M, o della geografia sentimentale

Milano città-memoria, velocissima chiocciola o conchiglia in superficie, dedalo di strade e labirinto scuro, un po’ Buzzati del Viaggio agli inferni del secolo, un po’ Misteri di Parigi (e un po’ novela)

Critica

di Samuela Serri

Vivere a Milano può sembrare spersonalizzante. Chiunque abbia preso la metropolitana per tragitti più lunghi di dieci minuti, e con cadenza più o meno regolare (quello che in gergo si chiama “pendolare”), conosce bene quell’assenza di pensiero, quasi una corazza contro la pervasività degli inutili e stupidi stimoli esterni, che Bartezzaghi descrive nelle prime pagine del suo ultimo libro M. Una metronovela.
Potremmo sbizzarrirci sui significati della lettera eponima, a simbolo e suggello di questa “narrativa-non-fiction” (o viceversa): M come metropolitana (città e ferrovia), Meneghino (la maschera che il Porta e Gadda hanno per sempre “aggettivizzato” e appiccicato a certa operosità lombarda da “nòster Politèknik”), madre (che alletta/allatta, e nutre), Mediolanum (capoluogo e centro), Milano (infine e com’è ovvio). Milano città-memoria, velocissima chiocciola o conchiglia in superficie, dedalo di strade e labirinto scuro, un po’ Buzzati e un po’ Misteri di Parigi. Bartezzaghi intreccia così, in un percorso che prevede un inizio (mezzanino) e una fine (capolinea), come una lunghissima passeggiata su un effettivo treno della metropolitana, un viaggio intellettuale ed emotivo per la rete ferroviaria sotterranea e il racconto di una vita e una città in movimento, dove le stazioni sono nodi di traffico pulsante, piccole madeleines, chicchi di un rosario sgranato passo passo nella via crucis dei trasporti milanesi.

M, o della geografia sentimentale

Infatti Bartezzaghi cammina, cammina moltissimo in questo libro. Sotto e dentro Milano, ma anche per Bologna, Ferrara, Venezia, Roma… eppure dal capoluogo lombardo non si sposta d’un millimetro: disegna una mappa che non corrisponde all’esperienza reale, ma è un gioco di memoria, una geografia sentimentale. Novello Adamo, ma a parti invertite, crea (per analogia, fonetica o altri misteriosi legami mentali) mondi e oggetti a partire dal loro nome: descrizioni di particolari, ragionamenti teorici e pratici su letteratura e società, racconti di immagini morte della città o particolari più quotidiani, ricordi di affetti presenti o già passati, curiosità, etimologie. Così, dopo i primi capitoli di introduzione, si apre il centro del libro, dove si dispiega un mondo: Porta Romana diventa ritornello e occasione per dire di un primo amore nebbioso, lunare, amaro; la fermata Pagano è un pretesto per parlare di bivi, labirinti fisici e mentali, spiritualità cristiane e dolori umanissimi; il vento nel mezzanino a Piola è un piccolo viaggio dentro il viaggio, soffiando morbidamente sulla memoria…

E allora il protagonista-passante-viaggiatore-Bartezzaghi va, per il percorso talvolta più breve, talvolta più panoramico, apparentemente senza meta, nella reale certezza che quella del paesaggio è una lettura specialissima e preziosa, se siete disposti a praticarla. A spasso per Milano incontriamo non solo l’autore e le sue conoscenze, presenti o evocate (fra cui il ricordo dolcissimo e commovente di Maria Perosino) ma anche persone comuni, cristallizzate per sempre nella loro presenza di un attimo, ed eppure estremamente vive, agili, mobili: che sgusciano via come farfalle impazzite dai loro spillini. E in un tale erbario sono anche Cuck & Dem, i protagonisti di questa novela milanese: sempre di corsa (non potrebbe esser altro, se solo leggete o pensate questi nomi in dialetto1) in giro per i bar e le osterie della città, ma anche alle prese con le loro vite personali, concentrate in pillole e proposte, nell’immaginazione dell’autore, al posto della pubblicità sui binari della metropolitana. A Milano davvero non stonerebbero nemmeno loro: una Milano grottesca e infernale, caotica, confusionaria, eppure, qui e nelle sue linee metropolitane, semplificata, spiegata, distesa.

La lettura si fa quindi chiave, risoluzione, scioglimento di quell’enigma e metafora che è la metropoli, del contraddittorio, dell’assurdo milanese e urbano percorso con una pratica di incisione linguistica nella carne di pietra viva della città. Uno scavo da lombrico metropolitano praticato con una lingua tenera e materica, leggera, sempre percorsa dallo spasmo in cui, trasceso il dedalo delle strade e delle parole, essa si farà realtà lieve, e lievissima carezza. Si tratta quindi di qualcosa in più e di qualcosa in meno di un memoir, uno zibaldone, una guida turistica, un elzeviro esteso, un diario di viaggio, uno schizzo di telenovela (una “metronovela”): dove il ricordo del passato non è mai scaduto nella poetica piccina dell’elegia lamentosa ma serve per dar luce e ricostruire un presente bizzarro e composito, un suk di vapori e cementi e ricordi, fiumi che esondano e spiritualità lombarde, mattine chiarissime (à la Sereni) e nebbie alla Luciano Erba, passeggiate al parco, Corso Sempione e Amendola, Magenta, vecchie signore col cagnolino e senza, passanti, viaggiatori di professione, conoscitori di tubi e di misteri, studentesse trasandate, mendicanti e venditori di rose… ecco, insomma, uffa, Milano.

Stefano Bartezzaghi
M. Una metronovela
Einaudi, Torino 2015
pp. 273


1E poi leggete ugualmente i nomi di tutti gli altri protagonisti di questa metronovela: e buon divertimento.

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