anche di aver compiuto azioni violente, estreme. La parola dissacra, smitizza, scaccia la paura delle slavine attorno alla capanna. L’immaginazione è così viva e vivida da essere in grado di resuscitare cose e persone, come le mucche nella stalla e le pozze di girini immaginari, che tuttavia nutrono davvero e lasciano odore di acqua putrida sul muso del cane. E il piede: ma senza mai dire a chi appartiene davvero quell’estremità nella neve.

E se Adelmo Farandola diventa così quasi scrittore e creatore di se stesso, anche la prosa di Morandini sembra indulgere alla fascinazione della parola e del suono, evocativo in se stesso prima che nel suo significato: ogni parola è pesata all’interno di una prosa precisa e calibrata, senza nulla di troppo, piena di sapori e di odori, vivida a tal punto da essere capace di dipingere i suoi oggetti e renderli quasi percepibili al tatto: “Adelmo Farandola cammina, zaino in spalla. Ha bisogno di carne secca, salsicce, vino e burro. Le patate che ha messo da parte basteranno per tutto l’inverno. Ora riposano nella stalla, al buio, accanto ai vecchi utensili dell’alpe, i bigonci, le cavezze, le zangole, le catene, le spazzole, e protendono i germogli pallidi come per fare il solletico. Le patate ci sono, le mele anche […]”.

Allora, contrariamente a quanto si potrebbe pensare (inverno, assenza di vita, gelo micidiale), questo non è un romanzo di silenzio. Di neve e ghiaccio certo, ma non di silenzio. La natura è intensamente sonora, assai viva, e la sentiamo camminare d’intorno: “I passi cigolano con pena, sulla neve giovane, e ogni passo sembra un singhiozzo di pianto. Ogni fiocco percuote le finestre e le superfici con un rumoretto nervoso, come una voltata di pagina di un libro troppo lungo. E quando la temperatura si fa meno rigida, ecco che i blocchi di ghiaccio urlano fino a spaccarsi, sono colti da raffiche di tosse, indulgono a fragori di tuono o di scoreggia.
Sono i rumori familiari dell’eterno inverno per Adelmo Farandola sepolto nella neve”.

Neve, cane, piede è allora una storia di cose minime ma che si espandono all’interno, oscure ma folgoranti: come la danza luminosa del pulviscolo dopo un inverno d’ombre.

Adelmo Farandola sepolto nella neve

Claudio Morandini
Neve, cane, piede
Edizioni Exòrma, Roma, pp. 138.


 

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