La porta di Carta

Racconto

di Giancarlo Pace

Esistono tre porte per entrare a Crono. La prima è quella dove Salomone lasciò il proprio cuore nascosto tra le pietre. La seconda è la Porta del Leone. Dell’ultima invece si conosce solo il nome, ma il luogo e l’aspetto di questo terzo accesso è descritto solo da leggende: la porta di Carta.
Simplicius, liber IV 1327

Se il bar di Salgado fosse stato una donna sarebbe stato una vecchia vedova con il rossetto vivace e gli occhi tristi. Ma il bar di Sal non poteva provare malinconia, era solo un agglomerato di stanze che si perdevano l’una dentro l’altra. Gli avventori dimenticavano loro stessi nei bicchieri che sorseggiavano con attenta distrazione. Non c’erano grida né risate tra i tavoli, solo i gorgoglii di qualche conversazione e il rumore delle bocce del biliardo. Poco altro.
Tomás stava seduto sempre allo stesso tavolo, il più delle volte sorseggiando un caffè con un amico che passava in città o più raramente con una ragazza che abitava in fondo alla strada. Un giovane uomo, un Tomás qualsiasi. È così che si potevano descrivere i personaggi del bar di Sal: Paulo, Vicente, Marco, lo stesso Tomás erano tutti dei qualsiasi. Ma quelle finestre di vetro fosco e quelle persone che le popolavano rappresentavano per la gente di Sombrìa qualcosa di più di un semplice luogo di ritrovo. I volti, i tavoli, le mani, gli stessi bicchieri erano una naturale estensione delle case di Rua de Santa Justa. La stanza in più di ogni appartamento nella quale gli abitanti della via potevano ritrovare dei volti conosciuti ai quali rivolgere una parola o anche solo un cenno nel caso in cui fosse sufficiente. Su quei tavoli nascevano le storie e morivano i ricordi, in un eterno ciclo di fresche scintille e guizzi domati dal tempo o dai fatti.

I suoni restavano titubanti sulla soglia delle labbra o nascosti sotto il calore rassicurante di un baffo e poi all’improvviso diventavano parole, arrivavano alle orecchie degli altri clienti e rimbalzavano di tavolo in tavolo, ripetute e accresciute da particolari sempre più arzigogolati o fantasiosi assecondando l’umore del narratore di turno. Quando un racconto terminava la propria corsa e lasciava spazio a chissà quale altra fantasia si depositava nei calici disposti in ordine sopra lo specchio del bancone. Ogni cristallo così conteneva una propria storia, raccolta come eco di chissà quale parola e ripetuta nel silenzio della notte dopo la chiusura dell’ultimo portone.

Per questo, quando anni dopo venne deciso che il ritrovo di Santa Justa sarebbe stato abbattuto per lasciare spazio a un nuovo edificio la gente della Rua non riuscì a dormire per più di una luna, ricordando i tempi in cui trovavano asilo tra le poltrone di velluto e il legno unto dall’ennesimo palmo di mano, e sforzandosi di ricercare le parole che avevano affidato a quelle mura.

Quando il bar si dissolse in una nuvola di polvere e vetri frantumati un forte silenzio discese in strada dalle labbra mute degli avventori che guardarono la scena dietro agli occhielli delle proprie porte. La malinconia è un addio prolungato, un’ultima parola d’affetto che non si riesce a cogliere racchiusa in un labiale muto e sconosciuto.

Ogni notte da allora il vecchio Tomás fa un sogno: si trova seduto al suo tavolo e resta a guardare il vecchio café. Dopo la chiusura dell’ultimo portone rimane da solo. In quel momento inizia a sentire l’eco dei calici e ne raccoglie la storia.

Al mattino la scrive su un foglio e la appende sulla parete dove un tempo si accedeva al bar di Salgado.

Esiste una porta a Sombrìa dove non tutti possono entrare. È fatta di fogli e di inchiostro, ma non porterà da nessuna parte se non in un altro luogo.

La porta di Carta


 

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