Come prendersi le misure senza farsi troppo male

Ovvero La resistenza del maschio di Elisabetta Bucciarelli

Critica

di Samuela Serri

“Ogni costruzione, ogni movimento, ogni produzione
dell’ingegno corrisponde a un disegno del pensiero,
sempre rappresentabile da numeri e da una forma.”

Una notte un Uomo attraversa in automobile la periferia sud di Milano. È un professore universitario (architettura), bello, sicuro e preciso nelle misure: ripete, per non addormentarsi, fra sé e sé l’altezza delle torri milanesi. D’improvviso, un incidente. Una Renault rossa di fronte a lui compie “un’azione rappresentabile con un segno grafico composto da una retta e da una curva”, la metà simmetrica di una finestra romanica. Lo costringe a fermarsi e a prestare soccorso ad una donna. La donna è Effe, “le mani lunghe con lo smalto rosso”, riversa e immobile come l’Ophelia di Millais, che, con questo gesto incertamente autolesionistico, da quel momento entrerà nella sua vita.

Da qui in poi la storia prosegue mettendo in scena l’Uomo, uno e trino (Marito, Amante, Emme), e tre delle donne che hanno incrociato la sua vita, in un dialogo fecondissimo che intreccia e mescola la terza e la quarta dimensione. L’ossessione dell’uomo nel misurare il mondo, operazione intesa come vero e proprio strumento ermeneutico, si traduce in un lungo peregrinare per mostre, teatri e aule universitarie, che l’autrice segue da presso; al contrario, la dimensione temporale è tutta concentrata in un lungo pomeriggio nell’anticamera di uno studio medico, dove le tre donne della vita dell’Uomo stanno aspettando lo stesso dottore. Marta, Silvia e Chiara sono del tutto inconsapevoli del legame che le unisce. Lo studio del dottore, dove rimangono sole ad aspettare un uomo che non arriva mai, diventa presto luogo di confidenze intime, teatro di storie personali, dove si rappresenta “la resistenza del maschio”: il suo sfuggire, non venire a patti, non dialogare, non concedersi.

Il contrasto fra l’attivismo e la triplicità delle figure femminili contro l’unicità e l’immobilismo dell’Uomo è fondamentale nel romanzo. Emme prende l’iniziativa, cerca Chiara in ospedale dopo l’incidente, comincia a scriverle prima messaggi e poi in chat, però allo stesso tempo si nega alla moglie, accetta di fare terapia di coppia ma senza mettersi in gioco, non vuole un figlio da lei ma è donatore di sperma con la mediazione di un amico medico. In altre parole, resiste. Il misurabile per lui è il comprensibile, la sorpresa è il corteggiamento, l’analisi è la sua arma d’attacco nei rapporti interpersonali. Fa quel tanto che basta per incuriosire, accendere, cominciare. Poi si ferma. “Ciò che deve accadere accade” è la sua personale massima. Marta, Silvia e Chiara si portano invece addosso i segni di relazioni fallite, di un modo forse ingenuo ma coraggioso di farcela. Imprigionate in una stanza (fuori c’è un temporale e la corrente è andata via), popolano di parole le quattro pareti, non stanno mai ferme, sperando di far accadere e saper riconoscere la differenza fra “maschio” e “uomo”.

«Mi ha detto: Scusami, devo andare. E poi una tirata sul fatto che non so proteggere l’amore e minchiate del genere. Io non so proteggere? L’ha detto a me, che non faccio altro che prendermi cura di tutto. Affreschi, gatti, santi e madonne, il suo corpo compreso, con una certa abilità, ma a lui questo non basta.»
«È un romantico, mi pare» azzarda Chiara.
«Tu sei una romantica, a lui non va bene che io voglia una continuità sessuale. Capisci il punto? La sua rivincita sulla vita è non dare quello che gli viene chiesto. Ormai ne sono convinta, infatti non lo inseguo più.»

Come prendersi le misure senza farsi troppo male

Mentre scrivo questa recensione sono seduta in un piccolo bar di Milano. Sono le otto del mattino, e va velocemente riempiendosi. In sottofondo suona Vivaldi, presto sopravanzato dalle voci dei clienti, mentre il mio quaderno poggia su un piano dorato, invecchiato ad arte. Questa è l’impressione che mi dà il libro di Elisabetta Bucciarelli: una storia di legami e rapporti, di nodi inssolubili e poesie sbagliate. Ma forse sarebbe meglio dire un caso di studio antropologico, che corre su un fondo raffinatissimo e meraviglioso fatto di Piero della Francesca e Yves Klein, architettura milanese e quadri preraffaelliti, profumi, cattedrali gotiche e complicate geometrie.

Elisabetta Bucciarelli
La resistenza del maschio
NN editore, Milano, 2015
pp. 234


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