Lettere affilate per scoprirsi e amarsi

Critica

di Mara Giacalone

Si sa, la tecnologia – sms, mail, fax – ha soppiantato quasi ogni forma di parola scritta a mano. Chi scrive lettere, al giorno d’oggi? È dispendioso, faticoso, i francobolli costano, le poste sono poco affidabili. Eppure c’è qualcosa che le rende ancora magiche agli occhi dei più romantici. E se spedirle in prima persona è démodé, leggerle sembra piacere: prova ne è il successo riscosso dal romanzo epistolare di David Grossman Che tu sia per me il coltello.

Lettere affilate per scoprirsi e amarsi

Grossman è uno scrittore israeliano che negli ultimi anni sta riscuotendo molto successo soprattutto grazie al romanzo Qualcuno con cui correre, ma è noto anche per i saggi in cui racconta la sua terra e il peso dell’eredità che si porta dentro e sulle spalle. David è figlio di un ebreo polacco che a soli 9 anni si trasferì dallo shtetl di Dynow (ex Galizia, attuale Polonia) in Israele; questa identità si riversa soprattutto nei saggi sulla Shoah e nell’attivismo verso certe tematiche. La passione per la letteratura è anch’essa legata al padre che, a causa di alcuni problemi di salute, divenne responsabile della biblioteca dell’azienda di trasporti per la quale lavorava, permettendo così al figlio di avvicinarsi al mondo di carta.

Il romanzo su cui mi voglio soffermare oggi potremmo definirlo epistolare, anche se non nell’accezione a cui siamo abituati o comunque non nell’idea “canonica”. Ci sono due persone che si scrivono, Yair e Miriam, e ci sono le loro lettere. Quello che è diverso, che sorprende e spaesa un po’, è il fatto che che non si tratta di una corrispondenza diretta. Potremmo infatti dividere il libro in 3 parti: prima tutte le lettere di Yair, a seguire quelle di Miriam e infine una telefonata quale epilogo. Quando ci si accinge a leggere un romanzo epistolare, ci si aspetterebbe di leggere – in alternanza – lo scambio di parole che avviene tra i due protagonisti. Invece qui no: Grossman ci regala 230 pagine di solo Yair e poi 60 di sola Miriam. Mancano pezzi. Non ci sono risposte. Rimangono parole in sospeso… e noi con loro. Vorremmo sapere ma non possiamo, come se le tessere del puzzle che stiamo componendo si fossero perse in qualche anfratto della casa e quindi il disegno sia destinato a rimanere incompiuto.
Yair e Miriam non sono ragazzi, ma due adulti: con le rispettive vite, famiglie, figli, lavori. Eppure decidono di lanciarsi in un gioco – una corrispondenza segreta. L’idea è di Yair, lui inoltra la prima lettera: è bastato uno sguardo ad una rimpatriata di ex compagni di liceo per far scattare qualcosa in lui che gli fa prendere la decisione di inviare parole a una perfetta sconosciuta. Parole per conoscere se stesso. Parole da riversare su uno sconosciuto perché, a volte, dentro di noi non hanno una forma e solo quando vengono pronunciate si riescono a comprendere.

“Inutile dire che questo non comporta obblighi da parte tua, non devi fare nulla (sono quasi certo che non risponderai).”

Non chiede una corrispondenza, chiede solo di potersi esprimere. Ma Miriam lo sorprenderà con una prima risposta, innescando così una relazione che diventerà estremamente profonda, un viaggio alla scoperta dei propri lati nascosti.
Quanto ci si riesce ad aprire davanti ad un estraneo? Quanto un estraneo riesce a tirar fuori da noi, dal nostro intimo; quante delle nostre paure riesce a percepire e capire? Yair chiede a Miriam di essere per lui il coltello, di essere qualcuno – o qualcosa – che scavi nel profondo di lui per farlo riemergere da una quotidianità incolore, monotona. Entrambi amano i loro compagni, ma entrambi iniziano a proiettarsi l’uno tra le braccia dell’altro, in un amore platonico impossibile da concretizzare. Si cercano e si amano tra le parole scritte sulla carta. Si rincorrono per le strade polverose di paesini arabi. Si abbandonano l’uno all’altro senza ritegno, aprendosi e raccontandosi.

A parte la struttura del testo, l’elemento che mi ha tenuta con gli occhi incollati alle pagine è la scrittura, magnetica, personale, a volte ingarbugliata, che sa di lettera: davvero sembra scritta per essere letta solo dal destinatario, e non da terzi. A volte sono presenti riferimenti a cose scritte dall’altro interlocutore di cui noi non siamo a conoscenza, e ciò stimola ancora di più alla lettura: si vuol sapere cosa è successo, se lo si verrà a sapere, e si sfoglia, e sfoglia… La storia non è solo una storia d’amore, ma un viaggio che compiamo anche dentro di noi. Yair e Miriam arrivano a conoscere se stessi più in profondità e arrivano così ad essere come un coltello anche per noi lettori.

“Ieri, mentre scrivevo, ho di nuovo pensato quanto sono strane le lettere. Quando tu ricevi una mia lettera, io sono già altrove. Quando io ne leggo una tua, mi ritrovo di fatto in un tuo momento passato. Sono con te in un tempo che ormai non sei più.”

Le lettere hanno un potere che i mezzi di comunicazione hanno annullato; nelle lettere la calligrafia, le cancellature, le macchie, tutto trasmette la vita che scorre dall’altra parte – dalla parte del mittente. Nelle lettere ci si può dilungare, non ci sono abbreviazioni, costi, restrizioni di spazio… La carica emotiva è altissima, anche solo per l’attesa che anticipa l’arrivo della busta. Grossman ha scritto un romanzo che sa della polvere del deserto e dei mobili antichi. Lo paragonerei al rosa antico: delicato, profumato, romantico, sensuale, forte e consapevole.

Vi verrà voglia di spedire lettere. E di riceverne.


Lascia un commento