“Un giorno sulla Prospettiva Nevskij…”

di Elena Fantuzzi

Ma però (8)

San Pietroburgo, Pietroburgo, Pietrogrado, Leningrado, Piter. Una (lunga) storia già nel nome, quella della “creatura di Pietro”. Questa è infatti la sua più celebre definizione, coniata da Aleksandr Sergjevic Puškin, il poeta più amato dai russi, nel suo poema in versi “Il Cavaliere di bronzo” (“Медный Всадник”, 1833). Proprio da qui è bene partire per un breve tour di ricordi e suggestioni. Perché questo cavaliere di bronzo non è soltanto un personaggio letterario, ma è ben reale, nonché il simbolo della città.

DSC00474 (2)Seduto sul suo cavallo imbizzarrito e pronto a spiccare un salto (verso dove? L’ignoto? Il baratro o la salvezza?), lo sguardo severo e la mano tesa in avanti: ecco il vero padre della città, l’imperatore Pietro il Grande (1672-172). Grande riformatore e primo a iniziare un’ opera di occidentalizzazione della Russia, fu lui a volere questa città, e fece costruire la nuova capitale dell’ impero russo sulle rive del fiume Neva, in una regione inospitale, paludosa. Proprio lì, nel 1703 iniziò la sua storia la nuova enigmatica, “ai confini del mondo” e sfacciatamente “europea” capitale russa.

Storia difficile.
Città straniera in patria: in terra russa eppure così “occidentale”. Con quel nome così europeo: San Pietroburgo. Un nome addirittura insostenibile quando si entrò in guerra contro la Germania (1914): lo si dovette russificare in Pietrogrado.

Storia difficile.
Bellicosa, direi. Fu, infatti, teatro di numerose rivolte al potere costituito: dalla rivolta dei decabristi agli attentati terroristici di inizio secolo, dalla Domenica di sangue del 1905, quando l’esercito aprì il fuoco contro una folla pacifica, alla famosa Rivoluzione d’Ottobre.

Città eroina di guerra.
Città in ginocchio che seppe resistere 900 giorni all’assedio dell’ esercito nazista.

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Città che sfugge a qualsiasi definizione. Città inafferrabile, città di contrasti.

Sfarzi imperiali a tinte pastello, cupole d’oro che svettano superbe su cieli tenui accanto a fiere falci e martelli o mosaici di giustizia proletaria, che ancora adornano palazzi e stazioni della metropolitana. A ricordare che, in fondo, sono trascorsi solo vent’anni da un passato che pare così lontano.

La grazia quasi innaturale della dimora di Puskin, degli immensi saloni dell’Ermitage e la durezza della Fortezza dei Santi Pietro e Paolo, dove riposano gli zar nelle loro tombe fregiate d’oro. E, poco distante, nel tragico bastione Trubeckoj (“la Bastiglia russa”), migliaia di prigionieri politici e rivoluzionari vennero rinchiusi in celle anguste, sinistre, insieme alle loro utopie e la speranza di un mondo migliore. Dato curioso: la maggior parte non aveva più di trent’anni al momento della cattura.

L’atmosfera quasi immateriale, leggera, sospesa nel tempo, che si respira camminando per le strade, tra le isole che compongono questa città letteralmente sospesa sull’acqua. Fragile, continuamente a rischio eppure così possente, così ancorata al suo angolo di mondo. Uomo contro natura. Una fragile, fiera bellezza.

Una bellezza che conquista. E nessuno è rimasto insensibile al fascino, alla vera e propria malia di Pietroburgo. Soprattutto musicisti, compositori, poeti e scrittori. Anzi: con note, arabeschi o semplice carta e penna hanno dato voce all’anima multiforme della città. E ne hanno creato una vera e propria topografia letteraria. La Sennaja, DSC00773dove Raskolnikov avanza contando i passi che lo separano dalla sua vittima; la Fontanka, dove il povero Jakov Petrovic (sempre dostoevskijano) insegue il proprio terribile sosia. O ancora quella Pietroburgo evanescente in cui si aggira lo sfortunato Akakj Akakievic con il suo cappotto. Perché a San Pietroburgo si può davvero trovare il “Naso” del maggiore Kovalev fare capolino sopra la propria testa.

Città geometrica, razionale, anche a opera di sette architetti italiani. Lineare, controllata, con le sue prospettive, la più famosa delle quali è senza dubbio la Prospettiva Nevskij: cantata da Battiato, è il cuore della città. Su imitazione degli Champs-Élysées, lungo i suoi 4,5 km di lunghezza si trovano le principali attrazioni, palazzi e la bellissima libreria gioiello Art Noveau “Дом книги” (Casa del libro). Poi ancora boutique di alta moda, negozietti per turisti, caffè letterari e catene di ristorazione internazionale sbarcate anche qui dopo la Perestroijka. E su e giù per questo immenso boulevard camminano veloci i pietroburghesi. Giovani vestiti “all’europea”, a testa bassa e auricolari nelle orecchie, cercano sullo smartphone il prossimo brano da inserire nella playlist. Quasi dimentichi o forse abituati alla bellezza che li circonda.

E quel giorno sulla Prospettiva Nevskij, al tavolo di una mensa, un vecchio signore, lo sguardo dolce e un po’ perso e al petto una medaglia, si è avvicinato. Ha gentilmente chiesto a me e chi era con me da dove venivamo e, dopo un breve sorriso alla parola “Italia”, ci ha cantato “Bandiera rossa”, in italiano. Poi se n’è andato, augurando buona fortuna. Anche lui inghiottito dalla Prospettiva Nevskij, tra i turisti a naso insù e i ragazzi con lo smartphone.
Prospettiva Nevskij

 

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4 thoughts on ““Un giorno sulla Prospettiva Nevskij…”

  1. Esiste, della Prospettiva Nevsky , una bellissima e romantica litografia colorata del XIX secolo, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi. Passato e presente….due mondi, due prospettive….
    Brava Elena

  2. Grazie Maura!
    È quello che speravo di trasmettere scrivendo di questa magnifica città. Mi fa davvero piacere che tu l’abbia colto.
    Mi metterò sicuramente in cerca della litografia…

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