L’ombra dei sogni, di Fabio Musati

Critica

di Francesca Tuzzeo

Non ho mai recensito una raccolta di racconti, e di rado ne leggo. Si tratta di una preferenza personale, non di un giudizio di qualità: sono sempre stata intimorita dalle storie che durano un battito di ciglia, ho paura di rimanere con la sensazione di aver perso un’occasione importante, di aver soltanto sfiorato la superficie.

L’ombra dei sogni di Fabio Musati è riuscito tuttavia a convincermi che talvolta sfidare se stessi e uscire dal guscio rassicurante dell’abitudine può ricompensare immensamente. In quest’opera è nascosto un intero mondo (perdonate il cliché, non è inteso in senso astratto né metaforico): i personaggi incarnano all’apparenza le più disparate figure che popolano la nostra quotidianità, nelle quali si possono riconoscere propri compaesani, amici d’infanzia, colleghi di lavoro, passanti incrociati di sfuggita. Ma, non appena il lettore sceglie di non osservare più solo con la coda dell’occhio e mette a fuoco i loro lineamenti, comincia a distinguere una seconda dimensione che prima sfuggiva al suo sguardo frettoloso.

Il sogno, filo rosso che unisce i nove racconti, è concreto e palpabile quanto ciò che viene comunemente ritenuta “realtà”. La sottile linea che li separa si rivela nient’altro che fumo leggero, e nella vita di tutti i giorni fanno il loro ingresso sagome d’ombra a volte visibili soltanto per il protagonista, altre volte appartenenti ad un passato perduto che riprende forza. Spesso è soltanto l’imprevedibile conclusione del racconto a svelare la chiave di lettura della storia, con un colpo di scena che fa crollare ogni certezza e costringe un intrigato lettore a rimettere in discussione tutto ciò che aveva dato per scontato. Il sogno È realtà, la invade da dietro le quinte e cresce fino a prenderne il posto.

Musati riesce a compiere un piccolo miracolo. Le descrizioni sono brevi e concise, accurate, come se l’autore avesse davanti a sé ciò di cui parla; gli oggetti sono solidi, vibranti, le strade sono quelle della Milano che conosciamo, i paesaggi ambienti familiari. Eppure tutto è pervaso da un’atmosfera di realismo magico che nulla toglie alla materialità degli spazi, anzi la completa ed esalta. Così sulla banchina di Rho Fiera figure evanescenti dall’alito velenoso incombono alle spalle dei passanti, e nel cuore del Cimitero Monumentale statue soffuse di luce bianca donano ispirazione a chi comprende il loro linguaggio melodico; dalla semplice domanda di un bambino può nascere un’Odissea alla ricerca di un senso perduto e di un passato doloroso che, ritrovati, portano brezza fresca e nuova vita ai luoghi e alle persone.

L’autore nelle sue storie alterna narrazione in prima e terza persona, sperimenta diversi generi letterari, passa dal discorso diretto e indiretto all’indiretto libero in base all’identità di chi prende la parola, rivela pian piano il disegno completo grazie a salti temporali disposti come scatole cinesi. Il primo e l’ultimo racconto sono dominati dall’intricato rapporto vita\scrittura, come il secondo e il penultimo affrontano il fragile equilibrio vita\morte. Essi svolgono in un certo senso il ruolo di cornice di un quadro in cui sono a loro volta compresi, un dipinto ora sfumato con delicatezza ora fatto di chiaroscuri marcati, il cui tema principale è l’inscindibile connessione vita\sogno.

In conclusione sì, si tratta pur sempre di brevi racconti che – in quanto tali – mostrano “solo” frammenti fugaci dell’esistenza dei protagonisti. Ma Fabio Musati sa fare ciò che solo i grandi autori riescono a realizzare: in poche pagine regala al lettore personaggi profondi e umili, tormentati ma speranzosi, ordinari e unici. Che rimangono con noi a lungo, anche dopo l’ultima riga.


 

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