Impressione n.1, o della mortalità

Critica

di Valentina Barbieri

PREMESSA
Le mie parole nascono da impressioni che racconto senza alcuna pretesa di formalità o di esiti definitori. Spero di incentivare il tasso di incidenti letterari e di stimolare il caos.

 
Torbide e ambigue
sono le immagini nei sogni,
il che può spiegarsi
in molti modi.
Veglia significa veglia
ed è un enigma maggiore.
(
da La veglia)

Dirò di lei, della donna, della poetessa, del suo kitsch, del suo sorriso, della sua eterna fanciullezza: dirò di Wisława Szymborska. Esperta nell’intrufolarsi tra i cunicoli dell’esistenza, spingendosi fino ai cassetti più polverosi, tra i soprammobili del passato e i biglietti senza ritorno. Dirò di lei perché ha scritto sulla veglia e solo una mortale l’avrebbe potuto fare. Soltanto i mortali si addormentano, sognano, si risvegliano, vivono e si riaddormentano finché non incontrano quella notte senza risveglio nella quale muoiono. Gli immortali non scrivono dei sogni e della veglia, ponendoli in antitesi, perché non possono esperire l’alterità: sono costantemente in veglia, costantemente i medesimi. Gli immortali sono come l’Omero borgesiano nel racconto d’incipit de L’Aleph: sono trogloditi morsi dall’assuefazione e dalla noia. Al contrario, la poetessa, proprio in quanto mortale, può osservare che “nulla due volte accade né accadrà. Per tal ragione si nasce senza esperienza, si muore senza assuefazione” (Nulla due volte accade). La sua poesia coglie ogni volto del prisma universale, ogni piega spiegata, ogni attimo diverso dall’altro. Nulla da escludere, nulla da estirpare dal terreno fecondo delle cose: tutto ha il diritto di alloggiare nei versi di Szymborska. Liste, tante liste, liste infinite, asfissianti, interminabili. Nella veglia “si spargono diplomi e stelle, cadono giù farfalle e anime di ferri vecchi da stiro, berretti senza testa e cocci di nuvole. Ne vien fuori un rebus irrisolvibile” (La veglia). Leggerla è prendere parte a un viaggio, risolvere un cruciverba senza soluzioni, significa accettare di respirare insieme a lei e farsi trasportare: in ogni caso la sua irriverente ironia ti getterà da qualche parte da cui ti dovrai rialzare evidentemente rinato. La poesia di Szymborska è come la sua veglia: folle “non fosse che per l’ostinazione con cui si aggrappa al corso degli eventi” (La veglia). Già, perché il mondo in cui imprimiamo i nostri passi dolorosi – in quanto irripetibili – non è certo simile a quell’infinito mondo della risoluzione e della replica che è il sogno. La messa in scena di un incubo si può interrompere, si può tornare indietro e si può ritentare. Invece la veglia è una, punto e a capo. I versi di Szymborska non pretendono di uscire dal solco mortale, nascono e muoiono sulla terra come tutti noi. Non mollano l’osso duro della veglia, si aggrappano alle vesti degli oggetti più insignificanti per cogliervi un battito vitale, unico, non duplicabile altrimenti. In ciò è racchiusa un’enorme potenza chiarificatrice, nel senso di una poesia che porta in chiaro le cose, te le mostra per quello che sono, te le mette tra le mani. “In sogno dipingo come Vermeer” (Elogio dei sogni) confessa Szymborska. Dipinge attraverso la parola come l’olandese faceva attraverso la luce. Entrambi fanno emergere dal grigiore dell’indiscriminato i volti del reale più quotidiano, meno indagato, meno toccato. Lo riscaldano, lo vivificano, gli conferiscono diritto di cittadinanza. Tutto ciò è veglia, è il tutto intorno che ci dimentichiamo di avere a fianco. La poetessa polacca ce lo ricorda ad ogni battito di verso, lo fa con il suo sorriso a mezza bocca, con i suoi occhi stupiti di stupore. In fondo, nulla è tautologico. La veglia attende di farsi continuamente presenza, il già detto all’istante successivo svanisce. La sfida intrapresa da Wisława Szymborska in poesia assume il volto di un sempre nuovo risveglio. I suoi versi, tenacemente mortali, non devono temere l’oblio perché sono più reali dei sogni e respirano ancora.

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