Finché il carrello va

Per quanto mi riguarda Cormac McCarthy è rimandato settembre. Sperando che quella rottura di palle post-apocalittica di The Road non sia il suo meglio

Critica

di Alberto Bergamini

Io non sono gay. Ma dovete sapere che anni fa un’amica mi contagiò col suo amore impossibile per Viggo Mortensen, e da allora, abbandonandomi senza ritegno agli istinti della fan-girl che c’è in me, non mi perdo una pellicola del (mica tanto) talentuoso attore danese; che a dire la verità non sono poi così tante, essendo Viggo, bisogna ammetterlo, bello sì, ma una schiappa assoluta.
Ma se per caso me la perdo al cinema, riparo prontamente ricorrendo allo streaming. Fu così che una sera dei miei anni belli spensi le luci di casa e mi accomodai in compagnia di una Coppa Malù davanti a The Road di John Hillcoat, tratto (scoprii dai titoli di coda) dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy. Quando finì, non potei nascondermi che mi lasciava come quasi tutti i film di Viggo, che a loro volta ti lasciano come ti lascia la Coppa Malù: un po’ così. Certo non era una boiata, e anzi era per certi aspetti molto pregevole, a partire dall’impatto visivo dello scenario post-apocalittico, giocato più in chiave esistenziale e malinconica che spettacolaristica; tuttavia mi sembrava restasse un film inconcludente, perché (ipotizzavo) incapace di sviluppare i temi su cui sembrava essere incentrato: limite tra umano e disumano, speranza e disperazione, fedeltà alla propria umanità una volta giunti al limite di quest’ultima, e così via; ipotizzavo inoltre che, come accade spesso in casi del genere, tutto questo dovesse trovarsi nel libro che aveva ispirato il film; libro che mi ripromettevo dunque di leggere.

Finché il carrello va

Ma, si sa, la strada per l’inferno è lastricata di buoni propositi, e giorno dopo giorno siamo arrivati a due settimane fa, senza che io avessi mai aperto non solo The Road, ma anche le altre opere di McCarthy, che negli ultimi anni hanno contribuito a renderlo noto al pubblico italiano: suoi infatti anche Non è un paese per vecchi, da cui i fratelli Coen hanno tratto l’omonimo e acclamatissimo film, e la sceneggiatura originale de Il procuratore, lavori in cui si ruota sempre intorno al nucleo di temi di cui sopra: dove sta il limite tra umano e disumano, cosa rende umano l’umano, quanto di ciò che rende umano l’umano dimostra oggi la sua fragilità. Insomma, una vergogna che un mezzo animale come me non avesse già preso contatto con un lavoro all’apparenza così stimolante. Ho tuttavia rimediato in questi ultimi giorni affrontando finalmente The Road, tra l’altro a dieci anni esatti dalla sua uscita e a nove dal Premio Pulitzer. Premio Pulitzer di cui, a lettura conclusa, uno non può evitare di chiedersi il perché.

In realtà fa piacere constatare che non ci siamo solo noi a dare il Premio Strega a robe come Stabat Mater, per non dire di peggio, tuttavia dal momento che gli Stati Uniti sono un posto mediamente più serio (Trump a parte) dell’Italia e dell’Europa in generale non posso non restare molto perplesso, e confesso che se preferisco rimandare McCarthy a settembre, cioè leggere Suttree prima di archiviare il caso, è solo perché stiamo parlando di un autore che Harold Bloom ha messo di fianco a Roth, DeLillo e Pynchon (anche se, nel caso specifico, stava parlando di Meridiano di Sangue e non di The Road).

Per come la vedo io si tratta di una rottura di palle lunga 218 pagine in cui succede sempre la stessa cosa: sullo sfondo di un non meglio precisato futuro post-apocalittico un padre e un figlio accendono il fuoco, cercano del cibo, non trovano il cibo, rischiano di morire di fame, trovano il cibo, accendono il fuoco, finiscono il cibo, riaccendono il fuoco, prendono l’acqua, rischiano di morire congelati, rischiano di morire di fame, trovano del cibo, finiscono il cibo, rischiano di diventare cibo di bande di cannibali (quelle che, en passant, dovrebbero farci riflettere sul limite tra umano e disumano), si accampano, prendono l’acqua, rischiano di morire congelati, si accampano, accendono il fuoco, finiscono il cibo, ripartono, rischiano di diventare cibo di un’altra banda di cannibali, e così via, senza sosta e senza senso (letterario) lungo la strada verso sud, spingendo un carrello che dopo neanche trenta pagine vorresti avere tu per metterci sopra le palle; il tutto spezzettato in una miriade di dettagli iperrealistici descritti in colse-up secondo per secondo, passo per passo, gesto per gesto, oggetto per oggetto, bivacco per bivacco: una roba che Breton si sarebbe incazzato come una biscia, e a ragione.

Poi oh, per l’amor di Dio, sono sicuro che c’è qualcosa che mi sfugge, che ci sarebbero decine di critici pronti a farmi notare quanto io non sappia apprezzare tutte quelle cose che apprezzano i critici, tipo l’essenzialità della lingua o la vibrante profondità della presenza che si sottrae o la nuda sterilità di una narrazione che sa farsi deserto o tutte quelle cose lì che ci stanno sempre bene, tanto non significano nulla. Ma dal momento che io faccio il filosofo, e non il critico, per me i casi sono due: o la lingua è stile, e allora va a parare da qualche parte, e già che c’è ci porta pure il lettore, oppure non ci siamo. E qui mi sembra più il secondo caso, perché a lettura conclusa, e conclusa ovviamente sull’immagine misteriosa e enigmatica del misterioso enigma del mondo, a lettura conclusa «nelle forre dove […] ogni cosa era più antica dell’uomo, e vibrava di mistero», a lettura conclusa sulla conclusione misteriosa e enigmatica e pigliatutto, dove siamo andati a parare? Mistero post-apocalittico. Se ci arrivate, ditemelo voi. E se non ci arrivate, non arrendetevi, abbiate fede: continuate a spingere il carrello. Da qualche parte si dovrà pure arrivare, no?


 

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