Com’è profondo il mare

“Io sono il passaggio ed il tempo, io sono fucina di forme, io sono la bocca e il boccone, la gola ed il ventre, io sono le storie che sono”

Critica

di Samuela Serri

Oceano, esterno giorno. Un galeone spagnolo dall’ampia alberatura sosta, immobile, su un mare liscissimo: “grava la bonaccia”, per dirla con d’Annunzio. Così è il terzo romanzo di Michele Mari, La stiva e l’abisso, edizione Bompiani 1991, che porta in copertina un particolare del quadro di Friedrich Le età dell’uomo. Qui un’imbarcazione è ferma nella sera che lentamente trascolora dall’arancio al viola: un’idillica marina solo appena smorzata dalla tonalità nerastra delle profondità oceaniche. E il paratesto dunque non mente: si parlerà di mare nel romanzo; di quel che accade sopra, dentro e sotto un misterioso galeone senza nome rimasto fermo nella bonaccia imperante.

Caspar David Friedrich: "Lebensstufen".

L’architettura dell’opera molto deve infatti ai racconti marinari di Stevenson, London, Melville, Verne, Salgari, Conrad (e chi più ne ha più ne metta: come non ricordare il fantasmagorico Otto scrittori in Tu, sanguinosa infanzia? La fascinazione di Mari in questo senso è del tutto scoperta, autodenunciata e ripresa anche nell’ultimo Roderick Duddle), con un capitano da una sola gamba (ma attenzione, è proprio la presenza dell’altro arto, incancrenito ed essudante, a costringere l’uomo ad una forzata immobilità all’interno della propria cabina) versato in letteratura e arte, un Secondo cialtrone, buffonesco e mentitore e una ciurma di tatuati, rifiuti sociali, mascalzoni e assassini: et voilà, le parti sono assegnate ed il conflitto fondamentale assicurato. In più, come detto, ci si mette il mare, che li condanna, con un’assenza di vento che pare del tutto misteriosa e stravagante, ad una stasi che è ben presto invecchiamento materiale e disfacimento umano. Ma l’autore immette nel più classico dei racconti picareschi e d’avventura una forte iniezione di fantastico, memore di leggende su Kraken, Sirene e mostri marini, secondo una linea inesausta nella propria narrativa (che passa dai racconti ai romanzi anche più realistici, es. Verderame, tramite espressionismo linguistico e inverosimiglianze fantasiose) finendo per intrecciarlo con gli stessi meccanismi narrativi e ricettivi di chi fa e legge storie.

Ma modernità e innovazione è anche della forma. La forte coesione narrativa è frammentata in una serie di piccole scene in cui il focus è continuamente spostato: da una parte c’è il pensiero formalmente espresso del capitano, anima raziocinante che, impossibilitato a muoversi per la nave, cerca di capire cosa accada di inspiegabile alla sua ciurma (che comincia a parlare lingue straniere, declamare poesia, ammalarsi e volontariamente annegarsi), dall’altra il fluido monologo del Secondo, infittito di fantastiche etimologie e continui fraintendimenti, e poi ancora, come riprese da un regista che si premura sempre di ricordarci in quale punto dell’imbarcazione ci troviamo, i dialoghi botta-e-riposta dei marinai: brevi spezzoni che ci portano alla scoperta, quasi come in un giallo, di quello che veramente sta accadendo sulla nave, e che ha a che fare con meravigliosi, iridescenti ed enormi pesci quasi femminili e i loro racconti alla ciurma, incontri erotici notturni, bulbi oculari, fegati strappati alle loro sedi e morti annegati, tesori cercati e ritrovati e antiche ossessioni, e, sopra tutto, il potere (salvifico? mostruoso? edificante? ipnotico?) del racconto e della parola.

L’unico vero movimento che anima il racconto è infatti la dicotomia fra sopra e sotto: sopra stanno i marinai visitati dalle apparizioni epifaniche dei pesci-Sirena, sopra sta il Secondo che si muove fra congiure, ammutinamenti e omicidi, sotto stanno il capitano (e dentro, sempre dentro di sé, mai fuori), il clandestino della stiva Ismahìl (catapultato qui direttamente da Melville), l’ufficiale al sestante Torriani (inabissatosi volontariamente in una palla di cristallo), i pesci, i marinai che perseguono il suicidio per annegamento, e infine e in ultimo la stiva e gli abissi marini. Nostalgia bruciante di una ricchezza che sta sotto è infatti quella del capitano, che vorrebbe la propria stiva piena di materie e parole preziose, e dei marinai ormai completamente preda delle vite meravigliose loro raccontate; tutta materiale è invece l’ossessione per il tesoro di Menzio, il Secondo: un tesoro che si configura come patrimonio reale, e che egli cerca per ogni dove dentro la nave e sventrando i pesci che riesce a catturare. Tale meraviglia è invece nella mente del capitano del tutto smaterializzata, priva di sostanza, pura inebriante forma e fascinazione per la parola (l’unico vero tesoro che valga la pena di trovare e per cui perdersi):

Questa nave trasporta granaglie, comunissime, banali, vili granaglie. Assai più mi piacerebbe comandare una nave carica di spezie esotiche dai nomi favolosi, cardamomo, nepente, issopo, ipecacuana, o di piante medicinali familiari ai monaci dei nostri conventi, ma dai nomi ancor più misteriosi ai profani, melissa giusquiamo estragone, dulcamara madreselva laudano… oppure vorrei un carico di stoffe pregiate, non per il loro valore ma per la magia che fin da bambino avvertivo in quei suoni, parole come paesi lontani, zendado, broccato, damaschino, taftà… o legni, di quelli rari, odorosi, per gli ebanisti e gli intarsiatori, che ne traggano stipi e colonnine tortili, o astucci, o piccoli scrigni fragranti per signora, l’eucalipto, il cedro, la tuia… Anche le armi antiche hanno bei nomi, brandistocco archibalista mazzafrusto flamberga… Cosa portate, capitano Torquemada? Oh niente, ipecacuana, broccati, assicelle di cedro, una flamberga per il duca di Osuna, un po’ di estragone, ah! poterlo dire una volta, e finalmente morire.

Mari appartiene e versa qui infatti la poetica postmodernista: e in questa direzione vanno le inserzioni documentali, le rivisitazioni barocche, l’ampia materia romanzesca. Ma il lessico dello scrittore, così estremamente vivo (al limite della pedanteria) ricorda invece precedenti illustri. Così tesoro (tesauro) è anche la lingua di koiné del clandestino (un po’ italiano, un po’ genovese, un po’ veneziano, un po’ greco, un po’ ebraico e chissà cosa ancora): la stiva e l’abisso sono fatti della medesima sostanza, ed è la chiglia la parte più vera della nave. La parabola del capitano che secca come un pesce sulla tolda di un galeone ormai fantasma culmina in un lungo monologo visionario al termine del quale ci sentiamo anche noi proprio come il Secondo Menzio, qui ed ora soltanto alter ego del lettore, rimasto solo al termine di una bellissima storia: “E adesso, io, cosa faccio?”
 

NOTA
Oggi Michele Mari è interamente pubblicato da Einaudi: se siete fortunati di questo romanzo trovate qualche vecchia copia in libreria (ultima edizione 2002, ma c’è un e-book del 2012). Nuova (e attesissima!) riedizione è invece quella dei racconti di Euridice aveva un cane che, se come me amate la forma breve, non potete non leggere. Sta nella mia personalissima top ten di raccolte di racconti, assieme a Tutti i fuochi il fuoco di Cortàzar e L’Adalgisa di Gadda. E Mari nella misura breve, e brevissima, è fenomenale.


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