È così che si uccide ovvero il curioso caso Zilahy

Critica

di Elena Fantuzzi

Il mondo visto frontalmente è illeggibile.

Roma, fine estate. Il commissario Enrico Mancini ha ripreso da poco il lavoro quando inizia a delinearsi una serie di inquietanti delitti. Appare presto chiaro che sono opera di una stessa mano, un serial killer che annuncia in criptiche mail i suoi crimini. Mancini, il profiler specializzato a Quantico, dopo un primo rifiuto, è a capo delle indagini e inizierà, insieme alla sua squadra, un spietata e dolorosa caccia all’uomo delle “morti di dio”, L’Ombra.

Gazometro, Roma

Quello che vedete è il Gazometro romano. Un edificio abbandonato, un reticolato metallico che con i suoi cento metri di altezza domina dall’ alto la città fantasma del polo del Porto fluviale, il primo quartiere industriale della capitale, nell’ area Ostiense. Il romanzo inizia qui, in una cupa notte di pioggia, all’ ombra di questo mostro d’acciaio, tra il Ponte di Ferro, le ciminiere e i mattoni rossi dell’ex saponificio Mira Lanza, che subito richiamano alla memoria la periferia industriale inglese di dickensiana memoria. Non è un caso, probabilmente.

Il brillante esordio di Mirko Zilahy, già editor, e affermato traduttore letterario (tra gli altri, del bestseller Il cardellino del premio Pulitzer Donna Tartt e – ricordiamo – di The Dark, opera seconda dello scrittore irlandese John McGahern, edito da minimum fax il mese scorso) apre da subito un diretto legame con un imagery vittoriano, oscuro, violento, di psicologie complesse e tenebrosi bassifondi. Infatti il cuore, il setting principale (quasi personaggio non fisico) del romanzo non è la Roma del centro, barocca e papale, già sfondo di numerosi noir (Angeli e demoni di Brown, Prima di morire addio di Fred Vargas, Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana), bensì quella della periferia estrema e abbandonata, sferzata da un’incessante pioggia. E se le ambientazioni di Porto fluviale e dell’ex Mattatoio di Testaccio, altra evocativa crime scene, richiamano curiosamente e inconsciamente alla memoria il sobborgo vittoriano dark per eccellenza (peraltro topograficamente affine alla Roma del romanzo), Whitechapel, il noto teatro dei delitti di Jack lo Squartatore, l’estetica del delitto è sicuramente erede di Poe. Il tributo allo scrittore americano è manifesto nel testo e nell’ esergo stesso, così come il debito alla letteratura irlandese di Wilde e Stoker. E qualcosa di vampiresco ha sicuramente il killer, L’Ombra, un angelo vendicatore invisibile e inarrestabile nella sua sete di giustizia terrena. Una giustizia impossibile, non contemplata spesso dalla natura umana, ma qui ricercata come unico antidoto a un dolore struggente, anch’esso parte della nostra (leopardiana) natura. Ciò, oltre a creare un ideale collegamento con un altro meritato successo editoriale recente, L’invenzione della madre di Peano, unisce in un simbolico doppio – altro tema molto ottocentesco – i due poli dell’indagine, commissario e assassino, a riprova di un’interessante complessità di struttura.

Zilahy, in conclusione, ci regala un thriller che mescola ad arte in una prosa di minuziosa precisione (qui la mano del traduttore) un retaggio letterario noir vittoriano con i moderni precetti e strumenti del criminal profiling reso familiare al pubblico italiano dal mondo del crime serial anglosassone (Criminal minds, NCIS, The Fall, Dexter etc).
E il risultato val bene la lettura, parafrasando Enrico IV.

È così che si uccide ovvero il curioso caso Zilahy

Mirko Zilhay, È così che si uccide
Longanesi, Milano, 2016
pp. 410


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