Splendido visto da qui, Walter Fontana

o la fatica di essere Ostinati

Critica

di Gloria Immovilli

Parafrasando la battuta di un filmetto del 1997, è indubbio che il cuore di un lettore sia un profondo oceano di segreti, più o meno inconfessabili. C’è quello che legge solo un determinato genere perché gli altri gli causano attacchi di dissenteria; quello che ci prova col bestseller del momento, si impantana puntualmente a pagina 30 e chi lo vede più – ma almeno alle cene fa bella figura, quando il discorso verte in quella direzione -; quello che legge solo sui mezzi pubblici perché il rumore lo aiuta a concentrarsi (sappiate che vi invidio molto); quello che sospira al ricordo di Tre metri sopra il cielo, letto a scaglioni mentre la fidanzatina delle medie era in bagno a prepararsi – e si sa che i tempi rischiano di essere biblici. Non solo alle medie -; quelli che fanno liste; quelli che vogliono l’autografo, costi quel che costi; quelli che piangono come fontane; quelli che leggono muovendo le labbra; quelli che usano qualunque cosa come segnalibro, dallo scontrino del fornaio al mestolo; quelli che sottolineano col pennarello; quelli che correggono gli errori di battitura; quelli che si addormentano; quelli che spiano il titolo del libro del vicino per attaccarci bottone; quelli per cui è l’unico momento per rilassarsi; quelli che se non lo fanno poi si sentono male. E così via, all’infinito.

Uno degli esemplari più curiosi, tuttavia, è quello dell’Ostinato.
Ci si domanda davvero cosa mai possa spingerlo verso determinate alture, verso determinati lidi, lui, campione di masochismo come pochi. Inutile farlo desistere quando si caccia in testa qualcosa: pur riconoscendo perfettamente già al primo paragrafo che il panorama che gli sta di fronte non è di suo gradimento, che potrebbe spendere il suo tempo in modo più proficuo, magari sfoltendo la sua wishlist, magari con un libro che già dalla quarta di copertina gli grida: “Sono io, sono la tua anima, la tua carne, il tuo sangue, il tuo dente del giudizio”, e via discorrendo, lui non demorde. Continua imperterrito la lettura, magari pescata per caso nello scaffale di qualche sperduta biblioteca di paese, in una bancarella polverosa, dal ripiano della zia Ermengarda, infarcita di luoghi comuni, di idee imbarazzanti, personaggi inquietanti, con quel brividino lungo la schiena che lo fa sentire un po’ eroe, un po’ pirla. E si inalbera pure. Il lato razionale del suo cervello glielo fa notare, che forse non è il caso, che c’è di meglio, che se gli amici venissero a saperlo lo segnerebbero a vita. Ma niente, lui è imperterrito, lui continua.
Se inizi un libro, lo devi finire. Se lo hai scelto, e lui ha scelto te (generalmente l’ostinato ha un’infarinatura di filosofia zen), un motivo ci sarà.

Tuttavia, la caratteristica più curiosa dell’Ostinato, quella che fa imbufalire i pragmatici, è quella che sfodera dopo aver fronteggiato il mostro “argomento 10, svolgimento 4”.
Il libro che parte da premesse molto buone, addirittura geniali, che promette di essere uno spaccato davvero, ma davvero, interessante della contemporaneità, ma scritto con talmente poca verve che tutto si ammoscia. Tutto. Anche la minima speranza muore. I fiori appassiscono, i cani ululano, le vedove strillano e il tapino, ogni volta che si gira verso il comodino, è seriamente tentato di abdicare al suo credo e autopunirsi non leggendo più nulla per qualche mese.
Ovvio che poi l’orgoglio ha la meglio, ma la tentazione é troppo forte per essere ignorata.
Una volta terminata la lettura deludente, l’Ostinato passa i successivi due-tre giorni fissando tutto ciò che lo circonda con sguardo vitreo. Laddove i più vorrebbero dimenticare, lanciare lo scritto maledetto fuori dalla finestra come Bradley Cooper nel Lato positivo, e pace, lui, incapace di rassegnarsi all’evidenza, continuerà a essere perseguitato dallo spettro della delusione, a non capacitarsi di come la storia che sembrava cucita su misura per lui, sia stata in realtà eseguita così male.

Poniamo che l’Ostinato si trovi ad avere a che fare con Splendido visto da qui, edito da Giunti nel 2014, di Walter Fontana, già autore televisivo e cinematografico. La seduzione della sirena è immediata: quella pin-up dentro al secchio dell’immondizia, così Lana del Rey, così MoMa (l’Ostinato ha anche un’infarinatura di arte contemporanea e ogni cosa che sa vagamente di MoMa lo scioglie come un ghiacciolo al sole); la promessa di una distopia tutta italiana -poffarbacco-; la penisola divisa in zone ognuna dedicata a un decennio, dai Sessanta ai Duemila, più un Quartier Generale; un protagonista inetto, Leo, inserviente asservito al regime, così Fahrenheit 451; l’incontro con una ragazza, Maia, fuggita da Settanta, in fuga verso l’ovvio “fuori”. Cielo, quanta meraviglia per l’Ostinato.
Quale stupenda, coraggiosa occasione per un autore, sbeffeggiare quello che sembra essere il peggior difetto della sua epoca, e dell’Italia più che mai: l’incapacità di volere un futuro. Dovuta non tanto a una mancanza di fiducia, che comunque implica consapevolezza, quanto a una vera e propria limitatezza mentale. Ogni abitante sceglie in quale decennio stabilirsi, quali oggetti abbracciare con ebete fiducia all’avvento di ogni anno nuovo, congelato per sempre in un confine temporale ricreato ad hoc, che è insieme salvezza e maledizione.
Quale coraggiosa occasione…

Splendido visto da qui, Walter Fontana

… Sprecata.
Innanzitutto, come già detto sopra, per uno stile di scrittura, duole dirlo, davvero troppo scarno. Si poteva osare di più con le descrizioni. Si poteva parlare di più dei personaggi, tratteggiarli più efficacemente, non limitarsi al semplice reportage di quel che fanno. Si poteva sforzarsi di incrudelire il regime, ricordarsi per esempio dell”O Brien orwelliano di 1984 e fare altrettanto, se non peggio. Insomma, si poteva irrobustire l’impalcatura, in un modo o nell’altro. E invece no.
Ormai appurato che l’Ostinato sono io, le cose avrebbero potuto essere molto diverse; invece, ho chiuso questo libro con la consapevolezza che ogni parola mi era semplicemente scivolata addosso, non ci aveva nemmeno provato, a fare il suo dovere di satira sociale, a prendere in giro la mia e universale tendenza a sorridere di un passato il più delle volte nemmeno vissuto. Anzi, mortificava i momenti d’azione (soprattutto il personaggio di Maia, teoricamente rappresentante del desiderio di libertà, smussato del suo potenziale fino a tramutarsi nella solita ragazzina infatuata di un fascinoso contrabbandiere, e soltanto per questo, disposta ad abbandonare i lidi sicuri), insistendo pericolosamente proprio sugli oggetti della memoria collettiva, più o meno recente – l’iPod, i fumetti di Topolino, i vinili, la radio, le giacche di pelle, i supermarket, ecc -, depositari di nostalgie e ricordi.
In altre parole, non riusciva a essere spietato.
Persino sulla soglia della libertà, Leo, invece di correre a gambe levate verso l’avvenire che lo attende e che ha avuto il sospetto di agognare per l’intera durata del romanzo – sì, solo il sospetto -, si attarda per telefonare al padre, rimasto significativamente a Sessanta e forse unico vero immune alla malattia del passato che irrimediabilmente tutti affligge, autore compreso.

 

NOTA

Un paio di citazioni, per concludere:
“L’ironia della nostalgia per gli anni Sessanta sta nel fatto che l’idea stessa di una musica coraggiosa e in perpetua evoluzione è un’eredità degli anni Sessanta. Se giudichiamo con tanta severità la stasi e la mania retrospettiva di oggi è perché i sixties erano così rapidi e proiettati verso il futuro. Nei Sessanta è successo di tutto, ricordava J.G. Ballard nel 1982, citando la corsa allo spazio, gli omicidi, il Vietnam, l’Lsd e quello che i media dell’epoca definivano youthquake (terremoto giovanile). – Era come un enorme lunapark impazzito. E io pensavo: beh, scrivere del futuro non ha più senso, il futuro è qui, il presente si è impadronito del futuro –
L’idea che gli anni Sessanta si fossero impadroniti del futuro si dimostrò vera ma in un modo che Ballard non aveva previsto. Compiendo un odioso voltafaccia, i Sessanta divennero la principale forza generatrice della cultura retrò. […] Grazie alla presa che esercita a sulla nostra immaginazione, grazie al suo carisma storico, il decennio più esplosivo e innovativo del Novecento si trasformò nell’esatto contrario. […] è come se non riuscissimo a consegnare definitivamente questo passato al passato. La neofilia che si fa necrofilia”1

“Il brivido del futuro è diverso dall’adrenalina dell’incontro con la vera originalità (…) è una sensazione elettrica ma impersonale provocata da forme nuove, non facce nuove: è uno sballo molto più puro e forte. È quella scossa paurosa-euforica che la migliore fantascienza sa darti: la vertigine dell’illimitatezza. Il futuro, secondo me, deve ancora arrivare”2

Anche secondo l’Ostinato.


1Simon Reynolds, Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato, 2011, ISBN edizioni, p. 415.
2Ibidem, pp. 430-431.

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