Lettera d’amore a un libro

Critica

di Gloria Immovilli

Per “Pastorale americana” di Philip Roth.
Per quello che c’era prima e per quello che, grazie o per colpa sua, ora c’è.
Per la paura che mi ha infuso e per essersi fatto sottolineare, primo dopo tanti altri.
Per avermi messo nel cuore Seymour, Meredith, Lou, Dawn, con la certezza che lì saranno sempre.
Per il respiro che mi restituisce, ogni volta che l’eco di altre Bombe arriva da queste parti.

 
Quando la Bomba esplode, non ci si può far niente.

Prima ancora che il boato giunga effettivamente alle orecchie, è già troppo tardi. Troppe vite già volatilizzate, troppe macerie, troppe ultime volte.

Quando la Bomba esplode, polverizza non solo tutto ciò che le si trova vicino. L’eco risuona ovunque; il pensiero delle urla, delle sirene, degli sguardi persi, degli ordini perentori, le corse, le telefonate concitate, il fumo, la polvere assale anche chi non era presente fisicamente. La malattia del terrore si diffonde, subdola, e ogni minima cosa, un utensile stupido come una forchetta, non sembra essere più la stessa.

Quando la Bomba esplode, coloro che non ci sono inizialmente tacciono. Poi le fazioni vengono delineandosi, ognuno parla, parla, parla. Chi maledice l’interruzione delle proprie vite sicure, chi grida alla barbarie, chi manda al diavolo, chi proietta nella propria mente i filmini passati e futuri di ogni viaggio, ogni aereo preso, ogni sconosciuto sul proprio stesso tram, marciapiede, corsia, stanza. Ci si dipinge quella situazione particolare e poi lo sforzo cala sull’urto, il gelo, la rapidità della propria dissoluzione. Se dev’essere, spero almeno che sia veloce.

La Bomba è un insulto, un errore, una crepa sulla propria invincibilità, sul senso di ogni azione compiuta fino a quel momento. E’ l’imprevisto che fa una pernacchia, l’invitato molesto alla festa che abbiamo allestito con tanto impegno. La più folle e malata delle sorti sfigate. Si prende tutti, senza chiedere il permesso, a tutti, anche ai propri artefici, richiede un sacrificio emotivo, linguistico, spirituale. La Bomba chiede a tutti di ricordare che c’è del marcio, senza niente in cambio, nemmeno un po’ di zucchero prima di inghiottirlo.

La Bomba fa affiorare i cadaveri. Tanti cadaveri, una montagna. Non solo quelli delle vittime effettive. E’ cadavere chi l’ha piazzata, quella Bomba, chissà da quanto tempo, senza che nessuno se ne accorgesse, nemmeno chi gli stava vicino. Si portava addosso quel pensiero chissà da quanto tempo e nessuno è riuscito a fermarlo, con ogni probabilità non ci sarebbe nemmeno riuscito. Il pensiero della Bomba lo aveva già preso, lo ossessionava, gli faceva morire le parole sulla punta della lingua. Non bastava il logopedista, non bastava la religione, l’amore di una famiglia. Un attimo prima c’era un album di foto della propria attrice preferita, l’attimo dopo la fuga, scuotendo la testa. Non lo voglio, il vostro Sogno preconfezionato. Da voi non voglio niente.

La Bomba ne porta con sé altre. E a quel punto, guardare nella bocca dell’inferno equivale a vomitare. Anche se quella bocca la si è baciata, in passato. Anche se quel bacio forse non ha fatto del bene. Anche se ci viene rinfacciato da una sconosciuta che forse esiste solo nella nostra testa che quel bacio era anzi l’atto più turpe che potessimo compiere.

La Bomba fa rumore, puzza, arreca dolore e disperazione, eppure è tanto più efficace rispetto alla voce mite e pacata che è la voce abituale di ogni umano dotato di un qualche raziocinio. La Bomba esplode tutta d’un colpo, ma costringe le persone ad andarsene da casa propria, per moltissimo tempo, cambiare, rinunciare, adattarsi. Rende i sorrisi più tirati, le azioni più ponderate, il Sogno meno fulgido. E non importa quanto per esso si sia lottato e si voglia continuare a lottare. Anche un padre, l’ultimo rifugio del timoroso, l’ultima certezza e baluardo, è minacciato. I mattoncini che, con pazienza, sono stati messi l’uno sull’altro per darsi un tono, costruirsi solide sicurezze, diventano palline nelle mani di un architetto giocoliere che senza troppi complimenti, insidia tua moglie senza che quasi tu te ne accorga.

Alla fine, restano le domande; o meglio, la Domanda con la D maiuscola. Sempre quella, sin dalla notte dei tempi. L’unica che accomunerà tutti, comunque e dovunque. Quella che, volenti o nolenti, ha tanto fascino proprio perché non c’è risposta monolitica che la tenga a braccetto.

E allora, meglio ripescare uno scrittore, ma anche un amico, dal proprio passato, ammettendo la sconfitta del proprio mito. Affidare a lui, tacitamente, il tentativo di dare qualche risposta, vagliando ogni minima, possibile ipotesi, senza lacrime o pietosi epitaffi. In nome di quello che si era. In nome di un’umanità che resta l’unica, lieve carezza, anche dopo che la Bomba è esplosa.

Lettera d'amore a un libro


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