Nella quiete del nostro tempo

Critica

di Mara Giacalone

Nonostante tante persone non solo snobbino, ma ignorino l’esistenza della letteratura polacca, ce ne sono altre che la leggono e la studiano. Io sono fra queste, ed è con immenso piacere che mi appresto a recensire un libro recente, giovane e fresco.

Olga Tokarczuk è una scrittrice molto prolifica che negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé in patria vincendo due volte il Premio Nike, il premio letterario più importante, – l’ultima lo scorso autunno. In italiano, stranamente e per fortuna, troviamo diverse traduzioni dei suoi testi: Che Guevara e altri racconti (Forum Edizioni); Casa di giorno, casa di notte (Fahrenheit 451); Guida il tuo carro sulle ossa dei morti e Nella quiete del tempo entrambi editi da Nottetempo.

Nella quiete del nostro tempo

Nella quiete del tempo è un testo che sa di sottobosco, sì, quell’odore umidiccio dovuto al muschio e ai funghi che ci riporta alla memoria fate, folletti e tutti gli altri esseri magici che popolano la natura incontaminata. Prawiek, infatti, è questo e altro. Prawiek è il paese in cui trovano ambientazione le storie raccontate, ma la stessa parola in polacco significa “tempi remoti”, perché, in un certo senso, quel paesino è perso in una dimensione spaziotemporale tutta sua, surreale, onirica, difficile da percepire e concepire: la vita nasce, si sviluppa e muore in un’aura di continuo mistero, in cui a volte il non detto è più di quello che viene raccontato.
Il testo si articola in tante storie, denominate “tempi”: ogni capitolo è dedicato ad un personaggio. Abbiamo così il tempo di Michał, il tempo di Misia, il tempo del gioco, il tempo di Izydor, e così via… Il tempo è dunque il vero protagonista, l’elemento principale. Tutto ciò che accade, ovvero il trascorrere della vita, si confonde con il trascorrere della Nera e della Bianca, i due fiumi che abbracciano Prawiek: inesorabile e inevitabile.

All’inizio del romanzo, dopo la presentazione del villaggio, conosciamo Michał e Genowefa, sua moglie, il nucleo attorno a cui si sviluppano – e avviluppano – tutti gli altri “tempi”. La storia centrale è quella della loro famiglia, di come si è formata e ampliata, raccontata in un modo che, verso la fine, ricorda un po’ i polverosi Cent’anni di solitudine del caro Marquez. Anche se non abbiamo date esplicite, possiamo capire abbastanza facilmente che il tutto inizia verso il 1915, quando Michał deve arruolarsi nell’esercito russo, e continua fino agli anni ‘60/’70 passando per la seconda guerra mondiale che non lascia incolume nemmeno Prawiek.

La scrittura è molto semplice, i capitoli – tempi – molto brevi: ricordano le fiabe. La bellezza nascosta del libro è che esso si può leggere in due modi: o seguendo l’ordine normale o percorrendo i tempi di ogni personaggio; si può, per esempio, prima seguire tutta la storia di Michał e poi quella di un altro protagonista. C’è poi il tempo del gioco, atipico: nonostante sia collegato al castellano Popielski, diventa poi indipendente e slegato dal resto.

Nella quiete del tempo è un testo filosofico a modo suo. Vuole essere, seppur non in maniera ambiziosa né tantomeno pomposa, una dolce e melancolica riflessione sul tempo e il suo scorrere. Conosciamo Misia da piccola, la vediamo crescere in tutta la sua bellezza e lentamente poi decadere, perdendo un petalo dopo l’altro; e così il paese, bello e rigoglioso, viene traumatizzato dalla guerra e dalla morte, dal sangue dei suoi cittadini, e assume quel grigiore tipico delle città abbandonate e sofferte.

Il tempo come metafora di un Dio che guarda dall’alto della sua immutabilità e fa cambiare e deperire le forme di vita che calpestano il mondo.

Nella quiete del tempo sa di terra bagnata. Sa di quella tranquillità di cui si fa esperienza quando ci si rilassa dopo una passeggiata e si contempla il panorama: è un libro che fa da finestra sul mondo e sul nostro passato-presente-futuro, una riflessione universale ma che diventa personale a seconda del tempo in cui decidiamo di immergerci… Un romanzo dalla scrittura semplice, scorrevole e rilassante, ma che lascia un po’ di amaro in bocca richiamandoci alla mente il virgiliano tempus fugit; un testo che non concede spazio all’amore ma non per questo appare negativo, bensì solo molto veritiero, senza elementi edulcoranti: solamente la vita che gioca a scacchi con il tempo.

“Tu accumuli domande, ed è un bene. Ne ho un’altra, l’ultima per la tua collezione. Dov’è che andiamo? Quale è il fine del tempo?”


 

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