L’eternità di carta

L’invenzione della madre di Marco Peano

Critica

di Samuela Serri

Mattia è un ragazzo di ventisei anni. Mattia ha una madre. La madre ha un nome che molti sbagliano a pronunciare, poco più di cinquant’anni e un cancro: recidivo, gravissimo, “come una colata di metastasi lungo la colonna vertebrale”. Mattia non sa come reagire di fronte a un evento che gli sottrae chi da lui è separato soltanto da poche lettere: Mattia morte mamma.

Questa, in estrema sintesi, la trama de L’invenzione della madre di Marco Peano (minimum fax, 2015), ovvero il racconto, di una tragicità devastante ma allo stesso tempo necessaria, della perdita di una persona cara, narrata attraverso piccole quotidianità e colossali spazi emotivi. Le tre parti in cui si divide il libro comprendono e frammentano perlopiù l’ultimo anno trascorso insieme da madre e figlio, con tutte le degenerazioni e le sofferenze che prendono e perdono entrambi: nulla è nascosto, ridotto, tagliato, come in un docu-fiction più vero del vero, in cui su ogni cosa è posato lo sguardo amoroso, pietoso e sofferente dell’amore familiare.

L’invenzione della madre è allora un libro che parla di una mancanza avvertita già in presenza, spaventosamente aspettata e temuta; di un’assenza che farà sentire il suo peso ancora in futuro, tramite le cose maneggiate, le conserve preparate, le musiche ascoltate; di una mortalità che il figlio tenterà di prolungare (ed è forse questo ciò che più commuove e dispera), perpetuando la madre nella vita degli oggetti. Ecco allora Mattia intestare alla madre una tessera per il prestito di videocassette, per poter illudersi ancora che la vita continui normalmente, meditare di riempire palloncini e palloncini col fiato di lei, per poterne ancora percepire il respiro, e, una volta che lei non ci sarà più, bruciare i metri di pellicola che raccontavano la loro vita insieme: in un falò che è un rito di passaggio, un distacco definitivo, svolto con metodo e amore, nastro per nastro, cassetta per cassetta. E allo stesso modo dagli oggetti viene difficile separarsi: e così Mattia immagina bisogni ultraterreni della madre, modi per farla restare vicina a lui, fosse anche solo tramite una scheda telefonica, una voce registrata che fa la sua comparsa dalla segreteria e stringe il cuore.

Mattia seziona infatti e trasfigura il suo reale basandosi su un immaginario cinematografico (lavora in una videoteca e ha ambizioni e inclinazioni registiche), ma Peano è una gran lavoratore sul linguaggio, sapiente intrecciatore di piani narrativi e di voci più o meno interiori: la forma compatta del romanzo si divide in un Mentre che costituisce il corpo centrale del testo, più due appendici (l’anno prima e l’anno dopo), ma il romanzo è in realtà un grande mosaico in cui ricordi e pensieri si intrecciano alla tragicità del presente, piccoli paragrafi con i cui titoli l’autore lancia a noi chiavi interpretative e agganci narrativi. Ma non basta: l’intera narrazione è costellata di parentesi dove spesso la voce dell’autore si palesa, fa notare coincidenze, ci svela pensieri segreti, voglie di evasione, strategie per superare l’enormità della tragedia. Il suo metodo è dunque quello dell’analogia, con una precisione chirurgica che isola e seziona pensieri ed emozioni.

Peano racconta così la storia, quella definitiva, che deve essere attraversata per continuare a vivere: ma il dissidio fra l’estremo eternare una madre, tramite la scrittura, e il ricordo della madre stessa (molto più vera di qualsiasi romanzo) continuerà a far male.

(Ma se la memoria è fatta di cataloghi e di elenchi, Mattia vorrebbe ricordare a tutti – e forse per primo a se stesso – che sua madre è stata anche altro, qualcosa in più e qualcosa in meno di quella signora gentile che lavorava all’ufficio postale ricordata dal prete. Sua madre era la licenza di terza media conseguita senza aver poi concluso le scuole superiori, era l’idiosincrasia – maturata negli anni di ragazza quand’era commessa in una pasticceria – per i pacchetti regalo tenuti insieme con lo scotch, era quella che a tavola preferiva i formaggi e i salumi ai dolci, quella che faceva le pulizie ascoltando Aznavour, quella che amava così tanto le moto da averne comprata una usata a quarant’anni suonati, quella che non sopportava il colore verde, che fumava e rideva anche quando le cose andavano male, che tagliava le pere in quattro spicchi, che si stupiva della sua facilità ad addormentarsi nei momenti difficili. Era una persona, non un personaggio.)

L'eternità di carta

 

Marco Peano
L’invenzione della madre
minimum fax, Roma, pp. 280.


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