Oscar e la dama in rosa

Critica

di Francesca Tuzzeo

Se iniziassi la mia recensione raccontandovi che il romanzo è ambientato in un ospedale, che il protagonista ha dieci anni ed è un malato terminale di leucemia, con grande probabilità non lo aprireste nemmeno. Non spaventatevi! Questo non è che un punto di vista. Potrei invece dirvi che Oscar e la dama in rosa, di Èric-Emmanuel Schmitt, parla dell’amicizia bizzarra e sorprendente tra un bambino che decide di crescere dieci anni ogni giorno, e un’anziana ex campionessa di lotta sboccata quanto uno scaricatore di porto (senza offesa per gli scaricatori di porto). Decisamente più intrigante come trama, no? Nonna Rosa è una delle signore che arrivano da fuori per passare un po’ di tempo con i pazienti, ma ben diversa da qualunque altra. Sfacciata, onesta, sopra le righe, dai modi sbrigativi e diretti, rallegra le giornate del suo piccolo amico raccontando mirabolanti (e, si lascia ad intendere, inventati) incontri di catch combattuti da giovane con il nome di Strangolatrice del Languedoc. È proprio lei a suggerire ad Oscar l’idea che dà vita alla storia: scrivere quotidianamente una lettera a Dio, per sfogare tutti i pensieri che non può o non vuole confidare a nessun altro.

Oscar e la dama in rosa: la copertina dell'edizione italiana

Come ci si aspetterebbe da un bambino, Oscar non si perde in giri di parole. Dà a Dio del tu, lo rimprovera perché non va mai a trovarlo, gli racconta le avventure che vive con i compagni di reparto: Bacon, un ustionato grave, il gigantesco e sempre affamato Pop Corn, ed Einstein. “Se lo chiamiamo Einstein non è perché sia più intelligente degli altri, ma perché ha la testa molto più grossa. Sembra che dentro ci sia dell’acqua. Peccato, se ci fosse stato del cervello, avrebbe potuto fare grandi cose, Einstein.”

Quando è ormai chiaro che le cure mediche non stanno avendo successo e che al protagonista rimane poco tempo, Nonna Rosa trova un espediente che rimette tutto in gioco: immaginare che ogni giorno sia lungo dieci anni. Una settimana diventa così un’intera vita, durante la quale Oscar può crescere, innamorarsi, provare delusioni, raggiungere grandi traguardi e imparare ad apprezzare l’Assoluto racchiuso in ogni istante. Leggete per credere.

In un’intervista [link in fondo] Schmitt sottolinea che il libro non è interessato a descrivere la sofferenza fisica, la tristezza, il senso di impotenza. Al contrario, il centro luminoso della storia è la forza d’animo di Oscar, il suo naturale e inconsapevole coraggio, la sua sfrenata fantasia e la voglia bruciante di abbracciare sia il bene sia il male che arricchiscono le sue giornate. Le condizioni di salute del bambino non cambiano la persona che è; Oscar si sente uguale a prima, non perde la sua curiosità, la sua energia interiore, la sua fame di conoscenza.

Per questo motivo è ancora più doloroso che i genitori del protagonista, da quando si è ammalato, non riescano più a comunicare con il figlio; trascorrono interi pomeriggi in ospedale chiacchierando di cose frivole, facendolo sentire abbandonato e insicuro.

“Hanno paura di me. Non osano parlarmi. E meno osano, più ho l’impressione di essere un mostro. Perché li terrorizzo? Sono così brutto? Puzzo? Sono diventato idiota senza rendermene conto?”
“Non hanno paura di te, Oscar. Hanno paura della malattia.”
“La mia malattia fa parte di me. Non devono comportarsi in modo diverso solo perché sono malato. O possono amare solo un Oscar in buona salute?”

Ciò che lo spaventa non è morire, ma il muro di silenzio e disagio con cui le persone finiscono per schiacciarlo e soffocarlo. Schmitt nell’intervista afferma che “più un argomento è grave, più dovrebbe essere ‘leggero’; e intendo ‘leggero’ non in modo da evitare l’argomento, ma in modo da respirare l’argomento”. Temi quali la malattia, la fede, l’ignoto non sono necessariamente incommensurabili e terrificanti come di solito appaiono. Nonna Rosa pone l’esempio da seguire: non crede che i grandi problemi dai quali spesso ci lasciamo intimorire e sopraffare siano al di là della nostra comprensione, nemmeno quella di un bambino. Lei sola ha il coraggio di parlarne con Oscar e di rispondere alle sue domande senza trattarlo con condiscendenza o cambiare discorso; è l’unico adulto che alla parola “morte” non diventa tutto ad un tratto sordo. L’autore ribadisce il bisogno di combattere questi tabù per sconfiggere in maniera definitiva la solitudine e la paura, riscoprendo la forza dirompente della speranza.

Oscar e la dama in rosa fa parte del Ciclo dell’Infinito: un insieme di sei romanzi che Èric-Emmanuel Schmitt ha pubblicato tra il 1997 e il 2012 (tra di essi troviamo anche Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano). Li accomuna il tema della religione, affrontato con una prosa che il quotidiano Le Matin ha definito “limpida, liquida, ammaliante”. Le avventure di Oscar, nate come una pièce teatrale, sono state riscritte dall’autore e pubblicate come romanzo breve nel 2002; Schmitt ne ha poi tratto un adattamento cinematografico che lui stesso ha diretto nel 2009.

 

NOTE

Interviste di Èric-Emmanuel Schmitt, per chi conosce la lingua francese:


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