Dov’era Gondor?

A vent’anni dall’uscita dell’«antologia più letta, recensita, amata e odiata degli anni Novanta», alcune considerazioni a proposito di quegli zuzzurelloni dei Cannibali

Critica

di Alberto Bergamini

«Dov’era Gondor quando cadde l’Ovestfalda? Dov’era Gondor quando i nostri vicini ci hanno circondato?» rispondeva re Théoden a Aragorn che lo esortava a chiedere soccorso alle forze di Gondor ne Le due torri, secondo capitolo della strepitosa trasposizione cinematografica, firmata da Peter Jackson, de Il signore degli anelli.
Spero di non suonare irrispettoso nei confronti di tanta maestà se anch’io oggi mi presento a voi, popoli liberi della Terra di Mezzo, per chiedervi: dov’era Gondor quando esattamente vent’anni fa (era il 1996) Einaudi pubblicò Gioventù Cannibale?

Dov'era Gondor?

Ma andiamo con ordine. Supponiamo che un lettore qualsiasi entri nel Libraccio di via Santa Tecla a Milano, così, giusto per dare un’occhiata; supponiamo che mentre dà la suddetta occhiata gli capiti tra le mani la famosa antologia intorno alla quale (stando a quanto ha sempre sentito in giro) si è polarizzato un vero e proprio movimento letterario, ribelle, anticonformista, splatter e maledettamente ANDERGRAUND; supponiamo che il nostro lettore sia una persona sufficientemente intelligente da considerare già questo un ottimo motivo per rimettere il libro dove l’ha trovato, ma supponiamo anche che sia stanco di sentirsi dire che è un presuntuoso, che è pieno di pregiudizi, che parla di cose che non conosce e stronca libri che non ha neanche letto sulla base di pure ipotesi; supponiamo quindi e infine che per amore di quell’illuminismo in cui dichiara di credere acquisti il libro deciso a leggerlo senza alcun pregiudizio. Cosa succede a questo punto?
Be’, per prima cosa noterà, giusto sotto il titolo, un’ammiccante reclame: «La prima antologia italiana dell’orrore estremo». Ahimè, il nostro lettore non sa ancora quanto sia vero…
Dopodiché girerà il volume e leggerà la quarta di copertina: «La grande carica di undici sfrenati, intemperanti, cavalieri dell’Apocalisse formato splatter nei reparti pieni di ogni ben di Dio del supermarket Italia». E qui cominceranno le perplessità.

Difatti il nostro lettore, che in effetti è piuttosto arrogantello e spaccone, tuttavia non è un cretino completo, e sa benissimo che i «reparti pieni di ogni ben Dio del supermarket Italia» non esistono, perché, se vogliamo restare all’interno della metafora commerciale, l’Italia è tutto tranne un supermarket pieno di ogni ben di Dio, l’Italia è distante miliardi di anni luce dall’essere un supermarket pieno di fenomeni socio-culturali epocali, l’Italia è al massimo una miserrima drogheria di provincia in cui non si trova mai quello che si era usciti per comprare e in cui il droghiere affetta lo stesso prosciutto dai tempi di Dante continuando a biascicare (rigorosamente in dialetto) che il suo è il libro mastro più bello del mondo, sotto l’augusta tutela del ritratto di Berlinguer, nella cui cornice è infilato il santino di Giovanni Paolo II, proprio lì, a sinistra della coccarda dell’ANPI. Insomma l’Italia non è gli Stati Uniti.
Da questa prima osservazione derivano fondati motivi per sospettare che gli «undici sfrenati, intemperanti, cavalieri dell’apocalisse» siano in realtà teneri fantolini che giocano a fare i duri sul loro triciclo Fisher-Price mentre accompagnano la mamma a fare spesa nella drogheria di cui sopra.
Scherzi a parte, ammesso che si possano mettere da parte gli scherzi parlando di qualcosa che si può prendere tutt’al più come scherzo (e comunque di cattivo gusto), stiamo parlando di un prodotto indegno, la cui esistenza costituisce un caso esemplare delle responsabilità che le case editrici italiane hanno rispetto al crollo del gusto e della capacità di giudizio dei lettori, e al nostro lettore basta iniziare a leggere per capirlo.

Aprono le danze Nicolò Ammaniti e Luisa Brancaccio con un bel raccontino a quattro mani: Seratina. In pratica un’immonda scopiazzata da Bret Easton Ellis, che in teoria vorrebbe mettere in luce il degrado umano e morale della nostra società attraverso le improbabili vicissitudini notturne di tre idioti, ma che alla fine l’unica cosa che riesce a mettere in luce è il degrado di tre idioti; il tutto reso con una lingua che vorrebbe essere minimalista e glaciale e invece è solo idiota: «Emanuele si fissò a guardare la luna enorme oltre il muro. Era stanco. Stanco di perdere tempo. Stanco di non riuscire più a studiare. Stanco di non riuscire a concentrarsi. Improvvisamente ebbe la sensazione di essere un criceto salito per sbaglio sulla ruota e costretto a girare per sempre.» Anche noi.
Si prosegue con E Roma piange, di Alda Teodorani. Qui il succo è che a Roma i pensionati cattivi odiano i barboni buoni e pagano gli ex assassini della ‘Ndrangheta, che sono cattivi ma non quanto i pensionati cattivi perché gli ex assassini della ‘Ndrangheta c’hanno le ferite dentro che li giustificano, per ammazzare i barboni buoni e mangiargli i testicoli appena ammazzati, il tutto nell’indifferenza della gente normale che ovviamente è la più cattiva di tutte. Sospetto che nell’intenzione dell’autrice dovremmo concludere che viviamo in una società ingiusta e cattiva, mentre alla fine si conclude solo che la stazione di Roma Termini è un posto di merda, la Calabria non ne parliamo, e l’Italia è un paese ingiusto e cattivo dal momento che una boiata simile viene pubblicata.
È la volta de Il mondo dell’amore di Aldo Nove, del quale non posso parlare perché del nulla non si può parlare, soprattutto quando è un nulla che vuole farti capire quanto è meccanica e allucinante la società in cui viviamo (e daje), ottenendo anche in questo caso l’effetto di farti capire quanto è meccanica e allucinante la prosa (?) di Aldo Nove:

Sergio è il mio migliore amico.

Sabato pomeriggio io e Sergio siamo andati alla Iper della Folla di Malnate.
Quando non sappiamo cosa fare andiamo lì a guardare gli altri che non sanno che cazzo fare, e vanno a vedere gli stereo da 280 000 lire senza il compact.

In macchina, io e Sergio facciamo sempre «Tàtta tàra tattà tatàtta!»
Facciamo così, come all’inizio di Ok il prezzo è giusto.
Iva Zanicchi entra e c’è quella specie di festa, prima della pubblicità. Tutti saltano e gridano: ‒ OK il prezzo è giusto!

La Folla di Malnate è vicino a Varese. Varese è una città, dove c’è piazzale Kennedy. Questa piazza, la sera, si riempie di froci. Sembrano formiche che escono. Ora non è che ho niente da dire contro questi froci di piazzale Kennedy. Arrivano lì e si chiudono dentro la macchina fino a che non parcheggiano altri froci. Allora accedono le luci e se vedono che l’altro frocio è un mostro sgommano. Se no fanno l’amore da qualche parte, e questa è la magica vita dei culi.

Mentre la magica vita di Aldo Nove è scrivere raccontini in cui mettere in evidenza quanto è meccanica e allucinante la società in cui viviamo (e daje ‘n altra volta), le cui manifestazioni più indegne sono ovviamente la televisione, con la quale Berlusconi ci controlla, e la stupidità leghista; e così facendo adempiere all’intenzione più autentica e genuina della letteratura, che, come tutti sanno, è migliorare il mondo.
Avanti pure con Cappuccetto Splatter di Daniele Luttazzi, il quale essendo un comico giustamente si mette a scrivere e pubblicare, tanto si sa che le rigide suddivisioni sono per biechi fascisti che vogliono subordinare l’estro umano a questioni di competenza. Tuttavia, dal momento che, come lo stesso Luttazzi dichiarò in seguito in Lepidezze postribolari, si trattava della « presa in giro di una moda narrativa che sublimava gli eccessi estetizzandoli, alla Bret Easton Ellis», e quindi a conti fatti di una parodia dei Cannibali stessi, il racconto, per quanto irrilevante, risulta perlomeno liberatorio rispetto a tutto quanto lo circonda.

Potrei andare avanti così per ogni racconto incluso nell’antologia, ma mi sono già rotto le palle e voi con me, penso. Segnalo, quale unica eccezione in questo arsenale di buffonate, Diamonds are for never, di Andrea Pinketts. Chiariamoci: anche qui niente di straordinario, niente che giustifichi anche solo un decimo del clamore editoriale montato intorno al libercolo, tuttavia il racconto di Pinketts è almeno ben fatto, nel senso che mantiene la promessa di regalarci un po’ di quell’atmosfera pulp “alla Tarantino” che, in teoria, doveva essere una delle grandi protagoniste della raccolta (ma per favore…), e dà prova di un certo stile, altro grande assente nel resto del libro.

Fatto dunque questo doveroso distinguo, ribadisco ancora una volta che si tratta di un prodotto obbrobrioso, di cui è stato fatto un caso editoriale e addirittura letterario come si trattasse non dico di un punto di riferimento della letteratura italiana ma anche solo di una cosa seria, mentre a lettura conclusa l’unica cosa che ci si ritrova tra le mani è il documento dell’abdicazione di quasi un’intera generazione di scrittori a essere ciò che avrebbero dovuto essere, ossia i maestri della generazione successiva, cioè la mia, preferendo dedicarsi alla rimozione e inquinamento del concetto stesso di letteratura a favore di tutte le cause perse che l’ideologia da centro sociale può concepire: i poveri buoni contro i ricchi cattivi, la televisione come strumento di manipolazione e abbrutimento, la pubblicità che fa diventare violenti i bambini e qualsiasi altro luogo comune possibile e immaginabile.
E se si tiene presente che un simile precipitato di nulla è stato pubblicato da Einaudi, che come dicevo all’inizio ha così contribuito ad abbassare il livello medio culturale dei lettori, non mi resta che pensare alla situazione tragica in cui la mia generazione si trova a vivere e operare e di nuovo dire con Théoden figlio di Thengel: «No, mio signore Aragorn… noi siamo soli.»


 

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