“Vissi al cinque per cento”, ovvero teoria e pratica del pellegrinaggio sentimentale

Tumbas di Cees Nooteboom

 
Critica

di Samuela Serri

“Con una persona di cui si ricordano le parole
si ha una relazione di qualche tipo.”

Quando per la prima, e purtroppo ancora unica, volta andai a Parigi, la mia iniziale e irrinunciabile tappa la feci al cimitero del Père-Lachaise. Sarebbe lungo ora spiegare da dove derivi la mia infatuazione per i cimiteri come documenti storici e artistici, in aggiunta a un pizzico di Foscolo e un po’ di ossianesimo, ma si può dire che cominciò quando per la prima volta visitai il cosiddetto “cimitero degli Inglesi” a Roma, nell’estate del 2009 (un luogo tutt’altro che ossianico, ma anzi pieno di sole e profumato di gelsomini). A Roma cercavo Keats e Gadda; a Parigi moltissimi, fra cui Chopin, Delacroix, Wilde, Apollinaire, Modigliani, Proust, la Callas. Oggi, cambiata vita, cambierei anche cimitero e andrei a Montparnasse a trovare Cortázar.

Questo per spiegare come, quando nel novembre 2015 è uscito per i tipi di Iperborea il volume Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, con testi del poeta e viaggiatore Cees Nooteboom e fotografie di Simone Sassen, mi sia sentita meno sola. Non solo per l’immagine di copertina (un sussulto al cuore), ma perché, sfogliandone le pagine, potevo ritrovare molti dei miei cimiteri e pellegrinaggi. «Perché si va sulla tomba di una persona che non si è mai conosciuta? Perché ci dice ancora qualcosa, perché dice qualcosa a te, qualcosa che ti risuona ancora nelle orecchie, che ti è rimasta in testa e probabilmente non potrai mai dimenticare, qualcosa che conosci a memoria e che di tanto in tanto, a bassa o ad alta voce, ripeti. […] Rendere visita alla tomba di un poeta è un pellegrinaggio alle sue opere complete.»

Tumbas. Tomde di poeti e pensatori

Dunque, se mi si permette la permutazione, il poeta è un viaggiatore, e Tumbas è un libro pieno d’amore, di sentimento, di poesia. Come ho avuto modo di realizzare una volta, si è sempre grati a chi trova le parole giuste (motivo anche dell’intenso autobiografismo di questa recensione). Ma, mettendo per un attimo da parte i personali inverni dello spirito e la loro vacuità sempre ansiosa di essere colmata, mi limiterò a raccontare cosa fa Nooteboom in questo libro, che sta a metà fra diario personale, annotazioni da taccuino prese in ordine sparso e con spirito paratattico, poema in prosa. Tumbas è infatti una sorta di Ur-poesia, di viaggio all’interno dell’anima dei secoli (“il palazzo della poesia ha un numero infinito di abitazioni”), ma anche una ricognizione nella terra dei vivi e nel loro modo di pensare la morte. Le trecento e più pagine del volume sono infatti divise in piccole sezioni, ciascuna dedicata ad un personaggio e a una tomba, con relativa fotografia, e un piccolo brano, variamente composto. Si raccontano allora storielle riguardo le abitudini più o meno divertenti dei defunti, si fotografa cosa chi rimane lascia sulla tomba di coloro che non ci sono più (sassolini, secondo la tradizione ebraica, guanti, lettere, fiori, le urla del traffico circostante la tomba napoletana di Virgilio, la bottiglia di assenzio sulla tomba di Julio, con ancora un dito di liquore per lo scrittore), si raccolgono citazioni, viaggi, riflessioni che la visione dei sepolcri e la memoria delle opere genera nel poeta-viaggiatore. Talvolta, il pellegrinaggio diventa addirittura più paradossale di quanto non sia già, come accade per Pessoa, il morto che non desidera essere ritrovato: “No, Pessoa non è più qui, se n’è andato via”. E la pratica di isolamento del defunto non può che mettere in moto la fantasia.

«I vicini casuali sono invadenti e vogliono entrare nella foto; la tomba non è ancora pronta o è solo provvisoria; oppure l’implacabile progresso ha fatto di quel che era un luogo tranquillo o addirittura sacro un ossimoro contagioso: l’elevato tono oracolare di René Char mutato in una borghese tomba di famiglia; l’eterno isolamento di Leopardi esiliato tra le esalazioni di benzina di un tunnel automobilistico; l’antico monumento a Virgilio che si erge come un dito di pietra sullo sfondo di un quartiere degradato; la voce monomaniacale di Thomas Bernhard rinchiusa dietro due porticine in ferro insieme ad altri due morti. La tomba di Paul Valéry inondata dalla luce del sole mediterraneo al Cimitière Marin, è di un bianco glaciale, come neve polare. La stessa cosa accade un anno più tardi alla tomba di Flaubert, nel cimitero di Rouen, e io immagino l’autore di Madame B. mentre, di notte, sguscia a fatica dalla sua tomba angusta e si svincola dall’abbraccio soffocante del padre per andare a far visita a Marcel Duchamp che giace lì dietro l’angolo, circondato da un piccolo esercito di altri Duchamp, non fosse altro che per farsi insieme quattro risate sul motto che l’artista ha fatto apporre sulla sua lapide: D’ailleurs, c’est tojours les autres qui meurent».

Tumbas è allora un volume che condensa in sé un’intera biblioteca e un’avventura intellettuale. Nooteboom accosta Dante a Flaubert, Baudelaire a Hölderlin, Calvino a Canetti, Mann a Machado, la Woolf a Stevenson in un canone eclettico ma, in fin del conti, coerente. E non perché la poesia sia pura espressione di elevatezza di sentimenti, una certa grandeur rifiutata dallo stesso poeta olandese, ma perché tutti costoro sono accomunati da un interno rispetto di se stessi e delle proprie regole artistiche. La tomba finisce quindi per funzionare semplicemente come correlativo oggettivo di un intero universo spirituale, simbolo del viaggio alla scoperta di quel porto sì sepolto ma mai definitivamente assente.

“Vissi al cinque per cento”, ovvero teoria e pratica del pellegrinaggio sentimentale

 

Cees Nooteboom, fotografie di Simone Sassen
Tumbas. Tombe di poeti e pensatori
Traduzione di Fulvio Ferrari
Iperborea, Milano, pp. 384.


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