Madeleines moscovite

Ovvero Viaggiatori nel freddo del collettivo Sparajurij

 
Critica

di Elena Fantuzzi

Conoscete tutti le madeleines. Caposaldo della pasticceria d’Oltralpe, le soffici conchiglie al profumo di limone assurgono – come noto – tra le pagine della Recherche di Proust a cibo del ricordo, in grado, con un solo boccone, di colmare chiunque vi si accosti dell’“essenza preziosa” di un’eco di un passato lontano. Qualcosa di simile succede a un qualsiasi appassionato di letteratura russa aprendo Viaggiatori nel freddo della casa editrice romana Exòrma.

A discapito del simpatico sottotitolo “come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura”, non è un prontuario contro il gelo, che affligge chi si trovi a trascorrere i mesi invernali nella “Grande Madre” Russia e con essa non vanti legami di parentela: a questo purtroppo non esiste soluzione – Napoleone lo sa bene – e, ahimè, non ci sono Dostoevskij o Tolstoj che tengano. È però molto di più, come suggerisce da subito l’incipit:

Pensieri strani. Come si fa a non averne viaggiando sopra un suolo bianco e smisurato. Un foglio inchiostrato dal sangue dei poeti e incendiato dai roghi della storia. Chilometri tutti uguali segnati da slitte che trasportavano gli zar e la rivoluzione. […] Malgrado ci separino trentamila piedi, la terra russa fa vibrare i propri fantasmi allargando in ogni verso i confini della sua geografia sentimentale.

Questa è, per così dire, la chiave di violino su cui si accorda il duetto piacevolmente armonico di Elisabetta Baglioni, traduttrice, e Francesco Ruggiero, poeta e fondatore del collettivo Sparajurij. Sono loro a guidare il lettore tra i vicoli e i bul’vary di Mosca in un viaggio sentimentale che intreccia, come in un buon romanzo russo, sogno e realtà, topografia storica e letteraria. Tutto comincia con un aereo che plana nottetempo sulla città e un passeggero che spera di non disturbare il volo a cavallo di scopa di Margherita, la protagonista del celebre Maestro e Margherita di Bulgakov e, come ricorda giustamente il glossario finale, “sogno a occhi aperti di ogni visitatore di Mosca”. Il primo, proustiano sussulto del cuore, almeno della sottoscritta.

Madeleines moscovite

Articolato in giornate come un autentico diario di bordo, Viaggiatori nel freddo prova e riesce nell’impresa impossibile di raccontare Mosca, indescrivibile di natura: “Terza Roma” e nuova Bisanzio, città santa ammantata d’oro, eppure visitata da Satana e capitale dello Stato comunista voluto da Lenin. Città fortemente pragmatica, di affari e finanza eppure così radicata nella letteratura, grazie ai vari scrittori e poeti che vi nacquero, vissero o transitarono come meteore.

A rapidi excursus di storia della città, che spaziano dalla sua fondazione alla costruzione del Cremlino, dalle utopie incompiute degli architetti sovietici a quando Stalin decise di radere al suolo la Cattedrale di Cristo Salvatore per fare delle sue fondamenta la più grande piscina del mondo, si alternano infatti pellegrinaggi e incontri letterari. Ci sono i poeti di ieri e di oggi che aprono librerie e gli scrittori-librai della libreria Falanster; c’è l’intervista a Evgenij Solonovič che da cinquant’anni traduce in russo Dante, Belli, Zanzotto e molti altri. Non possono certo mancare i pellegrinaggi alla casa-studio del dottor Čechov e a quella futurista di Majakovskij e nemmeno quello alla tomba di Boris Pasternak, nel giardino della sua fiabesca dacia a Peredelkino. Non mancano istantanee per un album sentimentale. In vicolo Boris e Gleb Marina Cvetaeva, nel suo sudario di bronzo, ascolta distratta gli studenti che con voce tremolante si recano a declamarle i propri versi o a lasciarle un fiore, mentre sul Novinskij bul’var, di fronte all’Ambasciata americana cammina in solitaria sotto occhiali alla John Lennon Iosif Brodskij. I volti preoccupati dei due giganti fuoriposto Pietro il Grande e Jurij Gagarin, quel fatale tram A chiamato familiarmente Annuska (e chissà se Annuska anche stavolta avrà rovesciato l’ olio di girasole..), la via Prečistenka, dove si aggirava inquieto il protagonista di Cuore di cane, la malinconica bellezza dei due innamorati di piazza della Battaglia. Separati da una striscia di pavè, si cercano senza trovarsi, lui appoggiato, ubriaco e con la valigia in mano, all’insegna di Mosca, lei in attesa poco – eppure così tanto – distante. Sono Venička e la sua Penelope, i due amanti di Mosca-Petuškì di Vendikt Erofeev.

Ma non si può vivere e far vivere Mosca senza addentrarsi nelle stazioni della metropolitana. Tra le più efficienti e frequentate al mondo, la metro moscovita resta negli occhi di qualunque turista vi transiti. Che siano in marmo, ornate da volte a tinte pastello fregiate di mosaici e statue, le sue stazioni sono un ricordo indelebile. E come ogni luogo di passaggio, in ogni parte del mondo, diventano osservatorio privilegiato dell’ umanità sospesa di pendolari che nel corso della giornata si affannano, sempre di fretta, tra le banchine e le lunghe scale mobili di questo mondo sotterraneo. Affido a loro il mio congedo.

Nei loro occhi, azzurri e trasparenti come il cielo di vetro cesellato di Dejneka, cerco un futuro eroico e tragico, la scintilla di una cometa precipitata per un equivoco astrale. Lo cerco nelle camminate indolenti di chi si trascina il peso di Oblomov e a ogni metro si perde un rublo. Nei cappotti allacciati di Lara Antipova, mentre va a lavorare in un centro benessere frequentato da ricchi occidentali sui Patriaršie. Nella rabbia di chi aspetta l’amico Evgenij per regolare i conti dopo aver letto i messaggi mandati alla sua fidanzata. Nella destrezza di Margherita, appena scesa dalla metro, che risale le scale mobili per tornare in superficie come se viaggiasse su una scopa volante. Le corro dietro gridando tutte le sue parole.


Sparajurij
Viaggiatori nel freddo
Exòrma edizioni, Roma, 2015
pp. 231


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