Impressione n. 2, o dell’insonnia

Critica

di Valentina Barbieri

Ad Adrogué, d’estate, un bambino si perdeva e riperdeva nei lunghi corridoi e tra i riflessi degli specchi dell’hotel “Las Delicias”. Quel bambino avrebbe di lì a poco perso la vista e con essa la possibilità di assaggiare il mondo a colori. Una volta cresciuto, sarebbe diventato un anziano silenzioso, appoggiato al suo bastone di legno comprato in Egitto, con le nocche delle dita rugose in evidenza e un paio di occhi azzurri che si facevano varco tra le palpebre verso l’alto, verso l’universo immaginato e ritrovato in sogno ogni notte. Quel bambino è Jorge Luis Borges, quel bambino è Georgie (nome col quale la madre Leonor Acevedo l’ha sempre chiamato fino alla morte). Il nome Jorge/George/Giorgio è composto da (terra) e da érgon (lavoro), significa “lavoratore della terra”. Sembra assurdo che l’autore di Finzioni, il catalogatore delle bestie fantastiche e dei libri mai scritti, l’affezionato di citazioni mai citate e di luoghi mai calpestati fosse un contadino della letteratura. Ebbene, lo era e lo è sempre rimasto. In Borges, bambino e adulto, non si perde mai l’aderenza alla terra, al suolo che si calpesta, al profumo di fiori del giardino d’infanzia, alle situazioni vissute, nonostante i sensi sospesi e la vista gradualmente azzerata. Il fantastico borgesiano nasce da una zappa conficcata nel terreno, ci sorprende perché ci svela un ventaglio di situazioni al limite del verosimile, credibili fino all’ultimo respiro, in cui cadiamo in preda al dubbio che le cose stiano o non stiano veramente così. In questo senso, Borges non ha mai inventato nulla o ha sempre inventato tutto: dipende da quale buco della serratura interpretiamo ogni volta ciò che stiamo leggendo. Tutto si gioca nella relazione luce-ombra, che può essere declinata all’infinito in veglia-sonno (sueño in spagnolo è anche sogno), sonno-insonnia, immortalità-mortalità. Serriamo gli occhi un istante e fingiamoci ciechi. La nostra veglia cangiante diviene un teatro di ombre e macchie di buio, il nostro vagabondare a occhi aperti si trasforma in una passeggiata in bianco e nero, il nostro Sole da ora in poi non avrà più colore né forma. Ora addormentiamoci e mettiamoci a sognare. Il nostro sonno diviene sogno e le immagini ritrovano colore. Sognando, riconosciamo nuovamente i profili delle cose per come erano prima che diventassimo ciechi, per come ce le ricordiamo nelle fotografie dell’infanzia, per come le abbiamo custodite in mente per decenni. Queste immagini da “esterno giorno” hanno cambiato copione e dislocazione: sono diventate immagini del ricordo, immagini interiori. Esse sono protagoniste della letteratura di Borges. Sono le immagini di una vita vissuta, costretta al bianco e nero dalla cecità incalzante, e poi rivissuta nei sogni, riscoperta ogni giorno, riplasmata secondo una fantasia viziata dal reale e fedele al ricordo. Se ritrovo il mondo a colori solo sognando, allora per me l’insonnia sarà una condanna simile al pensiero soffocante dell’eterno ritorno dell’eguale. “Prima di Nietzsche l’immortalità personale era un semplice errore delle speranze, un progetto confuso. Nietzsche la propone come un dovere e le conferisce la lucidità atroce di un’insonnia”1.

Borges soffrì d’insonnia per tre anni quasi consecutivi. Ma cosa si intende per insonnia? Come ricorda Eluned Summers-Bremner2, c’è un significato del tutto contemporaneo del termine come ce n’è uno antico, che noi con la nostra visione del mondo – come sospinto dal giorno che nasce e non dalla notte che incombe – non riusciamo più a percepire. Insonnia intesa come sonno disturbato da sogni (significato originale del termine) o come impossibilità di dormire. Ugualmente vi sono due tipi differenti di sogni: quelli mortali, riferiti ai desideri del sognatore e ispirati dal suo passato (insomnia, in latino) e quelli di origine divina e profetici (visa). Il termine neutro insomnium, in latino, vuol dire sia sogno/visione sia insonnia/veglia. Soffrire di insonnia significa quindi vivere sulla linea sottile tra mortalità e immortalità, tra sonno e non sonno, tra sogno e non sogno. “Sogno o sono desto?” è la domanda della modernità per eccellenza. Eppure, se la vita di Borges era come un sogno sognato perpetuamente, egli quando mai era desto? Lo era probabilmente solo quando si soffermava a pensare alla similitudine del come: “La mia vita è come un sogno, ma in realtà non lo è. O forse sì?”.

Borges soffriva di un’insonnia antica, cioè di un sonno popolato da visioni: quando si accinge a scrivere ad Adrogué, nel 1936, una poesia dedicata a ciò che lui ritiene pura e atroce mancanza di sonno (dal punto di vista moderno), in realtà vi sta elencando le immagini del passato, la compresenza maledetta di istantanee che si susseguono, fino a togliere l’aria. “Di ferro/ di curve tavole di spesso ferro dev’essere la notte/ perché non l’infrangano e la frantumino/le molte cose che i miei colmi occhi han viste/ le dure cose che intollerabilmente la popolano” 3. Il suo è uno stato di veglia, guidato dalle immagini arcaiche e interiori che riemergono (e non si pensi al subconscio che lui aborre4, ma alla rimembranza e all’ispirazione). Tuttavia, se Borges sogna immagini sia durante il sonno sia durante la veglia, per quale ragione l’insonnia lo dovrebbe così intimorire? Bisogna certo chiedersi di quale tipo di “visioni” si sta parlando nei due casi specifici. La fucina del sogno, per l’autore argentino, non è sinonimo di stravolgimenti o confusionari incontri immaginari, ma è la strada verso l’idea, verso l’archetipo, verso l’essenza delle cose. Non sognare vuol dire non vedere in chiaro. L’insonnia, invece, spaventa perché pone dinnanzi a Borges la molteplicità delle varianti senza ordine, senza chiarificazione, senza alcuna erudizione. Anche il suo Funes soffre d’insonnia ed è morso da questa memoria non-mortale che lo costringe a un demenziale ricordo di tutto e sempre, simultaneamente. Nei suoi tratti non-umani il protagonista della più celebre Finzione borgesiana assomiglia al semi-dio Gilgamesh, per due terzi divino, per un terzo umano, che è il più antico insonne dell’umanità (II millennio a.C). Egli all’inizio del poema è descritto come sempre sveglio “non dormiente giorno e notte”; tuttavia, dopo aver esperito il lutto per la morte dell’amico Enkidu e aver conosciuto Utnapishtim (unico anziano mortale ad avere guadagnato la vita eterna), “Gilgamesh capì che il suo destino non differiva da quello del resto dell’umanità e fece ritorno a Erech”. All’eroe era infatti stato ordinato dal vecchio immortale di non dormire “per sei giorni e sette notti”, ma, sfinito, aveva ceduto subito al sonno e si era addormentato per lo stesso intervallo di tempo. L’epopea di Gilgamesh è tra le preferite da Borges: il suo Libro di Sogni si apre con il capitolo dedicato al racconto babilonese e il tomo sesto della “Biblioteca personale di Jorges Luis Borges” (edizioni Orbis, Barcelona, 1986) contiene il Poema di Gilgamesh e il Bhagavad Gita, con un prologo scritto da Borges stesso.

Questi pochi appunti insonni basterebbero a unire con una punta di compasso il primo eroe della storia dell’umanità con Funes e con lo scrittore che ad Adrogué contava le ore, nella speranza di sprofondare nei sogni, chiarificatori e appassionati. Tutta la letteratura borgesiana sottende a questo stato perenne di liminalità tra reale e irreale, tra sonno e veglia. Ogni pagina ci invita a chiederci, mentre la esperiamo, se sogniamo o siam desti. Ogni verso è insonne, cioè in bilico tra luce e ombra, popolato di immagini che ci parlano di un passato o di un futuro possibili. Il nostro presente rimane ingarbugliato in questo limbo feroce e meraviglioso da cui ci si trae in salvo solo attraverso l’immaginazione. Borges non ci offre chiavi di lettura, ma solo sogni premonitori. A noi ogni volta è concessa la scelta di crederci o non crederci, di sbarrare gli occhi o di continuare a sognare.


1Jorge Luis Borges, Domenico Porzio (a cura di), Tutte le opere, tomo I, Mondadori, 2008, p. 574.
2Eluned Summers-Bremner, Insonnia, Donzelli, 2008.
3J. Borges, D.Porzio (a cura di), Tutte le opere, tomo II, Mondadori, 2008, p. 11.
4Domenico Porzio, Jorge Luis Borges, Studio Tesi, 1992, p. 25.

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